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Il dialogo ecumenico nella riflessione di Papa Francesco

Il dialogo ecumenico nella riflessione di Papa Francesco

L’appuntamento annuale della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci ha guidati a riflettere sull’amore di Cristo che ci invita alla riconciliazione tramite una serie di tappe bibliche di cui voglio ricordare quella del secondo giorno: “Vivere non più per se stessi”; del terzo giorno: “Non considerare più nessuno con i criteri di questo mondo” e del quarto giorno: “Le cose vecchie sono passate”. Sono affermazioni paoline delle seconda Lettera ai Corinzi che si ritrovano nell’approccio ecumenico del Papa, come risulta dai suoi discorsi ufficiali nelle varie occasioni di incontro ecumenico. Possediamo una raccolta dei documenti che va dal 2013 al 2016 divisa in quattro sezioni riguardanti la prima il dialogo ecumenico con le Confessioni cristiane, la seconda il dialogo cristiano-ebraico la terza il dialogo interreligioso e la quarta il dialogo interculturale. Ci occuperemo in questo breve articolo informativo della sezione concernente il dialogo ecumenico. La raccolta, consistente nei discorsi ufficiali tenuti in occasione degli incontri con le altre Confessioni, è curata dal teologo Brunetto Salvarani che da decenni si occupa di Ecumenismo , ed è preceduta da una preziosa introduzione che riassume le caratteristiche del dialogo nel rinnovamento così come è stato inteso da Paolo VI nell’ormai lontana Ecclesiam suam del 1964, per poi stringere l’attenzione su Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e infine papa Francesco.    
Per sgombrare subito il campo da una possibile superficialità critica è opportuna la citazione a pagina 13 dell’introduzione. Il soggetto è il dialogo:

“Scambiato di volta in volta per facile buonismo o per sincretismo, schernito come imbelle irenismo, o affossato in quanto preludio inevitabile al cosiddetto relativismo, esso è stato spesso letto, tutt’al più, come argomento comodo per fasciarsi il cuore a uso di anime belle, non disponibili a opporsi a quell’irruzione dell’altro che è la cifra dominante di questi tempi segnati dallo stigma della crisi”. (Corsivi di Salvarani).

Il dialogo è un atteggiamento schietto e rispettoso perché orientato da un’appartenenza comune, se non altro dall’avvicinarsi alla verità che, nel caso, è quella evangelica. Citando il biblista Piero Rossano si precisa il significato di “dialogare”:
“[Il dialogo] è la relazione interpersonale che avviene nel rispetto dell’alterità dell’interlocutore, sulla base di una comunione già esistente, in vista di un avvicinamento e di un’unione più profonda, per un giovamento reciproco …”

Suoi nemici giurarti sono:
“la polemica, il monologo, l’imperialismo dottrinale, l’intolleranza, la fretta, la mancanza di introspezione e l’eccessiva sicurezza di sé …” (p.12 del’introduzione).

I discorsi che si succedono dal 2013 nelle occasioni di incontri con i rappresentanti delle Confessioni cristiane sono di una tale chiarezza che basterebbe citarne in sequenza logica delle frasi per avere evidente la linea che papa Francesco segue, sia dal punto di vista dottrinale e storico, sia per ciò che riguarda l’apertura ispirata da autentica fraternità e condivisione esistenziale con le altre esperienze e sensibilità confessionali. Traspare su tutto un prudente ottimismo dinamizzato dalla preghiera e dalla sequela della Parola che resta il riferimento imprescindibile e unificante.

“L’odierno incontro, caro fratello, è l’occasione per ricordarci che l’impegno per la ricerca dell’unità tra i cristiani non deriva da ragioni di ordine pratico, ma dalla volontà stessa del Signore Gesù Cristo, che ci ha resi fratelli suoi e figli dell’unico Padre. Per questo la preghiera, che oggi insieme eleviamo, è di fondamentale importanza”. (Discorso a J. Welby arcivescovo di Canterbury primate anglicano, 14.6 .2013.  p.42).

Questo non gli fa dimenticare le problematiche inerenti ai gruppi anglicani che hanno chiesto di essere ricevuti nella Chiesa cattolica e gli fa leggere quest’evenienza come la possibilità per il mondo cattolico di apprezzare ciò che costituisce il patrimonio anglicano. Due anni dopo (2015), nel Discorso ai membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica si congratula per la pubblicazione di cinque dichiarazioni comuni del dialogo tra le due Chiese corredate di commenti e risposte alle problematiche e alle difficoltà che dopo cinquant’anni di sforzi sembrano avere ottenuto relativamente pochi risultati. La risposta di papa Francesco è improntata alla tenacia nella speranza, ricordando che la causa dell’unità non è un impegno opzionale né secondario nell’impegno delle Chiese. Tale impegno, infatti, è nutrito dal sangue dei martiri dell’Uganda, metà cattolici e metà anglicani: una testimonianza che deve renderci capaci di leggere i segni dei tempi. (p.76). Un tema ricorrente, questo, e già presente nell’ enciclica Ut unum sint di Giovanni Paolo II in cui si parla di un martirologio comune che fa riferimento alla comunione dei santi che sono in tutte le Chiese.

“Come san Paolo ci ricorda: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme»; e se un membro è onorato tutte le membra gioiscono con lui» (1Cor. 12,26). Questa è la legge della vita cristiana e in questo senso noi possiamo dire che c’è anche un ecumenismo della sofferenza. Come il sangue dei martiri è stato seme di forza e fertilità per la Chiesa, così anche la condivisione delle sofferenze quotidiane può essere uno strumento efficace di unità” (p.73) “Coloro che perseguitano Cristo nei suoi fedeli non fanno differenze di confessioni: li perseguitano semplicemente perché sono cristiani”. (p. 63).

Strettamente connessa con questa tematica c’è l’insistenza sul lavoro comune che le Chiese possono fare per la salvaguardia dell’ambiente cui nel maggio del 2015 verrà dedicata l’enciclica Laudato sii sulla cura della casa comune. Sembra un tema “facile” sul quale tutti sono d’accordo, almeno a parole e per quando riguarda il proprio ristretto ambito vitale. Sembra anche un tema “facile” dal punto di vista ecumenico, sul quale trovare un rapido terreno di azione comune, supportato da innumerevoli citazioni rintracciabili nella S. Scrittura e che non impegna faticosamente il dibattito teologico sulle antiche divisioni dottrinali e pragmatiche. Tuttavia si sa che i problemi dell’ecosistema interessano l’economia, lo sviluppo, il potere locale e mondiale ma anche le Chiese in quanto strutture temporali (comprese le loro espressioni locali: Diocesi, Ordini, Congregazioni e parrocchie). Esse sono possono essere sensibili alle compromissioni con la “situazione”, sia perché influenzabili e portatrici di necessità e bisogni, sia perché possono essere centri di potere. Di qui la necessità di essere coscienti di che cosa le Chiese possono fare all’interno e all’esterno di esse stesse; magari anche solo come elemento di resistenza e presa di coscienza, direi esistenziale, del problema.   

“Siamo profondamente convinti che il futuro della famiglia umana dipende anche da come sapremo custodire, in modo saggio e amorevole, con giustizia ed equità, il dono della creazione affidatoci da Dio. Riconosciamo dunque pentiti l’ingiusto sfruttamento del nostro pianeta, che costituisce un peccato davanti agli occhi di Dio … e il dovere di alimentare un senso di umiltà e moderazione … affermiamo il nostro impegno a risvegliare le coscienze nei confronti della custodia del creato … cercare i modi di vivere con minore spreco e maggiore sobrietà, manifestando minore avidità … “(Dichiarazione congiunta con il patriarca ecumenico Bartolomeo I. Gerusalemme 25.5.2014. pp.53-54).

Parlando in occasione del 50° del decreto Unitatis redintegratio (Decreto sull’ecumenismo del 21 Novembre 1964, Concilio Vat. II), papa Francesco ricorda il cammino che da quel documento e da quella data ha permesso di superare l’ostilità e l’indifferenza nella ricerca di ciò che accomuna piuttosto di ciò che divide. Tappe importanti sono state le traduzioni ecumeniche della sacra Scrittura e le iniziative comuni a favore dell’umanità soffrente e bisognosa: cioè vivere concretamente l’adesione alla rivelazione.
Anche le forme di ecumenismo, dipendono da questa impostazione di base: oltre al già citato ecumenismo del sangue c’è un ecumenismo spirituale che ha il suo momento culminante nella Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani.

“E’ una rete mondiale di preghiera che, dal livello parrocchiale a quello internazionale, diffondono nel corpo della Chiesa l’ossigeno del genuino spirito ecumenico; una rete di gesti che ci vedono uniti lavorando insieme in tante opere di carità; ed è anche una condivisione di preghiere, di meditazioni e altri testi che circolano nel web e possono contribuire a far crescere la conoscenza, il rispetto e la stima reciproci” (p.63).

Partecipando alla divina liturgia a Istanbul nel novembre del 2014 così si esprime:
“Incontrarci, guardare il volto l’uno dell’altro, scambiare l’abbraccio di pace, pregare l’uno per l’altro sono dimensioni essenziali di quel cammino verso il ristabilimento della piene comunione alla quale tendiamo … Un autentico dialogo è sempre un incontro tra persone con un nome, un volto una storia, e non soltanto un confronto di idee…”  “Venite e vedrete”, e “quel giorno rimasero con lui (Gv. 1,39) “. (p.67).

Come si è chiarito all’inizio non si tratta di sincretismo o irenismo né di bon ton relazionale o peggio teologico, sicché tornati a casa propria, per così dire, ognuno continua per la sua strada.
“Ritengo importante ribadire il rispetto di questo principio come condizione essenziale e reciproca per il ristabilimento della piena comunione, che non significa né sottomissione l’uno all’altro, né assorbimento, ma piuttosto accoglienza di tutti i doni che Dio ha dato a ciascuno per manifestare al mondo il grande mistero della salvezza realizzato da Cristo Signore per mezzo delle Spirito Santo … la Chiesa cattolica non intende imporre alcun esigenza , se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura … le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa.” (pp. 68-69).

L’ecumenismo di papa Francesco è dinamico, con la veste cinta ai fianchi, così come deve essere il cristiano:
“Io non capisco un cristiano fermo! Un cristiano che non cammina, io non lo capisco! … Bisogna pregare per questo fratelli. Anche per noi, quando in certi momenti camminiamo non alla presenza di Gesù, perché anche noi siamo tutti peccatori, tutti! … Ci sono cristiani che confondono il camminare con il girare … Manca loro la parresia, l’audacia di andare avanti; manca loro la speranza”. (Incontro con il pastore evangelico Traettino, Caserta 2014. p.56).

Seguendo la lettera ai Corinzi al capitolo 12 papa Francesco insiste sul fatto che lo Spirito Santo fa la diversità nella Chiesa, una diversità ricca e bella; ma poi lo stesso Spirito fa l’unità cosicché la Chiesa è una nella diversità: lo Spirito Santo, Lui, è l’armonia.
 “Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è un’unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità e il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità. … La verità è un incontro, un incontro tra persone. La verità non si fa in laboratorio, si fa nella vita, cercando Gesù per trovarlo”. (p. 59).
Tuttavia anche in questo caso il procedere del papa è molto attento ad ogni forma di riduzionismo, a quello che chiama ‘minimalismo teologico’ sul quale raggiungere un compromesso.
“Il dialogo teologico non cerca un minimo comune denominatore teologico sul quale raggiungere un compromesso, ma si basa piuttosto sull’approfondimento della verità tutta intera che Cristo ha donato alla sua Chiesa”.  (Ibid pp.45 e 53).
 E’ la verità tutta intera, appunto, la quale suppone l’apertura all’altro, la pazienza dell’attesa, la capacità di chiedere perdono reciproco, e l’attenzione dell’amore che per papa Francesco è risolutiva anche nel ‘problema’ ecumenico
“John Wesley, nella sua Lettera a un cattolico romano, scrisse che cattolici e metodisti sono chiamati ad «aiutarsi vicendevolmente in qualsiasi cosa … conduca al Regno». Che questa nuova dichiarazione comune possa essere di incoraggiamento a metodisti e cattolici ad aiutarsi nella vita di preghiera e di devozione. Nella stessa lettera Wesley anche: «Se ancora non possiamo pensare nello stesso modo in tutte le cose, possiamo almeno amare nello stesso modo»”. ( Ibid. p.96. Discorso alla delegazione del Consiglio metodista mondiale. 2016).
Non possiamo dare conto di tutta la ricchezza documentale di questa utile raccolta di interventi papali. Da ultimo segnaliamo soltanto che si possono leggere anche i discorsi di incontro con i Valdesi, con gli Ortodossi di Etiopia, con i Copti e le intense, riconoscenti parole all’indirizzo delle comunità armene che sono state un esempio di resistenza cristiana di fronte alle persecuzioni.
E’ proprio dal saluto durante la visita di preghiera alla cattedrale apostolica di Etchmiadzin in Armenia del 24.6. 2016 che traiamo l’ultimo spunto offertoci. Vi si afferma il fatto che se i cristiani sapranno superare i secoli di incomprensione saranno di esempio anche al mondo che “Cristo è vivo ed operante, capace di aprire sempre nuove vie alla riconciliazione tra le nazioni, le civiltà e le religioni. Si attesta e si rende credibile che Dio è amore e misericordia”.
“Lo spirito ecumenico acquista un valore esemplare anche al di fuori dei confini visibili della comunità ecclesiale, e rappresenta per tutti un forte richiamo a comporre le divergenze con il dialogo e la valorizzazione di quanto unisce. Esso inoltre impedisce la strumentalizzazione e manipolazione della fede perché obbliga a riscoprire le genuine radici, a comunicare, difendere e propagare la verità nel rispetto della dignità di ogni essere umano” (p.106).

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