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Il discorso del Papa ai disabili

Il discorso del Papa ai disabili

Al convegno promosso dalla CEI il Papa ricorda che ogni esclusione è un impoverimento della comunità, pubblichiamo il discorso integrale tenuto sabato 11 giugno durante un incontro con i disabili

TESORI NASCOSTI
Per una piena partecipazione delle persone disabili alla vita sacramentale e liturgica.
«Nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane». Lo sottolinea Papa Francesco nel discorso preparato e consegnato ai partecipanti al convegno per persone disabili promosso dalla Conferenza episcopale italiana, ricevuti in udienza nella mattina di sabato 11 giugno, nell’aula Paolo VI. Lasciando da parte il testo scritto, che pubblichiamo qui di seguito, il Pontefice ha risposto a braccio a tre domande rivoltegli dai presenti.
Cari fratelli e sorelle,
vi accolgo in occasione del 25° anniversario dell’istituzione del Settore per la Catechesi delle persone disabili dell’Ufficio Catechistico Nazionale italiano. Una ricorrenza che stimola a rinnovare l’impegno affinché le persone disabili siano pienamente accolte nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali. Vi ringrazio per le domande che mi avete rivolto e che mostrano la vostra passione per questo ambito della pastorale. Esso richiede una duplice attenzione: la consapevolezza della educabilità alla fede della persona con disabilità, anche gravi e gravissime; e la volontà di considerarla come soggetto attivo nella comunità in cui vive.
Questi fratelli e sorelle — come dimostra anche questo Convegno — non sono soltanto in grado di vivere una genuina esperienza di incontro con Cristo, ma sono anche capaci di testimoniarla agli altri. Molto è stato fatto nella cura pastorale dei disabili; bisogna andare avanti, ad esempio riconoscendo meglio la loro capacità apostolica e missionaria, e prima ancora il valore della loro “presenza” come persone, come membra vive del Corpo ecclesiale. Nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane.
Nella Chiesa, grazie a Dio, si registra una diffusa attenzione alla disabilità nelle sue forme fisica, mentale e sensoriale, e un atteggiamento di generale accoglienza. Tuttavia le nostre comunità fanno ancora fatica a praticare una vera inclusione, una partecipazione piena che diventi finalmente ordinaria, normale. E questo richiede non solo tecniche e programmi specifici, ma prima di tutto riconoscimento e accoglienza dei volti, tenace e paziente certezza che ogni persona è unica e irripetibile, e ogni volto escluso è un impoverimento della comunità.
Anche in questo campo è decisivo il coinvolgimento delle famiglie, che chiedono di essere non solo accolte, ma stimolate e incoraggiate. Le nostre comunità cristiane siano “case” in cui ogni sofferenza trovi com-passione, in cui ogni famiglia con il suo carico di dolore e fatica possa sentirsi capita e rispettata nella sua dignità. Come ho osservato nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, «l’attenzione dedicata tanto ai migranti quanto alle persone con disabilità è un segno dello Spirito. Infatti entrambe le situazioni sono paradigmatiche: mettono specialmente in gioco il modo in cui si vive oggi la logica dell’accoglienza misericordiosa e dell’integrazione delle persone fragili» (n. 47).
Nel cammino di inclusione delle persone disabili occupa naturalmente un posto decisivo la loro ammissione ai Sacramenti. Se riconosciamo la peculiarità e la bellezza della loro esperienza di Cristo e della Chiesa, dobbiamo di conseguenza affermare con chiarezza che esse sono chiamate alla pienezza della vita sacramentale, anche in presenza di gravi disfunzioni psichiche. È triste constatare che in alcuni casi rimangono dubbi, resistenze e perfino rifiuti. Spesso si giustifica il rifiuto dicendo: “tanto non capisce”, oppure: “non ne ha bisogno”. In realtà, con tale atteggiamento, si mostra di non aver compreso veramente il senso dei Sacramenti stessi, e di fatto si nega alle persone disabili l’esercizio della loro figliolanza divina e la piena partecipazione alla comunità ecclesiale.
Il Sacramento è un dono e la liturgia è vita: prima ancora di essere capita razionalmente, essa chiede di essere vissuta nella specificità dell’esperienza personale ed ecclesiale. In tal senso, la comunità cristiana è chiamata ad operare affinché ogni battezzato possa fare esperienza di Cristo nei Sacramenti. Pertanto, sia viva preoccupazione della comunità fare in modo che le persone disabili possano sperimentare che Dio è nostro Padre e ci ama, che predilige i poveri e i piccoli attraverso i semplici e quotidiani gesti d’amore di cui sono destinatari. Come afferma il Direttorio Generale per la Catechesi: «L’amore del Padre verso questi figli più deboli e la continua presenza di Gesù con il suo Spirito danno fiducia che ogni persona, per quanto limitata, è capace di crescere in santità» (n. 189).
È importante fare attenzione anche alla collocazione e al coinvolgimento delle persone disabili nelle assemblee liturgiche: stare nell’assemblea e dare il proprio apporto all’azione liturgica con il canto e con gesti significativi, contribuisce a sostenere il senso di appartenenza di ciascuno. Si tratta di far crescere una mentalità e uno stile che metta al riparo da pregiudizi, esclusioni ed emarginazioni, favorendo una effettiva fraternità nel rispetto della diversità apprezzata come valore.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per quanto avete fatto in questi venticinque anni di lavoro al servizio di comunità sempre più accoglienti e attente agli ultimi. Andate avanti con perseveranza e con l’aiuto di Maria Santissima nostra Madre. Io prego per voi e vi benedico di cuore; e anche voi, per favore, pregate per me.

La lezione di Lucrezia
«Ci ha dato una lezione: lei rischia, non ha paura delle diversità, sa che è una ricchezza e per questo non sarà mai discriminata». Abbracciando Lucrezia, una bambina down di sette anni, che gli si è avvicinata durante l’udienza (con tanto di pelouche e macchina fotografica tra le mani), Papa Francesco ha chiesto con forza che nessuna persona con disabilità intellettiva venga più messa ai margini della vita della comunità cristiana, come invece accade purtroppo ancora oggi.
Il grido di Papa Francesco si è levato insieme con quelli di tantissimi bambini e ragazzi che, nell’aula Paolo VI, sabato mattina, 11 giugno, hanno dato vita a un incontro di festa ma anche di testimonianza. Come hanno fatto capire subito le tre domande poste direttamente a Francesco. Lavinia, una ragazza con disabilità intellettiva che fa parte della parrocchia romana dei Santi martiri dell’Uganda, ha puntato sulla constatazione che «la diversità è sempre una ricchezza e non deve far paura: ognuno di noi mette in campo quello che ha e quello che sa fare: da questo nasce la bellezza della diversità».
E il suo parroco, don Luigi D’Errico, ha posto al Pontefice la questione di «come far diventare più accoglienti le comunità, mettendo al centro chi non è perfetto». Poi la domanda più incisiva, formulata da Serena, una disabile venticinquenne di Pistoia, accompagnata dal suo parroco, don Diego Pancaldo. «Come fare perché nessun disabile intellettivo venga escluso dalla partecipazione attiva alla liturgia e alla ricezione dei sacramenti?» ha chiesto. E ha aggiunto: quando accadono queste discriminazioni «io non capisco, Papa Francesco, me lo puoi spiegare tu?». La giovane ha così dato il via al dialogo aperto tra il Papa e il mondo della disabilità, tradotto da tredici interpreti nel linguaggio dei segni e animato anche dal coro «Ci hai dato un segno», composto da adulti sordi di Pescara, dal coro «Mani Bianche» della scuola popolare di musica di Testaccio e dal coro «Mani colorate».
Una testimonianza significativa», come ha rimarcato anche l’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi, nel suo saluto a Francesco: «Più siamo piccoli e più facciamo cose grandi». La Chiesa italiana vuole «superare vecchi stereotipi e convinzioni, aprendosi finalmente all’inclusione delle persone disabili» ha aggiunto suor Veronica Amata Donatello, responsabile del settore per la catechesi delle persone disabili dell’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza episcopale. oltre che animatrice del convegno «… E tu mangerai sempre alla mia tavola» (secondo libro di Samuele, 9, 1-13), svoltosi nell’aula Paolo VI prima dell’incontro con il Papa. E se, fino a non tanti anni addietro, si parlava ancora di «handicappati o persino di infelici», adesso anche il linguaggio si è ripulito. A farsi spazio, talvolta a fatica, è l’idea della persona nella sua interezza. «Nessuno può essere identificato con il proprio limite né con la propria disabilità, essere persona ci accomuna come cristiani» ha precisato suor Veronica.
Durante il convegno sono state presentate dieci testimonianze di buone prassi concrete. «Al nostro appello hanno risposto oltre centodieci diocesi, che si sono impegnate tanto in questi anni. La catechesi delle persone disabili non si occupa in prevalenza dell’iniziazione cristiana — ha spiegato suor Veronica — ma accompagna la Chiesa e le comunità nella vita quotidiana. È il caso di un corso per fidanzati, della cui équipe fa parte una coppia con disabilità».
Al convegno è emerso che è la disabilità cognitiva a spaventare e a non trovare risposte adeguate nella pastorale. «Ma sono questioni che interrogano tutti, dal sacerdote all’operatore pastorale», è stato rilevato. Con una certezza: «non è possibile non riconoscere nelle persone con disabilità intellettiva la presenza del Signore e persino una guida nella vita cristiana», come ha suggerito il messaggio fatto pervenire da Jean Vanier.

Da L’Osservatore Romano, domenica 12 giugno 2016, p. 7

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