"Chi fa bene, trova bene; chi semina benedizioni, trova benedizioni."
Don Orione

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Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

 

Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica

Saranno oltre 200 i giovani orionini che prenderanno parte alla tre giorni di preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Cracovia dal 26 al 31 luglio 2016 con la presenza di Papa Francesco.
L'appuntamento è per il 22 luglio a Varsavia dove i giovani orionini provenienti da Italia, Ucraina, Brasile e Bielorussia troveranno i loro coetanei polacchi ad attenderli.
Il programma, che si chiuderà il 26 luglio, prevede la visita alle case religiose e le parrocchie orionine di Varsavia, Lazniew e di Wolomin con l'obiettivo di vivere insieme una tre giorni di preparazione nell'ottica della solidarietà e della misericordia prima di trasferirsi a Cracovia, dove tutti, divisi per gruppi linguistici, seguiranno il programma della GMG con il Papa.
In particolare il programma prevede dopo l'arrivo e l'accoglienza del 22 luglio nelle tre parrocchie orionine della capitale polacca, i giovani orionini visiteranno il giorno seguente, sabato 23 luglio, la città di Varsavia, dove, presso il Tempio della Divina Misericordia, assisteranno alla Santa Messa presieduta dall'Arcivescovo metropolita di Varsavia, il Cardinale Kazimierz NYCZ. L'incontro centrale, però, avrà luogo domenica 24 luglio, sempre a Varsavia, presso l'Istituto per i ragazzi in difficoltà di Via Barska 4. Ad accogliere gli ospiti ci saranno una cinquantina di volontari polacchi e sarà l'ultima tappa della fase preparatoria alla GMG.
"I giovani polacchi – dichiara Don Sylwester Sowizdrzał, segretario generale dell'Opera Don Orione - aspettano con ansia questo evento. L'ultimo incontro di questo tipo, infatti, si era svolto in Polonia nel 2008, dopo la GMG di Sydney, con la partecipazione di 250 giovani di 6 paesi. È stato un incontro indimenticabile, organizzato per i giovani che non erano potuti andare a Sydney".
"Da quel momento – aggiunge Don Sylwester Sowizdrzał - è cominciata la tradizione delle GMG orionine. Infatti la successiva si è svolta a Madrid nel 2011, con un successivo incontro in Italia, e l'ultima a Rio de Janeiro nel 2013. In questo modo i giovani orionini hanno potuto non solo partecipare alle GMG, ma anche a godere il piacere di stare insieme, fare un bel cammino di condivisione e creare contatti anche a livello internazionale".

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Vogliamo ricordare con il seguente video il 30° di ordinazione sacerdotale del rettore don Renzo Vanoi.
Era esattamente il pomeriggio del 28 giugno ad Inarzo, nella Chiesa natale dedicata alle “colonne e fondamento della Chiesa” che Mons. Maggioni, allora vescovo di Alesandria ordinava sacerdote don Renzo sacerdote della Piccola Opera della Divina Provvidenza di Don Orione. Il giorno seguente, 29 giugno la prima Santa Messa.

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Don Orione trascorse in Argentina gran parte dei tre anni, dal 1934 al 1937. In questo tempo incominciò a parlare e scrivere qualcosa in spagnolo, per necessità di comunicare direttamente con le persone e per virtù di inculturazione, volendo “farsi argentino con gli argentini”.
Nei suoi scritti e discorsi in italiano, mentre era in America Latina e poi anche al suo ritorno in Italia, ricorrono parole ed espressioni in spagnolo. Una parola, in particolare, gli rimase cara e usò frequentemente: los desamparados. L’espressione merita un approfondimento non in quanto dettaglio linguistico ma perché è divenuto termine, direi, carismatico.

Pubblichiamo una nota condivisa da Don Flavio Peloso che parte da alcune righe che un confratello argentino, Facundo Mela, ha inviato lui, a riguardo del significato etimologico del termine desamparados.  

Che significa desamparado?
La parola desamparado è il participio passivo del verbo desamparar, il cui primo significato è abbandonare, lasciare qualcuno senza protezione (amparo) e senza aiuto di qualcosa di cui necessita.
Il prefisso des- indica la negazione del significato della parola semplice alla quale è anteposto; indica privazione, essere «senza».
Il verbo amparar significa proteggere, soccorrere, dare rifugio, mettere al coperto; valersi dell’aiuto o protezione di qualcuno o di qualcosa.
Il sostantivo amparo significa azione ed effetto del proteggere o proteggersi; protezione, aiuto, sostegno, patrocinio; riparo, ricovero, asilo, rifugio; significa persona o cosa che protegge.
Dunque, desamparado ha un significato concreto, materiale (chi non ha riparo, ricovero, asilo, rifugio, un luogo dove proteggersi), ma ha anche un significato morale e relazionale (chi è senza aiuto, chi non ha una persona a cui ricorrere, chi possa curarsi di lui).

Per capire il significato di amparo e dunque di des-amparados, ci è di aiuto il testo della preghiera mariana più antica e a tutti nota, il Sub tuum praesidium confugimus.  Ebbene, in spagnolo viene tradotta con “Bajo tu amparo nos acogemos”. In italiano diventa “sotto la tua protezione cerchiamo rifugio”; similmente in inglese è “We fly to Thy protection”. Si discosta alquanto la traduzione francese: “Sous l'abri de ta miséricorde, nous nous réfugions”. Quest’ultima traduzione è la più fedele al significato originario del testo greco della preghiera, dove c’è il termine εὐσπλαγχνία che normalmente viene tradotto con misericordia e fa riferimento alle σπλάγχνα, cioè alle viscere materne, in ebraico raHámîm
Questo è il rifugio cui l’orante ricorre invocando Maria: l’utero, il grembo, le viscere materne, da cui derivano i sentimenti di misericordia e compassione e gli atti di accoglienza, protezione, di aiuto.
Da queste prime notizie etimologiche ricaviamo l’indicazione che i des-amparados sono coloro che hanno bisogno di rifugio concreto e di misericordia del cuore, di aiuto (pane, tetto, salute) e di compassione, di servizi e di relazioni.

Don Orione, che nel suo vocabolario apostolico aveva già raccolto una infinita litania di nomi e di situazioni di poveri e di povertà, rimase colpito da questa parola spagnola che trovò forse più completa ed espressiva di altre, speculare al suo concetto di “provvidenza”: desamparado è chi non ha provvidenza.

Qualche testo di Don Orione
Don Orione conobbe e usò il termine spagnolo desamparado soprattutto quando prese a ideare, promuovere e realizzare il Piccolo Cottolengo Argentino di Claypole.
Il primo documento che testimonia l’uso del termine da parte di Don Orione è il discorso radiofonico alla Radio Callao, il 25 aprile 1935, alcuni giorni dopo la benedizione della prima pietra del Piccolo Cottolengo di Claypole. Negli appunti scritti per questo discorso leggiamo: “He venido a la Argentina, para ponerme en manos de la Divina Providencia, como humilde instrumento para ayudar y consolar a los miembros más doloridos y desamparados de su sociedad, fundando un Pequeño Cottolengo”.
Due giorni dopo, il 27 aprile, usò desamparados in un testo italiano: “Al Cottolengo si vive allegramente: si prega, si lavora, nella misura consentita dalle forze: si ama Dio, si amano e si servono i poveri. Ne los desamparados si vede e si serve Cristo, in santa letizia”.  
    Predicando gli esercizi spirituali (6-15 gennaio 1936) nella “Casa de Lanús” (Villa Dominico), assieme al Padre Rodolfo Carboni, Don Orione diede una sua definizione di desamparados. “Noi non siamo per i nobili, per i figli dei ricchi, per le alte classi sociali. I Figli della Divina Provvidenza vivono della mercede di Dio, della vita di lavoro e di povertà, solo, dobbiamo essere per i poveri, per i più poveri, per i rifiuti, per los desamparados (per gli abbandonati) della società”.

Don Orione traduce desamparados con abbandonati. Diventò una parola chiave del Piccolo Cottolengo, perché ne indicava i destinatari:
- “los nuevos pabellones para los desamparados”;  
- “la Institución del «Pequeño Cottolengo», destinada a proporcionar triple ayuda, social, moral y material a los desamparados de la sociedad”;  
- “Pequeño Cottolengo, institución de caridad que recibe gratuitamente a las personas más desamparadas”;
- “istituzione di carattere sociale morale e materiale, accoglie gratuitamente los desamparados di qualunque nazionalità e di qualunque religione, che non trovano ricovero in altri Istituti di beneficienza”;
- (Ad amici e benefattori) “Queráis acordaros siempre de estos nuestros hermanos desamparados. ¡Dios perdona muchas cosas por una obra de misericordia!”.
    
Don Orione presentava San Giuseppe Benedetto Cottolengo come “el Santo de los desamparados”;  e animava a “infervorarci nell’amore di Dio e degli uomini, specialmente de’ più umili de’ più abbandonati e infelici, guardando al Santo che è il protettore de los desamparados. Imparare da lui la strada.   

Desamparados: è una condizione.
A ben pensare, i desamparados, dei quali parla Don Orione, non sono una nuova e particolare categoria di poveri, ma sono i poveri in situazione di “abbandono”. Questi sono per Don Orione “i più poveri?”. In alcuni scritti, fa una identificazione: desamparados = senza provvidenza umana.
“I più poveri fra i poveri sono quelli cui nessuno provvede e non possono essere accolti in altri Istituti”.  Infatti, “Quelli che hanno protezione da altra parte, per loro v’è già la provvidenza degli uomini, noi siamo della Provvidenza Divina, cioè non siamo che per sopperire a chi manca ed ha esaurito ogni provvidenza umana. Dove finisce la mano dell’uomo, là comincia la mano di Dio”.  
In questa insistenza sui più poveri, sui desamparados Don Orione rivela non solo una sensibilità umana-sociale, ma ancor più una scelta carismtica-pastorale: la carità verso “i più abbandonati, los mas desamparados” era per lui il segno pubblico e semplice, efficace e convincente, “per far sperimentare la Provvidenza di Dio e la maternità della Chiesa”.

L’istituzione simbolo, fondata sul criterio della scelta dei più poveri nel senso di più sprovvisti di provvidenza umana, fu ed è certamente il Piccolo Cottolengo. Per il santo Cottolengo, come anche per Don Orione, “tra tutti i poveri, il Piccolo Cottolengo accoglie quelli che sono più abbandonati e i rifiutati da tutti. Per esservi accettati infatti bisogna non avere trovato provvidenza presso gli uomini”.  
Ai tempi del Fondatore, le categorie più abbandonate a se stesse e più sprovvedute erano quelle dei cosiddetti “rottami della società”, cioè persone con gravi limiti e problemi fisici e psichici. Avvenne così che i nostri Piccoli Cottolengo furono popolarmente identificati come luoghi di accoglienza per queste categorie di persone. Ma di per sé il Piccolo Cottolengo era “aperto a tutti quelli che il mondo rifiuta”,  “per chi non ha altro rifugio”. Per questo ospitava, con una sorprendente e affascinante convivenza, anche orfani, anziani abbandonati o disadattati per vari problemi (oggi si direbbe out cast, border line), persone fuori di ogni schema di schedatura, di categoria, di istituzione, e, soprattutto, di sovvenzione.

E oggi?
Mi rendo conto che le conoscenze ideali e pratiche qui richiamate sono molto importanti nel momento in cui, oggi, dobbiamo inculturare il carisma nelle nuove situazioni sociali con nuove risposte e nuove forme. Anche oggi vi sono persone e intere fasce di persone che sono fuori della tavola prevista dal welfare statale o privato, senza posto o senza requisiti per l’inserimento nelle istituzioni sovvenzionate dalla provvidenza-previdenza sociale. Sono desamparados. Abbiamo ancora spazio per queste persone? Con quali forme e istituzioni di accoglienza possiamo ancora tenere “aperta la porta del Piccolo Cottolengo” o aprire altre porte più adatte per rispondere alle situazioni dei desamparados di oggi?  
“Solo dobbiamo essere per i poveri, per i più poveri, per i rifiuti, per los desamparados (per gli abbandonati) della società”.  Questo chiodo fisso del nostro scopo carismatico non vale solo per i Piccoli Cottolengo o per le altre istituzioni caritative-assistenziali. Vale anche per le nostre “parrocchie in zone povere”,  per le “scuole e collegi per fanciulli poveri e del ceto operaio”.
La prospettiva dei desamparados dà una focus a tutte le identità e attività orionine. Infatti, il termine desamparados indica molto più che una categoria sociologica di poveri. Suggerisce una destinazione, una dinamica e uno stile di servizio e apostolato che Papa Francesco sta proponendo appassionatamente ed esemplarmente a tutta la Chiesa.

Concludendo
Nessuna incertezza, dunque, “i più poveri” di Don Orione e degli Orionini sono “i più abbandonati”, i “desamparados”, i più sprovvisti di altre provvidenze.  A caratterizzare il “privilegium orioninum” per i poveri è il loro più o meno grande grado di abbandono e di mancanza di altre previdenze: “Noi siamo della Provvidenza Divina, cioè non siamo che per sopperire a chi manca ed ha esaurito ogni provvidenza umana”.
L’inculturazione/rinnovamento del servizio ai “poveri più poveri” nelle odierne situazioni sociali è un punto fondamentale per la custodia e la promozione del carisma orionino. Si sta realizzando con ri-partenze dai più poveri nelle nuove missioni, ma anche nelle Province consolidate, come in Italia, mediante gruppi di aiuto, centri di ascolto, case famiglia per la vita nascente, piccole istituzioni per minorenni in difficoltà, iniziative di accoglienza per immigrati, ambulatori gratuiti per poveri, iniziative di sostegno a poveri fuori delle istituzioni, ecc.
In quanto religiosi e in quanto comunità orionine dobbiamo portarci “in prima linea Pro Providentia!”.  Diversamente finiremmo fuori gioco. Un Orionino fuori campo dei poveri desamparados è fuori gioco e non potrà realizzare il suo goal carismatico.

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Giovedì, 23 Giugno 2016

Buon compleanno, Don Orione!

Nel 1872, 144 anni fa a Pontecurone, nasceva Luigi, ultimo dei quattro figli di Carolina Feltri e Vittorio Orione.
Nel 1940, poco prima che l’Italia entrasse nel secondo conflitto mondiale, muore a Sanremo, il 12 marzo.
Nell’arco della sua vita, semina in tutta l’Italia e nel mondo la carità di Cristo.
La sua opera continua grazie alla Piccola Opera della Divina Provvidenza, che ha da poco vissuto un momento importante della sua storia, il XIV Capitolo generale.
Ecco allora un regalo per tutti coloro che, nel loro operare come sacerdoti, suore, laici, cercano ogni giorno di camminare nel solco tracciato da San Luigi Orione: le immagini, i volti, le parole dei partecipanti al Capitolo Generale siano per tutti motivo di riconoscenza davanti a quest’opera che abbraccia il mondo intero, siano occasione di preghiera perché le nostre attività siano sempre a servizio di Cristo e dei poveri, siano sorgente di rinnovata speranza per essere pronti a seguire le vie indicate dalla provvidenza.

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Con la sessione degli esami estivi si è concluso "l'anno zero" o propedeutico per i sei candidati-seminaristi.
Buono il risultato finale e l'impegno profuso per tutto l'anno scolastico.
Per ognuno di essi il responsabile delle formazione, Don Fabio Cerasa, ha preparato una breve relazione conclusiva.
Prima di ritornare in famiglia per un breve periodo di vacanza il gruppo ha vissuto una giornata di ritiro spirituale durante il quale i giovani sono stati invitati a scrivere la domanda di "ammissione al postulato".
Domanda che sarà inoltrata al Direttore provinciale, con la relazione di fine anno, al loro rientro dalle vacanze.
Nei primi giorni di luglio (non appena tutti i permessi e i visti saranno completati) i sei candidati-seminaristi raggiungeranno Velletri (Roma) per un’esperienza in Italia che prevede un corso di lingua, la conoscenza di alcune comunità e attività orionine, il servizio a Tortona durante la festa della "Madonna della Guardia".
Il rientro a L'viv è previsto per i primi di settembre.
Dopo qualche giorno in famiglia, il 15 settembre, il gruppo inizierà il percorso di formazione teologica frequentando il "primo anno di filosofia" presso lo studentato dei "Padri Basiliani" a Brjukovic, a pochi chilometri da L'viv.
E' in fase di spedizione la lettera per la "Questua vocazionale" -stile don Orione- che ogni anno viene inviata alle Eparchie (le diocesi) limitrofe.
Durante l'anno Don Egidio Montanari ha raggiunto una ventina di paesi sparsi nella campagna ucraina della nostra Regione (L'viv) per presentare l'attività che svolgiamo nel "Centro Divina Provvidenza", far conoscere la vita e il carisma di Don Orione e invitare qualche giovane a seguire le sue orme entrando in monastero
Durante l'anno sono stati fatti 8 "ritiri Vocazionali" ai quali hanno partecipato circa 200 ragazzi e giovani.
Alcuni hanno già chiesto di entrare in monastero il prossimo anno per una prima esperienza.
Sono piccoli segni che l'attività vocazionale e il consolidamento della attuale comunità religiosa (quattro confratelli) sta muovendo i primi passi concreti, guardando al futuro con speranza e fiducia grande nella Divina Provvidenza.

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Intervista a Don Romolo Mariani dopo alcuni giorni a Melendugno, Lecce.


D. - Don Romolo come hai passato questi giorni fuori dal Centro don Orione?

R. Molto bene!

D. - Dove sei stato?

R. A Melendugno, località in provincia di Lecce, presso la famiglia di Oronzo Mazzeo, laici orionini, perché da lunga tradizione sono molto legati all'Opera don Orione.

D. - Quale motivo ti ha spinto a recarti a visitare questa famiglia a Melendugno?

R. D'accordo con il direttore di questa comunità don Ivaldo Borgognoni), ho accettato ben volentieri di far visita a questa famiglia. Sono persone degne di essere menzionate e meglio conosciute dall'Opera don Orione.
In questa famiglia ci sono due medici, bravi, preparati e disponibili, non solo per aiutare me ma chiunque avesse bisogno di cure caritatevoli.

D. - Rientrando in comunità dopo questo periodo come va con la tua salute?

R. Sono rientrato a Roma in buona salute, mi sento abbastanza bene, ho appreso con gioia la notizia dell'avvenuta nomina dei Superiori della Congregazione, ai quali auguro di continuare a servire la Congregazione come voleva San Luigi Orione: "Servire la Chiesa e i poveri come se fossero Gesù Cristo"

- Don Romolo si è recato in provincia di Lecce dal 17 al 26 maggio u. s. accompagnato dalla  signora Giusy, infermiera professionale, venuta come volontaria da Milano.

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Venerdì, 10 Giugno 2016

Intervista a Mons. Andrea Gemma

Dopo aver pubblicato la notizia del suo compleanno QUI, pubblichiamo adesso una bella intervista da parte del chierico del Teologico, Pitreti Fabian.

 

Lei è stato 17 anni il pastore della diocesi di Isernia. Chi è il vescovo?

È un padre, un fratello e un pastore. Queste tre parole riassumono la figura del vescovo: fratello specialmente con i sacerdoti, con coloro che hanno bisogno; quindi, fratello, sempre per accogliere, con le braccia aperte. Lo sapevano tutti nella mia diocesi che per arrivare da me non c’era bisogno di passare attraverso troppe porte e attraverso troppi segretari. Ogni persona entrava nelle ore di ufficio e arrivava direttamente alla porta del mio episcopio. Quindi, porte aperte. Poi, fratello, soprattutto con i sacerdoti che si devono sentire compresi, amati. Questo non esclude però la fermezza circa i principi, circa la verità, circa la fede, circa la morale. Quindi, in questo bisogna essere fermi.
Il vescovo deve essere pastore, nel senso di offrire continuamente il magistero della Parola. Mentre il mio successore non ha scritto nessuna lettera pastorale io ne ho scritte 37.  Sono rimasto ad Isernia 17 anni, questo vuol dire più o meno 2 lettere all’anno, alcune erano dei piccoli trattati, come per esempio quella sulla Calunnia. La lettera pastorale che mi ha fatto poi conoscere anche oltre oceano sono quelle 4 paginette sul ministero dell’esorcista, nella quale io ho detto: “Ecco oggi, sono stato a messa dal Papa, era il 29 giugno 1991, e mi è venuta l’ispirazione di dedicarmi a quello che è un ministero al quale il vescovo è autorizzato ex natura, cioè il ministero dell’esorcismo, di combattere contro il demonio. Ho scritto tutto in 4 paginette, è la lettera pastorale numero 14, e così è cominciato il mio ministero di esorcista. E poi ho approfondito questo argomento nei miei libri: Io vescovo esorcista, che ha avuto molte ristampe, Confidenze di un esorcista, I trofei del Satana. E’ il lamento inascoltato delle sue vittime dove ho raccolto le testimonianze di quelli che sono stati tribolati per colpa del demonio e le ho commentate. E’ un bel volume, si può trovare anche nelle librerie cattoliche.

Ha toccato questo argomento dell’esorcista, però prima di arrivare li, volevo chiederle sempre sul suo ministero come vescovo. Quante parrocchie aveva e ogni quanto andava a visitarle?

Avevo 48 parrocchie le visitavo continuamente. Tutte mi hanno avuto e accolto almeno 5, 6 volte. E la visita pastorale, per me, consisteva in una settimana intera di visite, di ascolto, nelle quale io aprivo le porte anche ai fedeli. Quindi chi voleva venire a parlare poteva venire nella parrocchia dove andavo a tenere la visita pastorale.

Il vescovo è il pastore di tutti, dei fedeli, non solo dei preti.

Ovviamente, Di tutti! Anche dei ricchi, come ci ha insegnato Don Orione perché anche loro hanno bisogno di essere aiutati e di spendere bene il loro potere, il loro avere.

Don Orione ricordava due preti che da seminarista, lo avevano colpito quando stava facendo le elementari. Quindi, quella testimonianza che gli hanno dato, ha in qualche modo coinvolto anche il suo animo da rispecchiarsi in questo periodo da quando è vescovo?

Certamente. Infatti, da vescovo mi son chiesto: che cosa mi insegna Don Orione? E mi sono riferito a questi due preti che sono stati maestri delle mie elementari. Quando ho espresso il mio desiderio di farmi prete, questi preti, con molta discrezione, non mi hanno mai più lasciato. Mi chiamavano, mi davano dei piccoli incarichi.

Quanto è importante, secondo lei, la testimonianza di un prete vero, di un prete profondamente coinvolto da Dio?

Per me, la testimonianza è fondamentale. Uno slogan mio è questo: prete, nasce da prete.

In questi 17 sette anni, ricorda qualche momento difficile?

Ho trovato difficoltà soprattutto con la classe politica. Poi, anche con le strutture burocratiche, come per esempio quando ho costruito la porta di bronzo della cattedrale, la soprintendenza ai beni artistici, mi vietò di collocarla, e questa è rimasta 7 anni appoggiata alla facciata della cattedrale. Non messa in funzione.  Dopo 7 anni, stanco di vederla in quella posizione, decisi di fare un colpo di mano. Ero in Terra Santa, c’era con me anche il parroco della cattedrale. Telefonai ad un imprenditore amico e gli dissi di approfittare una notte e di collocare la porta al suo posto cosicché, al mattino tutti la potessero contemplare al suo luogo e in piena funzione. Dissi a me stesso: “Se a costoro dispiace la vengano a togliere”.
Puoi andare anche tu a vederla è molto bella. La cosa fece rumore. Ci furono critiche da parte della soprintendenza ma intanto la porta è là splendida, bellissima: poema di amore alla Vergine santa. Io dico quando ci si trova davanti ad un muro l’unica soluzione è quella di farlo cadere, e agire di conseguenza.

A proposito di questo esempio portato da lei, di questa porta su cui era scolpita l’immagine di Maria, quanto è importante la Madonna per un vescovo?

La Madonna è tutto. Lo ripeto: la Madonna è tutto! Al noviziato, dove adesso si trova il vostro Teologico, ho imparato ad amare la Madonna e da lì non mi ha mai abbandonato. Ho scritto 18 libri sulla Madonna. La Madonna è stata per me sempre una Madre. Infatti, ho scritto sulla mia immagine di ordinazione sacerdotale questa frase di Don Orione che dovresti conoscere: “Leggete sulla mia fronte, leggete nel mio cuore, leggete nella anima mia, non vi vedrete cosa che non porti scritto: grazia di Maria”.

Veramente bella questa frase di Don Orione. La ringrazio per avermela ricordata. Ma, vorrei chiederle: Gesù ci indica tre virtù cardinali. Quali sono le tre virtù, i tre pilastri di un vescovo?

La fede innanzitutto, la fiducia, che è diversa dalla fede, e poi, la pazienza, tanta tanta pazienza. Tacere e soffrire, come diceva Don Orione. Infatti lui ha delle frasi bellissime in questo senso. Tacere e soffrire, cioè accettare quello che il Signore manda.

Il vescovo, quello che porta il peso della sua Chiesa locale…

Si, si… Non pensiamo al vescovo come un grande, come un principe della Santa Romana Chiesa. Il vescovo è un fratello tra i fratelli. Naturalmente non rinuncia a nessun segno della sua dignità: la croce pettorale, l’anello, un vestito come si deve, anche qualche merletto, ecc. Non bisogna essere esagerati, però bisogna continuamente pensare alla carità fraterna. Carità, carità. E Don Orione in questo ci è maestro. Tu sai che nel sistema italiano, ai vescovi viene data una parte dell’8/1000 che deve essere per le opere di carità. Ed io da questi soldi traevo molte elemosine. Qualcuno mi accusò addirittura presso mia madre dicendo che io largheggiavo troppo nel distribuire danaro.  Io feci vedere a mia madre il libro mastro: ad ogni uscita segnata come elemosina corrispondeva immediatamente dopo una entrata di offerta spesso superiore alla elemosina stessa.

Ha ricordato la sua mamma. Quale ruolo ha avuto la sua mamma nella sua vita?

Eh… una grande importanza. Davvero grande importanza. È stata orfana fin da bambina e cresciuta da uno zio, ma sapeva fare di tutto. La prima talare me la cucì lei stessa.

Parlava della carità che è molto importante per un Orionino. Quest’anno viviamo il Giubileo straordinario della Misericordia. Cosa significa questa misericordia di Dio?

Il Papa ci dice quello che ci direbbe Don Orione: usate misericordia. Ma bisogna essere anche attenti. Misericordia sì, ma anche amore alla verità. Io non posso sotto il manto della misericordia non vedere la tua mancanza di qualsiasi virtù e quindi non ammonirti. L’ammonizione, la correzione è un tipo di misericordia. Il perdonare tutto e sempre, far finta di non vedere, non è misericordia, è lassismo. È diverso il lassismo dalla misericordia. La misericordia vuol dire non ingrandire il male, ma ingrandire il bene e soprattutto non dire bene al male. Infatti, la società d’oggi ha bisogno di giustizia perché ci sono troppe disuguaglianze.

Che importanza ha avuto la misericordia nel suo cammino sacerdotale?

Io sono passato quasi sempre come uno piuttosto severo. A scuola ero terribile: mi chiamavano il burbero benefico. Ma, qualche mio alunno poi mi ha difeso dicendo: “Sì, don Gemma era severo specialmente a scuola, quando non studiavamo, però quando si andava nel suo ufficio era l’accoglienza in persona”.

Quindi, Monsignor Gemma, un pastore che è passato piuttosto con questa immagine del prete severo ma che, ecco, si fa strada per la misericordia di Dio per quelli che soffrono per la colpa della possessione diabolica, agli ultimi degli ultimi. In questa realtà ci sono più o meno queste categorie di persone: quelli che vedono dappertutto il demonio e quelli che non credono nella sua esistenza. Ci può spiegare questa realtà?

Hm… In quello che riguarda l’esistenza del demonio, ci sono tanti segni che lui esiste. Come si fa a negare l’esistenza del demonio quando ci sono tutti questi mali nel mondo? Io mi sono sempre rifatto a un piccolo brano di un libro di Joseph Ratzinger dove parla del demonio. Vedendo quello che succede nel mondo, questa orchestrazione del male, è difficile non pensare ad uno che soffia nel fuoco per aumentare il male nel mondo. Il demonio spiega quel male che c’è nel mondo, quel male nascosto, la correzione, l’odio, la guerra. Come si fa a negare che ci sia uno spirito che spinge a tutto questo. Dio, per grazia, lo tiene legato e allenta la corda a suo piacimento, quindi non permette niente che non voglia lui, però il demonio c’è. Io ho trovato questa frase nella lettera di Barnaba in cui si dice pressappoco che il demonio impazza continuamente nel mondo.

Come si arriva alla possessione. Un cristiano, una persona, come arriva a questa situazione?

Se leggerai il mio libro “Io vescovo esorcista” lì c’è tutto spiegato. Innanzitutto perché Dio lo permette, però si arriva alla possessione dopo una vita di peccato insistente e continuo, perché ha abbandonato la preghiera e i sacramenti, quindi ha perso la fiducia in Dio, ma soprattutto perché ha partecipato a dei riti magici, ha frequentato occultisti. Quindi, a mano a mano che noi togliamo spazio a Dio nel nostro animo, il demonio avanza. Naturalmente non dobbiamo pensare che la possessione sia una cosa facile e frequente. Nel mio ministero avrò incontrato al massimo 10 posseduti.  Ma la causa principale è l’aver partecipato a una operazione occultistica. Questo è il modo più frequente. Infatti, quando le persone vengono, chiedo loro: “Hai mai partecipato a una operazione di questo genere”? Se mi rispondono di sì, allora gli dico che ho capito. Perché partecipare ad una realtà di questo genere significa aprire la finestra al demonio che ci viene addosso.

Gli altri invece?

Gli altri sono “maleficiati” ossia oggetto di maleficio, cioè colpiti dal male mandato addosso a una persona per mezzo del demonio. Il maleficio consiste nel buttare addosso ad una persona ogni male facendo intervenire il demonio, il quale non aspetta altro. Le conseguenze di tali malefici le puoi leggere nel mio libro in cui ho raccolto diverse testimonianze delle povere vittime: “I trofei del Satana e il grido inascoltato delle sue vittime”.

L’esorcista libera la persona dal maleficio?

Sì, se si impegna con l’aiuto di Dio e domandandolo a Dio, si impegna a opporsi al demonio. Naturalmente l’esorcismo è una preghiera, si può fare una preghiera imperativa, cioè dire al demonio: vattene, e dire al demonio nel nome di Dio e della Chiesa Vattene, libera quest’anima.  

Perché il Signore lo permette?

Il Signore lo permette per purificare la persona stessa, perché se un posseduto accetta questa sua condizione, ci soffre, lo offre a Dio, acquista grande merito. È un mezzo di purificazione, è il purgatorio anticipato quaggiù. Comunque Dio trae sempre qualche bene dal male.

Immagino che in queste esperienze, non soffre soltanto la persona, ma soffre anche la famiglia.

Sì … tanto, tanto, tanto. Specialmente se il posseduto è un bambino, un giovane o una ragazza. Questo è l’oscuro mistero del male al quale noi possiamo fare come fa il salmista: Signore perché taci? Signore perché ti nascondi? Perché permetti questo? Quindi, se lo fa il salmista possiamo farlo anche noi. Io penso che se tu lo accetti, riesci a ricavare da questo male un grande bene. Questa è la tattica di Dio: di ricavare il massimo di bene anche dal massimo del male.

Lei come esorcista ha fatto un sacco di bene. Ci può dare un esempio di una persona che ha cambiato vita?

Sì, questo dev’essere certo. La persona può cambiare vita. Non mi ricordo più il nome della prima persona che ho liberato, si è liberato dopo una quaresima intera, dopo quaranta giorni, in cui lo esorcizzavo quotidianamente. La famiglia è venuta a Isernia. Questo povero ragazzo aveva partecipato a una seduta spiritica in classe. C’è voluta un’intera quaresima con esorcismo quotidiano perché si liberasse. Il giorno di sabato santo cadde a terra ed emise questa voce: “Adesso me ne devo andare… Era il maligno che se ne tornava all’inferno. Il giovane continuò a corrispondermi per lettera e per telefono e credo sia tuttora sulla buona strada.

Qual è il percorso da seguire in un caso di possessione?

Consigliare la persona di andare da un esorcista e pregare per lei.

Il mondo diabolico è di sua natura oscuro ed inquietante. Esercita comunque un oscuro fascino sulle menti, perché?

È un fascino di quello che non si conosce bene. È curiosità. Il male in stesso è un qualcosa che suscita curiosità, quindi si vuol costatare, scavare. Poi ci sono anche le promesse che il demonio fa. Quando nelle sedute parla o per se stesso o per mezzo dello stupido che gli dà la parola, fa delle promesse: “Se mi seguirai avrai questo, questo”. I cartomanti promettono amore, potere e ricchezza. Sono promesse false che bisognerebbe subito smascherare e dire subito non è vero. Io vado dietro il mio Signore che promette la croce ma, dopo, la risurrezione. <Quando si usa se stesso non si usa sé, come hai fatto dopo>

Ci sono un sacco di mezzi che la società ha, ma la vita sembra sempre più pesante. Come mai questa grande difficoltà di portare la croce odierna della gente di oggi?

L’uomo è sempre, per sua natura, assettato di felicità. E quindi lo cerca nelle strade buone e nelle strade non buone, che sono quelle di andare dal cartomante, dalla strega, ecc. Le presumibili scorciatoie sono il massimo inganno del demonio, menzognero fin dall’inizio.

Ci avviamo verso la conclusione. Ha mai avuto timore del demonio?

Eh… certamente, all’inizio sì. Una povera persona, cioè l’esorcista, è naturale che senta il ribrezzo nel trovarsi di fronte al “dragone”. Ecco la parola giusta: ribrezzo, perché più che paura è disgusto. Ma certamente si sente anche la trepidazione. Senza dubbio.


Torno di nuovo sulla figura della Madonna.

Che bello. “Tu hai quella che ti protegge e ti difende... Di fronte alla Madonna il demonio alza le mani e si dichiara implicitamente impotente, l’esorcista lo sa benissimo. E per questo non può essere che un gran devoto di Maria, come cerco di essere sempre più. “Tu hai quella” mi ha detto il demonio tante volte, perché il demonio non la nomina. E infatti ce l’ho qua (e mi fa vedere la croce pettorale dove nel retro c’è la medaglia miracolosa. Il demonio lo sapeva e un giorno per bocca di un ossesso durante un esorcismo lontano da Isernia parlò di quel vescovo che porta la medaglia nel retro della sua croce pettorale, mi telefonarono per cerziorarsi e io dovetti confermare). Il demonio lo sa e quindi trema.
Ed è obbligato a farmi gratuitamente propaganda.

Ormai le domande che avevo preparato per lei sono finite. Quindi, ci può dire una esperienza bella, forte, di fede della sua vita? Giusto per concludere in bellezza questa intervista?

La mia più bella esperienza di fede è stata durante l’anno del noviziato. Come ti dicevo, lì mi sono innamorato pazzamente dalla Madonna. E non perché il padre maestro sia stato un grande teologo, anzi, però era una santa anima. Quindi, in quell’anno ho aperto il cuore alla Madonna. E da quel momento non l’ho più abbandonata e lei non mi ha mai abbandonato. In quel momento ho imparato a conoscere, oltre a Don Orione, anche la Madonna. Così dovrebbero fare tutti i Figli della Divina Provvidenza. Nonostante la mia immagine piuttosto seria, piuttosto pensosa, io sono molto timido di natura, molto sensibile. Quindi, la Madonna è il mio rifugio. Per questo le ho dedicato molte pagine (18 libri) e ho cercato di sviscerare il mistero della Madonna. Per questo le ho dedicato molte prediche che poi le ho trasformate in piccoli trattati. Quindi, prima pregavo, poi parlavo e quindi scrivevo. Infatti la predicazione è stato il mio cavallo di battaglia. Sono arrivato anche a fare 12 prediche in una giornata. Perché segnavo tutto. In parrocchia registravo tutte le mie prediche e poi me le riascoltavo e dicevo: Questo va bene, questo non va bene, e mi davo il voto. Così sono arrivato a 9 volumi di liturgia. Quindi, dall’incontro con il Signore, nella liturgia, nascono i miei trattati. E anche oggi, alla domenica, faccio lo stesso, e poi li metto sul mio sito. Però, devono sapere tutti che quelle prediche io prima le ho pensate, pregate, parlate e scritte. Questa è la vita di un pastore: pregare, pensare, parlare e condividere.

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Venerdì, 03 Giugno 2016

Giornata Santificazione Sacerdotale

In occasione della Festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, si celebra da molti anni la Giornata di santificazione sacerdotale, occasione preziosa per ravvivare nei sacerdoti la consapevolezza del dono ricevuto. Pubblichiamo una riflessione del segretario del Movimento Laicale Orionino Nord-Italia, Fabio Mogni.

In questa solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù si celebra la Giornata di preghiera per la santificazione sacerdotale ed il Giubileo dei sacerdoti e seminaristi nell’Anno Santo della Misericordia.

Il Santo Padre, nell’omelia di questa mattina in Piazza San Pietro, si è rivolto ai sacerdoti dicendo che questa Festa volge lo sguardo a due cuori: quello del Buon Pastore ed a quello dei “pastori”. Ha proposto tre azioni, sulla base delle letture dalla liturgia odierna: “cercare, includere e gioire”.

Come Famiglia orionina, stretta al cuore del Santo Padre, sentiamo proprio dalle parole del santo Fondatore rivolte ad un sacerdote diocesano desideroso di farsi sacerdote, quanto amore si nutre alla Chiesa ed al Papa “dolce Cristo qui in terra”. “In Congregazione, troverà un ambiente molto povero, dice don Orione, ma per quanto riguarda l’amore alla Chiesa, troverà una famiglia religiosa pronta a dargli il sangue e la vita con amore dolcissimo di umili figli. L’amore al Papa è la nostra vocazione”.

Nel formulare un augurio ai nostri sacerdoti e seminaristi vogliamo chiedere direttamente a don Orione una parola sulle tre azioni indicate dal Santo Padre Francesco.

Nella vita hai unito la carità spirituale a quella materiale. Che indicazione vorresti dare ai tuoi figli nell’andare a “cercare” la pecora perduta?
“… bisogna farsi cibo spirituale per i bisognosi di Dio, aprendo i cuori alle innumerevoli miserie umane e farsi servi dei servi, distribuendo la vita ai più indigenti e derelitti per vivere e morire della stoltezza della carità per i fratelli”.      

Le porte delle tue Case hai detto che sono e saranno sempre aperte senza nessuna distinzione di religione e nazionalità. Ci dai qualche indicazione su come stare insieme da fratelli, per vivere un “inclusione” globale, sull’esempio di come Cristo ama e conosce le sue pecore, per loro dà la vita e nessuna gli è estranea?

“Nel Salmo 133 “Ecce quam bonum et quam jucundum habitare frates in unum”, troviamo la gioia dell’abbraccio fraterno di celebrare i beni della carità fraterna e le pure gioie della santa vita religiosa. Come voi ben sapete, viene evidenziato uno dei quattro vantaggi della santa unione delle anime in Dio, della fratellanza cristiana e soavissima carità religiosa. Essi sono l’ineffabile dolcezza, il buon odore di edificazione, la spirituale fecondità, la coppia di tutti i beni celesti, onde sono benedetti da Dio i fratelli concordi e le anime tutte che vivono della carità di Nostro Signore.


“State allegri nel Signore!”, l’hai ripetuto molte volte. Un segreto per questa “gioia” da poter ricevere e donare?

“Tutto dev’essere basato sulla Santissima Eucaristia: non vi è altra vita, sia per noi che per i nostri cari poveri. Solamente così formeremo un cuore solo con Gesù e con i nostri fratelli, i poveri di Gesù. La migliore carità che si può fare ad un’anima è di darle Gesù! E la più dolce consolazione che possiamo dare a Gesù è di dargli un’anima. La vera gioia si trova nella carità”.

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Thomas Gwaro ha rinnovato i voti religiosi a chiusura del mese mariano nel Centro Don Orione di Ercolano. Un forte augurio e Ave Maria e avanti!

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si è svolta in questi giorni l’Assemblea Centrale delle Suore Sacramentine non vedenti, che è stata presieduta dalla Superiora generale, Madre Maria Mabel Spagnuolo e coadiuvata dalla Consigliera generale Sr. M. Gemma Monceri, alla quale hanno partecipato le Suore Sacramentine non vedenti rappresentanti delle varie comunità, accompagnate dalle loro Superiore provinciali.

Lo scopo di questa Assemblea che, secondo le Costituzioni, si deve realizzare nell’anno che precede il Capitolo generale, è stato quello di valutare la situazione attuale di queste comunità, aggiornare sulla realtà e le sfide che si offrono alla loro vocazione specifica e discernere per identificare le prospettive di futuro e le proposte da sottoporre al XII Capitolo generale delle Piccole Suore Missionarie della Carità, che si terrà a maggio del 2017.

È stato un importante momento di spiritualità e di grazia, vissuto sotto la luce dello Spirito Santo in clima di apertura, di libertà, di fraternità e di quella gioia che caratterizza le comunità delle Suore Sacramentine. Le riflessioni e le condivisioni di questi giorni hanno tracciato un vero cammino formativo in fedeltà creativa per il vissuto della loro identità e hanno aperto gli orizzonti alla speranza con una rinnovata fiducia nella Divina Provvidenza.

L’Assemblea si è conclusa con il pellegrinaggio a Tortona, ai piedi della Madonna della Guardia e vicino a San Luigi Orione. Non poteva mancare l’incontro con il pastore di questa Diocesi, Mons. Vittorio Viola, il quale ha accolto paternamente il gruppo delle assembleari e, dopo aver rivolto a loro parole di affetto e di incoraggiamento, ha impartito a tutte le suore presenti la benedizione, nella Cappella dell’episcopio, dove San Luigi Orione è stato ordinato sacerdote il 13 aprile 1895.

Le Suore Sacramentine, partecipanti dell’Assemblea, hanno visitato anche la mostra fotografica allestita nella Casa di 400 £ e hanno condiviso la loro esperienza con la comunità delle Sacramentine di Tortona, nella quale hanno sostato 3 giorni.

Attualmente, oltre alla comunità di Tortona - Villa Charitas, le Suore Sacramentine sono presenti a Buenos Aires (Argentina), San Paolo (Brasile), Santiago (Cile) e Meru (Kenya) e, prossimamente, si apriranno due nuove comunità: a Madrid (Spagna) e nelle Filippine.

La loro vocazione e missione, come Suore Sacramentine non vedenti, costituisce per tutta la Famiglia orionina, per la Chiesa e per il mondo intero, un vero “fermento” e un “segno” dell’amore misericordioso del Padre, una presenza di carità Eucaristica e un invito a guardare con gli occhi della fede, della speranza e della carità, le realtà del nostro tempo, per “Instaurare omnia in Christo”.

 

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Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

 

Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica