"Senza la generosità verso Dio e verso le anime, la nostra vita sarebbe vecchia prima del tempo e noi degli invalidi."
Don Orione
Sabato, 30 Luglio 2016

Papa Francesco alla Porziuncola

Giovedì 4 agosto, Papa Francesco sarà alla Porziuncola, meno di tre ore di visita, tutte concentrate su quella «piccola porzione» che lo scorso 28 giugno il Papa ha definito «il cuore pulsante dell’ordine» dei frati minori: è il pellegrinaggio che il Pontefice compirà il prossimo 4 agosto alla Porziuncola, la piccola chiesetta dove nel 1209 il Poverello d’Assisi fondò l’ordine francescano e dove il santo in una visione ottenne nel 1216 l’indulgenza approvata da Onorio III. Il Papa arriverà proprio in occasione dell’ottavo centenario del Perdono di Assisi, che sarà aperto due giorni prima dalla solenne messa celebrata dal cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia – Città della Pieve. Tre i momenti che scandiranno la visita del Pontefice: la preghiera personale nella Porziuncola, una meditazione proposta a tutti i presenti, e infine un incontro con i frati ospiti nell’infermeria provinciale del santuario. L’arrivo, in elicottero, è previsto intorno alle 15.40 con atterraggio nel campo sportivo Migaghelli, a Santa Maria degli Angeli, dove Francesco sarà accolto dall’arcivescovo Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, e dalle autorità civili. Seguirà il trasferimento in auto alla basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola. Qui il Papa sarà accolto dal ministro generale dei frati minori, padre Michael Anthony Perry, dal provinciale dell’Umbria, padre Claudio Durighetto, e dal custode della Porziuncola, padre Rosario Gugliotta. All’interno ci sarà un momento di preghiera silenziosa, dopodiché il Papa terrà una meditazione sul brano evangelico di Matteo dedicato al tema del perdono (18, 21-35). Al termine il Pontefice saluterà vescovi e superiori degli ordini francescani presenti, per poi recarsi all’infermeria, dove troverà ad aspettarlo una quindicina di frati ospiti, tra cui anche un sacerdote della diocesi, e il personale assistente, tra cui tre frati. Quindi Francesco uscirà sul sagrato per un saluto ai fedeli radunati sulla piazza. Da qui, alle 18 circa, salirà in auto per raggiungere nuovamente il campo sportivo e ripartire in elicottero per il Vaticano.

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“Papa Francesco va in Armenia soprattutto per incoraggiare la comunità cattolica armena ed esprimere tutto il suo sostegno a questo popolo che, 100 anni fa, fu “scartato” e quasi eliminato del tutto – per questo si parla di genocidio - per motivi etnici e religiosi. Ciò sarà ricordato nella sosta di sabato sera 25 giugno nella "Fortezza delle rondini " (luogo del memoriale del genocidio armeno) ove incontrerà dieci dei discendenti scampati dal genocidio e con loro pregherà e reciterà il Padre Nostro".
E’ quanto dichiara Don Flavio Peloso, religioso orionino e direttore della rivista di studi “I messaggi di Don Orione” che ha studiato della questione armena grazie anche ai documenti conservati nell’archivio centrale della Congregazione orionina.
“Questo evento – aggiunge Don Flavio -  coinvolge anche la nostra Congregazione orionina perché in anni lontani, ma non dimenticati, nel 1925, una settantina di orfani armeni, salvati dal “Metz Yeghern”, furono accolti da Don Orione nell’Istituto di Rodi. Otto di quegli orfani seguirono Don Orione come chierici e due – Giovanni Dellalian e Pietro Chamlian – divennero sacerdoti.
“Personalmente, - prosegue Don Flavio - vivo la visita con attualizzazione affettiva di quelle vicende ravvivata dalla relazione con la figlia Katerina di uno di quegli otto giovani chierici armeni: Bergi Benliyan. Conobbi Katerina 7 anni fa e fu grande la sua e mia emozione nel riannodare insieme ricordi e documenti di una bella vicenda umana e religiosa. In occasione della celebrazione del centenario dell’inizio del genocidio armeno, il 12 aprile, abbiamo condiviso il ricordo di quei tragici eventi e anche la parabola di umanità scritta da Don Orione nella quale entrò anche il papà Bergi.
“Mio padre si chiama Bergi Benliyan era nato il 15 agosto del 1914 a Varna”, informa Katerina. “Viveva a Costantinopoli, nel momento più tragico direi. So che mia nonna vestiva mio padre da bambina per salvarlo, ma ad un certo punto, quando il bambino, il quale frequentava la chiesa cattolica, era in età per essere preso dai turchi e portato nei loro collegi, arrivò il momento di prendere una decisione drastica. In questo Don Orione ebbe un ruolo importante… un certo numero di bambini furono portati dai sacerdoti in Italia.
”Bergi Benliyan – precisa Don Flavio - partì nel settembre 1925 da Costantinopoli per Rodi, e fu nell’Istituto orionino di Acandia, diretto da Don Sante Gemelli. Il 29 giugno 1928, con un gruppetto di giovani aspiranti, partì in nave da Rodi, con soste a Corfù e Brindisi, per giungere a Roma il 3 luglio, accolto da Don Orione. Il 4 aprile 1929, fece la vestizione con altri 6 chierici armeni (l’ottavo si unirà più tardi). Dall’ottobre 1929, passò al Probandato di Voghera. Qui ebbe problemi di salute e ritornò a Rodi, ove poi si sposò ed ebbe i figli Ilario e Katerina. Morì a Roma nel 1983”.
“I racconti di mio padre di quel tempo erano molti. Rimase sempre legato a tutti voi di Don Orione”. Katerina mi mostra una foto in cui appaiono Bergi ragazzo di 13 anni, la mamma, la nonna e la sorellina. “Il padre di Bergi era uscito di casa e non ne fece più ritorno. Dietro la foto c'è scritto dalla mamma, in armeno: Settembre 1925, domani mio figlio parte per l'Italia ed io non so se lo rivedrò più. Di fatto non lo rivide più. Il giorno dopo Bergi partì per l’Istituto di Rodi, poi andò in Italia con Don Orione”.
“Tra i tanti sentimenti e considerazioni – conclude Don Flavio - che la visita di Papa Francesco in Armenia susciterà a livello mondiale, giova unire anche una storia come quella della solidarietà e carità di Don Orione vissuta negli anni Venti, che, durante un’udienza del maggio 1929, presentando a Pio XI i suoi chierici armeni, gli fece dire: “Padre santo, in questo momento sono anch’io armeno”. Ed il Papa a lui: “Eh, lo sò: Don Orione omnibus omnia factus ed ora s’è fatto anche armeno”. Questa è la Chiesa e la fede cristiana”.

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A cinque giorni dal rientro a Roma di Papa Francesco esaminiamo i punti chiave del viaggio in Messico che è stato un crescendo culminato, l’ultimo giorno a Ciudad Juarez, con la preghiera su quel confine che tante persone sognano di attraversare e sul quale migliaia di persone hanno trovato la morte.

Trarre dal Vangelo la forza della profezia per sapere da che parte stare di fronte alle piaghe dello sfruttamento, del narcotraffico, del potere che mantiene lo statu quo, dell’indifferenza di fronte al dramma dei migranti, del colonialismo che vorrebbe imporre nuovi modelli di famiglia. Guardare Maria, Madonna di Guadalupe, e lasciarsi guardare da lei.

Al cuore della fede

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Papa Bergoglio lo aveva detto: il viaggio in Messico era per lui innanzitutto la possibilità di pregare di fronte alla Vergine di Guadalupe, la Madonna che venti milioni di persone ogni anno vanno a visitare, il grembo, la dimora, la “piccola casa” di ogni messicano. Lì Francesco, primo Papa latinoamericano, ha voluto sostare, per guardare e lasciarsi guardare, per parlare come un figlio con la madre. L’immagine del Pontefice seduto nel “camarìn”, la piccola stanza dov’è possibile contemplare da vicino l’immagine formatasi misteriosamente sulla povera “tilma” dell’indio Juan Diego, è l’icona del viaggio. La fede è questione di sguardi, di vedere e toccare. È lo sguardo di Maria su un Papa che riconosce fino in fondo il fiuto infallibile del santo popolo di Dio e trae da quello sguardo la forza della tenerezza verso le piaghe di questo popolo. Piaghe da toccare, per toccare la “carne di Cristo”.

Vescovi pastori, non funzionari o membri di un’elite

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Il discorso forse più accoratamente personale del viaggio Papa Francesco l’ha dedicato ai confratelli vescovi. Proprio a partire dallo sguardo della Madonna di Guadalupe, grembo del popolo messicano, ha potuto invitare i pastori della Chiesa del Messico a quella “conversione pastorale” che è il cuore del suo pontificato. Non sono gli accordi con i potenti, gli appoggi del governo, gli aiuti economici dei magnati cattolici, a rendere salda la Chiesa. Non sono i “club” o le consorterie a garantirla. “Nei vostri sguardi – ha detto Francesco ai vescovi – il popolo messicano ha il diritto di trovare le tracce di quelli che ‘hanno visto il Signore’. Questo è l’essenziale”. Solo “una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che vanno a bussare alla sua porta è capace di parlare loro di Dio. Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci accorgiamo dei loro bisogni, nulla potremo offrire. La ricchezza che abbiamo scorre solamente quando incontriamo la pochezza di coloro che vanno elemosinando, e proprio in tale incontro si realizza il nostro cuore di pastori”.

L’abbraccio degli indios

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Il resto del viaggio è stata l’esplicitazione e la conferma di queste prime due immagini. La bellissima giornata trascorsa in Chiapas, a San Cristobal de Las Casas e a Tuxtla Gutierrez, ha testimoniato la vicinanza di Francesco alle popolazioni indigene, non soltanto con la richiesta di perdono per quanto hanno dovuto subire in passato e ancora subiscono, ma anche con la consapevolezza di quanto sia utile l’apporto delle loro culture in un tempo in cui la terra viene sfruttata selvaggiamente e gli anziani sono scartati. È il criterio supremo della “salus animarum”, della salvezza delle anime, che ha spinto il Papa a ridare il consenso alle ordinazioni di diaconi permanenti nella diocesi di San Cristobal de Las Casas dopo 14 anni di divieto, come pure l’autorizzazione ad usare i messali nelle più importanti lingue. La Madonna di Guadalupe scelse un umile indigeno per manifestarsi, e a lui lasciò il dono dell’immagine mariana più venerata nel mondo.

Amici e non sicari

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Nello stadio di Morelia il Papa ha parlato ai giovani la vera ricchezza del Messico. A loro ha proposto e testimoniano l’amicizia con Gesù, che “ci chiama amici” e che “mai ci inviterebbe a essere sicari o ci manderebbe a morire”. È grazie a Lui “che ogni volta possiamo ricominciare da capo, è grazie a Lui che possiamo avere il coraggio di dire: non è vero che l’unico modo di vivere, di essere giovani, è lasciare la vita nelle mani del narcotraffico o di tutti quelli che la sola cosa che stanno facendo è seminare distruzione e morte. È grazie a Lui che possiamo dire: non è vero che l’unico modo di vivere per i giovani qui sia nella povertà e nell’emarginazione”.

Sguardo oltre il confine

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È stato l’ultimo, intenso sguardo del viaggio, quello oltre il confine tra Messico e Stati Uniti. Il Papa non fa il politico, non si occupa delle leggi sull’immigrazione. Per lui il dramma, la tragedia dei migranti non sono numeri, statistiche, cifre, voci di spesa. Sono volti e storie di donne, bambini, uomini, anziani. Storie e volti di vite stroncate sul confine, sui tanti confini. L’immagine del Papa sull’altana sormontata da una croce nera, a pochi metri dal Rio Bravo e dalla rete metallica che separa Ciudad Juarez da El Paso, in uno dei confini più militarizzati del mondo è una testimonianza e un monito che hanno a che fare non soltanto con la carne dei migranti vittime dei trafficanti di uomini nel Messico e negli Stati Uniti o con le roboanti proposte di un candidato alla Casa Bianca come Donald Trump che propone chilometri di muro e deportazione di milioni di immigrati illegali. La testimonianza e il monito del Papa hanno a che fare anche con l’Europa in crisi d’amnesia per quanto riguarda i suoi valori fondativi, perché troppo ammalata di autoreferenzialità, di nazionalismi, di leader tutti “chiacchiere e distintivo” e di cristianesimo trasformato in ideologia da parte di quanti, dimenticando che anche il Figlio di Dio è stato un migrante rifugiato, sognano o già realizzano nuovi muri.

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Martedì, 16 Febbraio 2016

Papa Francesco sulla Misericordia

Dopo la Messa con gli indios e il pranzo condiviso, Papa Francesco ha sostato in preghiera alla Cattedrale di San Cristobal de las Casas prima di volare fino a Tuxtla Gutierrez, sempre nello Stato del Chiapas, per l'ultimo appuntamento della giornata di ieri: l'incontro con le famiglie dove 50mila persone in festa lo attendevano.

Di seguito il video di Papa Francesco che ha celebrato la messa con le comunità indigene del Chiapas, presso il centro sportivo municipale di San Cristobal de las Casas. Autorizzato l'uso delle lingue indigene nella liturgia.

 

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Domenica, 29 Novembre 2015

A Bangui Francesco apre la porta Santa

È iniziato il Giubileo straordinario della Misericordia. È cominciato con oltre una settimana d'anticipo rispetto all'apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro. Poco fa Papa Francesco ha aperto la porta in legno e vetro della cattedrale di Bangui, in Centrafrica. Prima di spalancarla, ha spiegato parlando a braccio il significato di questo suo gesto.

«Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo - ha detto il Pontefice - L'Anno Santo della Misericordia arriva in anticipo a questa terra, una terra che soffre da diversi anni la guerra, l'odio , l'incomprensione, la mancanza di pace».

«In questa terra sofferente - ha continuato - ci sono tutti i Paesi del mondo che sono passati per la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia del Padre. Tutti noi chiediamo pace, misericordia, riconciliazione, perdono, amore. Per Bangui, per tutta la Repubblica Centrafricana e per tutti i Paesi che soffrono la guerra, chiediamo la pace!».

Poi Francesco, come ha già fatto più volte durante questo viaggio in Africa, ha chiesto a tutti i fedeli di ripetere con lui questa preghiera: «Tutti insieme chiediamo amore e pace!». E l'ha pronunciata nella lingua locale: «Ndoye siriri, amore e pace!».

«E adesso - ha ripreso - con questa preghiera incominciamo l'Anno Santo qui, in questa capitale spirituale del mondo oggi». Quindi si è girato verso la porta centrale della cattedrale, e l'ha aperta, rimanendo per un istante con le braccia aperte, mentre i fedeli all'interno applaudivano e s'inginocchiavano.

Nell'omelia della messa che apre l'Avvento nel rito romano, Francesco ha detto: «Attraverso di voi, vorrei salutare anche tutti i Centrafricani, i malati, le persone anziane, i feriti dalla vita. Alcuni di loro sono forse disperati e non hanno più nemmeno la forza di agire, e aspettano solo un’elemosina, l’elemosina del pane, l’elemosina della giustizia, l’elemosina di un gesto di attenzione e di bontà. Chiediamo la grazia, l'elemosina della pace!».

Il Papa ha detto che ci si deve liberare, grazie a Gesù, «dalle concezioni della famiglia e del sangue che dividono, per costruire una Chiesa-Famiglia di Dio, aperta a tutti, che si prende cura di coloro che hanno più bisogno. Ciò suppone la prossimità ai nostri fratelli e sorelle, ciò implica uno spirito di comunione. Non è prima di tutto una questione di mezzi finanziari; basta in realtà condividere la vita del popolo di Dio».

Francesco ha ricordato che una delle esigenze essenziali della vocazione cristiana «è l’amore per i nemici, che premunisce contro la tentazione della vendetta e contro la spirale delle rappresaglie senza fine. Gesù ha tenuto ad insistere su questo aspetto particolare della testimonianza cristiana. Gli operatori di evangelizzazione devono dunque essere prima di tutto artigiani del perdono, specialisti della riconciliazione, esperti della misericordia».

«Dovunque - ha continuato il Pontefice - anche e soprattutto là dove regnano la violenza, l’odio, l’ingiustizia e la persecuzione, i cristiani sono chiamati a dare testimonianza di questo Dio che è amore». E la «testimonianza dei pagani sui cristiani della Chiesa primitiva deve rimanere presente al nostro orizzonte come un faro: "Vedete come si amano, si amano veramente"».

«Dio è più forte di tutto - ha detto ancora Papa Bergoglio - Questa convinzione dà al credente serenità, coraggio e la forza di perseverare nel bene di fronte alle peggiori avversità. Anche quando le forze del male si scatenano, i cristiani devono rispondere all’appello, a testa alta, pronti a resistere in questa battaglia in cui Dio avrà l’ultima parola. E questa parola sarà d’amore!».

Francesco ha così concluso: «A tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo, io lancio un appello: deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace». Gli ultimi passaggi dell'omelia sono stati sottolineati da molti applausi da parte dei fedeli.

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Venerdì, 27 Novembre 2015

Il Papa ai giovani africani

Un discorso a braccio, rispondendo alle domande che gli stessi giovani gli hanno rivolto: così sono risuonate la parole di Papa Francesco alle centinaia di migliaia di ragazzi riuniti questa mattina di buon'ora allo stadio Karasami di Nairobi, dopo la visita allo slum di Kangemi. Clicca QUI per il testo integrale

"Un uomo e una donna perdono la parte migliore della propria umanità quando si scordano di pregare, perché si sentono onnipotenti, non sentono il bisogno di chiedere aiuto davanti a tante tragedie".

"Ci sono due modi di guardare le difficoltà della vita: o come qualcosa che ti distrugge e ti tiene fermo, o come una opportunità. A voi spetta scegliere. Volete farvi distruggere dalle difficoltà o trasformarle in opportunità in modo che a vincere siate voi?". Il Papa chiede un atteggiamento da "sportivi", che quando vengono allo stadio vogliono vincere, e non da chi ha già "venduto la vittoria agli altri e ha già i soldi in tasca".

Poi ha elencato le sfide che deve affrontare il Kenia: il tribalismo, tarlo che corrode la società e "che può essere vinto solo con l'ascolto attento degli altri, il cuore aperto e le meni tese verso gli altri". Poi il Papa ha chiesto che tutti si prendessero per mano e proclamassero a voce alta: "Siamo una sola nazione", e che questo gesto fosse il lavoro di ogni giorno.

Altra domanda dei giovani riguardava la corruzione, che "c'è anche in Vaticano". La corruzione è dolce come lo zucchero, ci prendiamo gusto, ma attenzione che poi si diventa diabetici. Ai giovani ha chiesto con forza di non lasciarsi corrompere. "Se non iniziate voi, non inizerà nessuno. La persona corrotta non vive in pace. La corruzione è un cammino di morte".

Un'altra domanda riguardava come utilizzare i mezzi di comunicazione per promuovere il messaggio di Cristo. "Il primo gesto di comunicazione è la parola, il sorriso, la vicinanza, l'amicizia".

"Chiedete molto a Gesù, pregate perché vi dia la forza di sentirvi tutti fratelli per distruggere il tribalismo, il coraggio di non lasciarci corrompere, dell'incanto di comunicare tra voi con gesti, sorrisi, amicizia".

Una domanda di Manuel sollecita il Papa: cosa possiamo fare per impedire il reclutamento dei nostri cari nel radicalismo? "Se manca educazione e lavoro che cosa resta a un giovane? Questo è un pericolo sociale che dipende da un sistema internazionale ingiusto". Se vedete un giovane in difficoltà, non lasciatelo solo: invitatelo nei vostri gruppo, incoraggiatelo.

Come si può vedere la mano di Dio nelle tragedie? "C'è una sola risposta: guardare al figlio di Dio. Dio lo ha consegnato per salvarci. Lui stesso si è fatto tragedia. Quando il mondo ti cade addosso, guarda la Croce. Lì c'è il fallimento di Dio, la sua distruzione, ma anche una sfida alla nostra fede, la speranza perché poi c'è stata la resurrezione che ha rinnovato tutti". Il Papa ha poi svelato un piccolo "segreto": porta sempre con sé un rosario e una piccola Via crucis, che ha fatto vedere alle migliaia di persone raccolte allo stadio, "per non perdere la speranza".

L'ultima domanda riguarda la famiglia: come può un bambino uscire da un'esperienza di mancanza di amore? "Difendete la famiglia - ha chiesto il Papa - non ci sono solo i bambini abbandonati, ma anche gli anziani abbandonati. Come si può uscire da questa esperienza? Se non avete ricevuto amore, siate comprensivi con gli altri, avvicinatevi agli altri con amore per curarli".

"Vi chiedo di pregare per me", ha chiesto in conclusione il Papa, prima di recitare il Padre nostro tutti in piedi.

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Venerdì, 27 Novembre 2015

Il Papa anticipa il COP21

Papa Bergoglio parla in spagnolo, nel palazzo che ospita anche gli uffici di due programmi delle Nazioni Unite, l'UNEP (United Nations Enviroment Programme) e l'UN-Habitat (United Nations Human Settlements Programme). Accolto dalla direttrice generale UNON, Sahle-Work Zewde, Francesco ha firmato il libro d'oro e ha piantato simbolicamente un albero prima di entrare nella sala delle conferenze del Green Building dove lo attendevano circa tremila persone.

Il Papa incoraggia «l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi meccanismi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o internazionali».

Quindi ricorda l'imminente appuntamento di COP21: «Fra pochi giorni inizierà a Parigi una riunione importante sul cambiamento climatico, in cui la comunità internazionale in quanto tale affronterà nuovamente questa problematica. Sarebbe triste e, oserei dire, perfino catastrofico che gli interessi privati prevalessero sul bene comune e arrivassero a manipolare le informazioni per proteggere i loro progetti».

Francesco ribadisce che «l’abuso e la distruzione dell’ambiente sono associati ad un inarrestabile processo di esclusione» e definisce COP21 «un passo importante nel processo di sviluppo di un nuovo sistema energetico che dipenda al minimo da combustibili fossili, punti all’efficienza energetica e si basi sull’uso di energia a basso o nullo contenuto di carbonio. Ci troviamo di fronte al grande impegno politico ed economico di reimpostare e correggere le disfunzioni e le distorsioni del modello di sviluppo attuale». L’accordo di Parigi può dare un «segnale chiaro in questa direzione», se si eviterà «qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze».

Non bastano le parole e le dichiarazioni di principio. Servono istituzioni che «siano realmente efficaci». Per questo Francesco spera che COP21 «porti a concludere un accordo globale e “trasformatore”, basato sui principi di solidarietà, giustizia, equità e partecipazione, e orienti al raggiungimento di tre obiettivi, complessi e al tempo stesso interdipendenti: la riduzione dell’impatto dei cambiamenti climatici, la lotta contro la povertà e il rispetto della dignità umana». Bisogna «mettere l’economia e la politica al servizio dei popoli dove l’essere umano, in armonia con la natura, struttura l’intero sistema di produzione e distribuzione»

Per realizzare questo necessario cambio di rotta serve istruzione e formazione, «un processo educativo che promuova nuovi stili di vita. Un nuovo stile culturale. Ciò richiede una formazione destinata a far crescere nei bambini e nelle bambine, nelle donne e negli uomini, nei giovani e negli adulti, l’assunzione di una cultura della cura: cura di sé, cura degli altri, cura dell’ambiente».

Francesco cita le «forme estreme e scandalose di scarto e di esclusione sociale, come sono le nuove forme di schiavitù, il traffico delle persone, il lavoro forzato, la prostituzione, il traffico di organi». Come pure «i migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale». Parla dei rapidi processi di urbanizzazione e delle città diventate invivibili, con l'aumento della violenza e dell'uso di droghe. Ricorda che fra pochi giorni qui a Nairobi si aprirà la 10ª Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

«Pur riconoscendo il molto lavoro fatto in questo settore, sembra che non si sia ancora raggiunto - spiega Francesco - un sistema commerciale internazionale equo e completamente al servizio della lotta contro la povertà e l’esclusione». In particolare, il Papa si unisce «alle preoccupazioni di molte realtà impegnate nella cooperazione allo sviluppo e nell’assistenza sanitaria» per gli accordi sulla proprietà intellettuale e l’accesso ai farmaci e all’assistenza sanitaria di base.

«I Trattati regionali di libero scambio in materia di protezione della proprietà intellettuale, in particolare nel settore farmaceutico e delle biotecnologie - continua il Pontefice -  dovrebbero essere uno strumento per garantire un minimo di cura e di accesso alle cure essenziali per tutti». Dando ai Paesi più poveri «il tempo, l’elasticità e le eccezioni necessarie ad un adeguamento ordinato e non traumatico alle regole commerciali». Senza «comportare il minimo danno ai sistemi sanitari e di protezione sociale esistenti». «Alcuni temi sanitari, come l’eliminazione della malaria e della tubercolosi, la cura delle cosiddette malattie “orfane” e i settori trascurati della medicina tropicale - spiega Bergoglio - richiedono un’attenzione politica prioritaria, al di sopra di qualsiasi altro interesse commerciale o politico».

Infine, Francesco cita i «traffici illeciti che crescono in un contesto di povertà e che, a loro volta, alimentano la povertà e l’esclusione. Il commercio illegale di diamanti e pietre preziose, di metalli rari o di alto valore strategico, di legname e materiale biologico, e di prodotti di origine animale, come il caso del traffico di avorio e il conseguente sterminio di elefanti, alimenta l’instabilità politica, la criminalità organizzata e il terrorismo». Situazioni di cui tanti Paesi africani fanno purtroppo esperienza quotidiana.

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Giovedì, 26 Novembre 2015

Il Papa incontra preti e religiose

Francesco incontra il clero, i seminaristi e le religiose a Nairobi: abbandona il testo scritto e parla a braccio, in spagnolo. «Quando un consacrato si dimentica di Cristo crocifisso cade in un peccato molto brutto, che fa "vomitare" Dio, il peccato dell'indifferenza, della tiepidezza».
Qui di seguito le parole dette oggi:

Grazie tante per la vostra presenza. Vorrei tanto parlarvi in inglese, ma il mio inglese è povero… Io ho preso nota e vorrei dirvi tante cose, a tutti voi, a ciascuno di voi… ma mi fa paura parlare e preferirei parlare nella mia lingua madre… Mons. Miles è il traduttore. Grazie per la vostra comprensione.

Quando veniva letta la lettera di san Paolo mi ha colpito questo: «Sono persuaso che colui ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).

Il Signore vi ha scelto tutti, ci ha scelto tutti. E Lui ha iniziato la sua opera il giorno in cui ci ha guardato nel Battesimo, il giorno in cui ci ha guardato dopo, quando ci ha detto “Se hai voglia vieni con me”.  E allora, ci siamo messi in fila e abbiamo cominciato il cammino. Ma il cammino lo ha iniziato Lui, non noi! Non siamo stati noi. Nel Vangelo leggiamo di una persona guarita che voleva seguirlo lungo nel cammino e Gesù gli disse: “No”. Nella sequela di Gesù Cristo – sia nel sacerdozio che nella vita consacrata – si entra dalla porta! E la porta è Cristo! E’ Lui che chiama, è Lui che comincia, è Lui che fa il lavoro. Ci sono alcuni che vogliono entrare dalla finestra… Ma questo non serve. Per favore, se qualcuno ha qualche compagno o qualche compagna che è entrato dalla finestra, abbracciatelo e spiegategli che è meglio che vada via e che serva Dio in un altro modo, perché non arriverà mai a termine un’opera che Gesù che non avviato – Egli stesso – attraverso la porta.

E questo ci deve portare ad una consapevolezza di essere persone scelte: “Io sono stato guardato, sono stato scelto”. Mi colpisce l’inizio del capitolo 16 di Ezechiele: “Eri figlia di stranieri, eri stata messa da parte; ma sono passato e ti ho pulito e ti ho preso con me”. Questo è il cammino! Questa è l’opera che il Signore ha cominciato quando ci ha guardato!

Ci sono alcuni che non sanno perché Dio li chiama, però sentono che Dio li ha chiamati. Andate tranquilli, Dio vi farà capire perché vi ha chiamati. Ci sono altri che vogliono seguire il Signore per qualche interesse, per interesse. Ricordiamo la madre di Giacomo e Giovanni: “Signore, ti chiedo, quando dividi la torta, di dare la fetta più grande ai miei figli… Che uno stia alla tua destra e l’altro stia alla tua sinistra”. E questa è la tentazione di seguire Gesù per ambizione: l’ambizione del denaro, l’ambizione del potere. Tutti possiamo dire: “Quando io ho cominciato a seguire Gesù, non mi è capitato questo. Ma ad altri è capitato, e a poco a poco te lo hanno seminato nel cuore, come una zizzania.

Nella vita della sequela di Gesù non c’è posto né per la propria ambizione, né per le ricchezze, né per essere una persona importante nel mondo. Gesù lo si segue fino al suo ultimo passo della sua vita terrena, la Croce. Poi Lui pensa a risuscitarti, ma fino a quel punto devi arrivarci tu. E questo ve lo dico seriamente, perché la Chiesa non è una impresa, non è una ONG. La Chiesa è un mistero: è il mistero dello sguardo di Gesù su ognuno di noi che dice “Seguimi!”.

Quindi che sia chiaro: chi chiama è Gesù; si entra dalla porta quando Gesù chiama e non dalla finestra; e poi bisogna seguire la strada di Gesù.

E’ chiaro evidentemente che quando Gesù ci sceglie, non ci “canonizza”. Continuiamo ad essere gli stessi peccatori… Io vi chiederei, per favore, se c’è qui qualcuno – qualche sacerdote o qualche religiosa o qualche religioso – che non si sente peccatore, alzi la mano… Siamo tutti peccatori, io per primo e poi voi. Però ci porta avanti la tenerezza e l’amore di Gesù.

“Colui che ha iniziato una buona opera, la porterà a compimento”: questo ci porta avanti, quello che ha iniziato l’amore di Gesù. Vi ricordate nel Vangelo, quando l’Apostolo Giacomo ha pianto? Qualcuno di voi lo ricorda o no? E quando ha pianto l’Apostolo Giovanni? No. E quando ha pianto qualcun altro degli Apostoli? Uno soltanto – ci dice il Vangelo - ha pianto: colui che si è reso conto di essere peccatore. Era così peccatore che aveva tradito il suo Signore. E quando si rese conto di questo, pianse… Poi Gesù lo ha fatto Papa… Chi lo capisce Gesù? E’ un mistero!

Non smettete mai di piangere. Quando a un sacerdote, a un religioso, a una religiosa si seccano le lacrime, c’è qualcosa che non funziona. Piangere per le proprie infedeltà, piangere per il dolore del mondo, piangere per la gente che è scartata, per i vecchietti abbandonati, per i bambini assassinati, per le cose che non capiamo; piangere quando ci chiedono “perché?”. Nessuno di noi ha tutte le risposte ai “perché?”.

C’è un autore russo che si domandava perché i bambini soffrono. E ogni volta che io saluto un bambino che ha un cancro, un tumore o una malattia rara – come si chiamano – mi chiedo perché quel bambino soffra… E io non ho una risposta a questo. Soltanto guardo Gesù sulla croce. Ci sono situazioni nella vita che ci portano soltanto a piangere, guardando Gesù sulla croce. E questa è l’unica risposta a certe ingiustizie, a certi dolori, a certe situazioni della vita.

San Paolo diceva ai suoi discepoli: “Ricordatevi di Gesù Cristo. Ricordatevi di Gesù Cristo crocifisso”. Quando un consacrato, una consacrata, un sacerdote si dimentica di Cristo crocifisso, poveretto, è caduto in un peccato molto brutto, un peccato che fa orrore a Dio, che fa vomitare Dio: è il peccato della tiepidezza. Cari sacerdoti, sorelle, fratelli, religiosi e religiose, state attenti a non cadere nel peccato della tiepidezza...

Cos’altro vi posso dire? Vorrei darvi un messaggio che viene dal mio cuore per voi: che mai vi allontaniate da Gesù. Questo vuol dire non smettere mai di pregare. “Padre, però, qualche volta è così noioso pregare… Ci si stanca, si ci addormentata…”. Va bene, dormite davanti al Signore: è un modo di pregare. Ma restate lì, davanti a Lui. Pregate! Non lasciate la preghiera!

Se un consacrato lascia la preghiera, l’anima si secca, si inaridisce come quei rami secchi: sono brutti, hanno un aspetto brutto. L’anima di una religiosa, di un religioso, di un sacerdote che non prega, è un’anima brutta! Perdonatemi, ma è cosi…

Vi lascio questa domanda: io tolgo tempo al sonno, tolgo tempo alla radio, alla televisione, alle riveste, per pregare? O preferisco queste altre cose? Quindi mettersi davanti a Colui che ha iniziato l’opera e che la sta portando a compimento in ciascuno di noi… La preghiera.

Un’ultima cosa che volevo dirvi - prima di dirvene un’altra… - è che tutti coloro che si sono lasciati scegliere da Gesù, è per servire: per servire il Popolo di Dio, per servire i più poveri, i più scartati, i più emarginati dalla società, i bambini e gli anziani…; per servire anche quelle persone che non hanno coscienza della superbia e del peccato che loro stessi vivono; per servire Gesù. Lasciarsi scegliere da Gesù è lasciarsi scegliere per servire, e non per essere serviti.

Circa un anno fa, più o meno, c’è stato un incontro di sacerdoti - in questo caso le religiose si salvano! -. Durante questi Esercizi Spirituali, ogni giorno, c’era un gruppo di sacerdoti che dovevano servire a tavola. Alcuni di loro si sono lamentati: “No! Noi dobbiamo essere serviti! Noi paghiamo, abbiamo pagato per essere serviti…”. Per favore, mai questo nella Chiesa! Servire! Non servirsi degli altri, ma servire.

Questo è quello che vi volevo dire, che ho sentito improvvisamente quando ho ascoltato questa frase di San Paolo: “Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.

Mi diceva un cardinale, un cardinale anziano - in effetti aveva soltanto un anno più di me! -, che quando va al cimitero, dove ci sono missionari, missionarie, religiosi e religiose, che hanno dato la loro vita, si domanda: “Perché questo non viene canonizzato domani?”; perché hanno vissuto la loro vita servendo. E mi emoziona quando saluto, dopo una Messa, un sacerdote, una religiosa, che mi dice: “Sono 30, 40 anni che sto in questo ospedale di bambini autistici o che sono nelle missioni dell’Amazzonia o che sto in questo luogo o in quest’altro…” Mi tocca l’anima! Questa donna o quest’uomo ha capito che seguire Gesù è servire gli altri e non servirsi degli altri.

Bene, vi ringrazio molto. Però, che Papa maleducato che è questo… Ci ha dato consigli, ci ha dato “bastonate” e non ci dice “grazie”!… Sì, l’ultima cosa - la ciliegina sulla torta - voglio davvero ringraziarvi! Grazie per aver il coraggio di seguire Gesù, grazie per ogni volta che vi sentite peccatori, grazie per ogni carezza di tenerezza che date a quelli che ne hanno bisogno, grazie per tutte le volte in cui avete aiutato le persone a morire in pace. Grazie per dare speranza nella vita. Grazie perché vi siete lasciati aiutare e correggere e perdonare ogni giorno.

Vi chiedo, nel ringraziarvi, di non dimenticarvi di pregare per me, perché ne ho bisogno. Tante grazie!

 

L'insistenza sul servizio e sulla vicinanza agli ultimi è particolarmente significativo in Africa, dove i missionari che vengono da fuori sono in prima fila in queste attività, ma non sempre accade che lo sia il clero locale. Al termine dell'incontro Francesco ha incontrato un gruppo di bambini e ragazzi ammalati di cancro e si trattenuto con ciascuno di loro.

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Giovedì, 26 Novembre 2015

La messa del Papa a Nairobi

Questa mattina, alla Nunziatura, Francesco parla di pace ai rappresentanti delle altre confessioni cristiane e ai leader delle altre religioni che sono venuti ad incontrarlo. Dopo le parole del rappresentante anglicano, l’arcivescovo Wabucala, e del rappresentante musulmano, signor El-Busaidy, il Papa esprime l’importanza di questi momenti insieme che rafforzano la stima e l’amicizia della Chiesa verso tutti, ma non tace le difficoltà: “A dire il vero, il nostro rapporto ci sta mettendo dinanzi a delle sfide; ci pone degli interrogativi. Tuttavia, il dialogo ecumenico e interreligioso non è un lusso. Non è qualcosa di aggiuntivo o di opzionale, ma è essenziale, è qualcosa di cui il nostro mondo, ferito da conflitti e divisioni, ha sempre più bisogno”.

E’ importante, dice il Papa, la nostra comune convinzione che il Dio che cerchiamo di servire è un Dio di pace. Il suo Santo Nome non deve mai essere usato per giustificare l’odio e la violenza. Francesco ricorda i recenti attentati subiti dal Kenya ad opera di estremisti in nome della religione e afferma: “Quant’è importante che siamo riconosciuti come profeti di pace. Possa l’Onnipotente toccare i cuori di coloro che perpetrano questa violenza e concedere la sua pace alle nostre famiglie e alle nostre comunità”.

Dal cuore dell'università di Nairobi, il Papa si appella in modo speciale ai giovani del Kenya: «I grandi valori della tradizione africana, la saggezza e la verità della Parola di Dio e il generoso idealismo della vostra giovinezza vi guidino nell’impegno di formare una società che sia sempre più giusta, inclusiva e rispettosa della dignità umana. Vi stiano sempre a cuore le necessità dei poveri; rigettate tutto ciò che conduce al pregiudizio e alla discriminazione, perché queste cose – lo sappiamo – non sono di Dio».

 

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Giovedì, 26 Novembre 2015

Il Papa a Nairobi

«La violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione». Lo ha denunciato Papa Francesco nel discorso pronunciato alla State House di Nairobi, dove ha avuto luogo la cerimonia di benvenuto e il successivo incontro con le autorità del Paese e il Corpo Diplomatico.

Secondo Francesco, «la lotta contro questi nemici della pace e della prosperità dev'essere portata avanti da uomini e donne che, senza paura, credono nei grandi valori spirituali e politici che hanno ispirato la nascita della Nazione e ne danno coerente testimonianza».

I doni della natura sono da amministrare con responsabilità; «Noi abbiamo una responsabilità nel trasmettere la bellezza della natura nella sua integrità alle future generazioni e abbiamo il dovere di amministrare in modo giusto i doni che abbiamo ricevuto. Tali valori sono profondamente radicati nell’anima africana. In un mondo che continua a sfruttare piuttosto che proteggere la casa comune, essi devono ispirare gli sforzi dei governanti a promuovere modelli responsabili di sviluppo economico».
Il Papa nel corso del suo discorso ha parlato a lungo dei giovani considerati «la risorsa più preziosa di ogni Paese». «Proteggere i giovani - ha proseguito il Pontefice -, investire su di essi e offrire loro una mano è il modo migliore per poter assicurare un futuro degno della saggezza e dei valori spirituali cari ai loro anziani, valori che sono il cuore e l’anima di un popolo».

Nel concludere il suo discorso Francesco ha esortato le autorità locali a mostrare «una genuina preoccupazione per i bisogni dei poveri, per le aspirazioni dei giovani e per una giusta distribuzione delle risorse umane e naturali con le quali il Creatore ha benedetto il vostro Paese»

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