Giorno della memoria – La risposta del bene contro la banalità del male
In tutto il mondo si ricorda oggi la Giornata della Memoria, a ricordo delle vittime dell’Olocausto. Un giorno che intende fare memoria affinchè non si ripetano simili orrori, perchè gli uomini non siano più indifferenti al male, ma siano capaci di vedere il dolore, di ascoltare il grido di aiuto di interi popoli che ancora oggi si eleva in troppe parti del mondo.
Il buio della barbarie nazista, che ha oscurato per anni l’Europa, è stato squarciato dalla testimonianza luminosa di alcuni uomini e donne che con le loro azioni coraggiose hanno agito per presevare la dignità dell’uomo.
Tra queste figure spiccano anche molti religiosi orionini: a Roma don Gaetano Piccinini, riconosciuto Giusto fra le nazioni nel 2011, coordina le richieste organizzate dalla Congregazione in risposta all’appello della Santa Sede, che si muove sotto la guida accorta di mons. Montini e mons. Tardini, sostituti alla Segreteria di Stato. A Milano il cardinale Schuster si rivolge a don Cappelli, suor Croce e al Piccolo Cottolengo; a Torino c’è don Giuseppe Pollarolo; a Genova il cardinal Boetto e Mons. Repetto fanno riferimento a don Sciaccaluga, suor Bennata e alle varie case dell’Opera.
Riportiamo alcuni interventi tenuti durante la cerimonia per il Conferimento dell’onoreficenza di Giusto fra le Nazioni a Don Gaetano Piccinini, il 23 giugno 20221, testimonianze rese dai protagonisti e sopravvissuti alla razzia del Ghetto di Roma, che hanno trovato in Don Piccinini e nell’Opera Don Orione quel raggio di luce che, salvando la loro vita, ha salvato anche il mondo.
Testimonianza di don Giuseppe Sorani, sacerdote orionino
Nel settembre 1943 avevo quasi 15 anni , e si andava concludendo un quinquennio di faticosa e dolorossissima sopravvivenza. Dal 1938, per le leggi razziali, praticamente ero stato messo in strada, privato della casa, della scuola, del vitto, con una famiglia dispersa. Potei sopravvivere attraverso la benevolenza di qualche amico che ci poteva accogliere qua e là. Io e mio fratello, per lunghissimi 5 anni, abbiamo insieme faticato per sopravvivere. C’era da domandarsi quello che poi avrebbe scritto Primo Levi: Se questo è un uomo …, privato della dignità, privato della identità e lasciato senza alcuna speranza.
Subito dopo il settembre del 1943 , con l’armistizio, Roma è stata occupata dai nazisti e quindi è cresciuta la minaccia di una deportazione che non lasciava scampo, per cui non erano più possibili nascondigli.
Ecco, in un quadro così penoso, pesantissimo, appare questo gigante buono della favola, Don Piccinini, il quale si fa subito premura di dare una protezione che era forse la cosa più urgente: protezione. Ma quello che a me ha colpito in quel momento – perché ormai ero un ragazzo abbastanza attento alle situazioni – non è stato tanto il fatto di trovare una protezione, ma il modo con cui affrontava questo problema.
Aveva una grande serenità d’animo, una grande discrezione senza far domande, senza definire la situazione; con una forma di accoglienza proprio interiore, senza dar peso e neanche mostrare paura delle situazioni, del contesto. Sembrava per lui tutto facile. Come se proteggere un ebreo in quel momento fosse una cosa scontata ed ordinaria, semplicissima. Vi provvedeva senza timori, senza preoccupazione. Ma in più aggiungeva un senso di paternità molto rispettosa della mia realtà umana che naturalmente per cinque anni era stata calpestata. Riusciva con questo suo atteggiamento discretissimo e delicato, e con un sorriso premuroso a provvedere senza dare peso, senza atteggiamenti di superiorità, di condiscendenza.
Vedere in lui un agire da padre, facile e tranquillo, ha impressionato in quel momento un ragazzo di 15 anni che invece veniva da un percorso lunghissimo di smarrimento. Potete immaginare come abbia subito trovato sollievo non tanto dalla protezione stessa, ma quanto da questo suo atteggiamento molto personale che praticamente ha ricostruito la mia dignità, la mia identità. Mi ha fatto scoprire che non ero più sotto l’interrogativo di Primo Levi; aveva ricostruito questa dignità, questa identità e mi scoprivo veramente un uomo non un emarginato dal genere umano.
Poi è arrivato il 4 di giugno 1944 e la liberazione .
Voglio ricordare due piccolissime circostanze. Le voglio riferire come testimonianza, proprio perché sono state la conseguenza di questo atteggiamento vissuto e offerto da don Piccinini.
Con una nuova coscienza, dopo sei anni di sofferenza, restituita, ritrovata, ho visto il 4 di giugno partire da Roma gli ultimi soldati tedeschi, con questi sydecars, con moto; avevano tutti la mia età, ormai sedicenne, avevano tutti la mia età. Erano poveri ragazzi, coperti di polvere di fango e di tristezza, di appesantimento. Lasciavano Roma sconfitti. Sarebbe stato per me molto facile in quel momento, esprimere rappresaglie, operare cioè, non diciamo in forma vendicativa, ma come uno sfogo di rappresaglia dopo sei lunghissimi anni di pena. Ma don Piccinini aveva, appunto, ricreato in me una coscienza umana per cui ho lasciato che quei tedeschi, giovanotti come me, potessero prendere senza soffrire la via di casa, anche perché pensavo che non dovevano le mie mani aggiungere una rovina alla mia vita già tanto marcata.
E poi, subito dopo, un altro fatto. Don Piccinini, pochi giorni dopo l’entrata degli americani in Roma, mi ha affidato la custodia di un ufficiale nazista, in divisa. Me lo aveva affidato perché lo nascondessi per un paio di settimane portandogli da mangiare, portandogli gli abiti civili. Per alcuni giorni parlai con questo ufficiale, ancora convinto che la guerra l’avrebbe vinta, ancora convinto che gli ebrei dovevano tutti essere sterminati. È naturale che non gli ho detto nulla. L’ho aiutato per quanto possibile, sempre in forza di questa coscienza umana restituita, ricostruita, benedetta dalla dolcezza, dalla forza di don Piccinini. Mi ha fatto pensare, guardando questo ufficiale: anche questo è un uomo .
Testimonianza di Bruno Camerini, salvato da Don Piccinini e promotore della petizione per il conferimento della onorificenza di “Giusto fra le Nazioni”
Innanzitutto saluto tutti i presenti, Don Flavio Peloso che ci ospita, a sua eccellenza Mordechay Lewy, rappresentante dello stato di Israele, tutte le altre autorità, il sindaco, sua eccellenza il vescovo Andrea Gemma. È per me una giornata particolare. Mi si affollano molte idee, molti ricordi.
Innanzitutto e prima di tutto, ho ammirato qui, oggi, quel senso di amore del prossimo anche non conosciuto che aveva Don Piccinini. Quell’amore del prossimo che io, già come ebreo, conoscevo. Mi sembra di ricordare che il Levitico riporti la prescrizione dell’amore del prossimo. In Don Piccinini ho visto un ulteriore sviluppo di questo basilare principio della tradizione giudaica, e poi cristiana, dell’amore del prossimo. In lui era sviluppato in una maniera ancora più spinta. L’amore del prossimo veniva da lui praticato a rischio anche della propria vita. Infatti, accogliere, proteggere degli ebrei, allora, voleva dire rischiare almeno il campo di concentramento.
Ritengo che Don Piccinini fosse particolarmente cosciente di tale rischio. La sua azione è stata forse anche una sua interpretazione di questa prescrizione. Non era solito, per quanto io ricordo, fare prediche. Non era il profondo teologo; era l’uomo di azione. Questo amore del prossimo lo praticò nella vita di tutti i giorni, di quei giorni terribili. Questo è stato poi anche l’insegnamento per noi tutti, ma in particolare per voi che proseguite la sua opera oggi, seguendo il suo insegnamento.
Il suo comportamento di grande rispetto della persona, che giustamente l’amico Don Giuseppe Sorani ha voluto evidenziare, lo vorrei evidenziare anche io.
Io venivo, per un dono divino – non era davvero un mio merito o una mia scelta -, da una famiglia ebraica, profondamente ebraica, di tradizione antica, con una trasmissione dai genitori ai propri figli. Ricordo nostra madre, quando prima di andare a letto, la sera, a noi bimbetti piccoli metteva la Kippah sulla testa e iniziava “Shema yisrael Adonai eloheinu Adonai echad” etc., e dicevamo quelle prime parole della nostra preghiera.
Ebbene, quando io fui accolto da Don Piccinini, gli chiesi umilmente di rispettare la mia tradizione e l’insegnamento che avevo avuto. E lui, posso dire da veramente anticipatore dei tempi, prima del Vaticano II, disse né si e né no, ma fece di tutto perché io potessi proseguire in questo mio desiderio. Durante le funzioni della Messa, mi metteva al telefono oppure mi mandava al cinema Induno a controllare i biglietti. E così continuò fino a quando, poi, con molta delicatezza, essendo aumentato il rischio della vita, disse a mia madre che forse era necessario che io fossi presente alle funzioni religiose, e questo per la mia salvezza. Mia madre disse “si va bene”. E lui in quell’occasione rispettò.
Un altro punto che non sono mai riuscito a comprendere totalmente è come Don Piccinini riuscisse ad accogliere tutti, ma non solo ebrei. Io ricordo prigionieri polacchi, renitenti alla leva, partigiani, comunisti, allora chiaramente contro la Chiesa. Accoglieva senza chiedere niente. Bastava essere delle persone che avevano dei pericoli.
Ma anche lui correva dei pericoli, perché al palazzo degli esami, di fronte alla casa di via Induno, c’era un comando della Wehrmacht, e perciò anche lui correva pericolo e molto. E poi meraviglia come sia riuscito a darci da mangiare, a decine e decine di persone, in quel tempo. Noi abbiamo potuto in tutti quei giorni avere alimenti, alloggio. Non si sa come lui sia riuscito, lui che aveva solo la sua tonaca e la fede. Con la forza della fede trovava da mangiare e in quei giorni non era davvero facile.
Da Don Piccinini, io non ho avuto solo la salvezza della vita, che prima di tutto me l’ha data Kadosh Baruch Hu, il santo benedetto che egli sia, ma ho avuto anche questo insegnamento per la mia vita successiva: la necessità di sentirmi vicino, anche come ebreo, ai fratelli cristiani.
