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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Creati a sua immagine, noi apparteniamo a Dio

XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Creati a sua immagine, noi apparteniamo a Dio

Subito dopo la parabola del banchetto nuziale, Matteo dice che i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli con gli erodiani a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno perché non guardi in faccia a nessuno.” Dunque, di a noi il tuo parere. È leito o no pagare il tributo a Cesare?

Al tempo di Gesù la Palestina era parte dell’Impero Romano, perciò bisognava pagare il tributo a Cesare. Il culto dell’imperatore, sottolineato anche dalla sua immagine sulle monete, per la popolazione era un’offesa, un’ingiuria a Dio.

Si tratta di un brano presente in tutti e tre i sinottici ed il testo è praticamente identico. È interessante l’introduzione dei tre evangelisti. Mentre Matteo e Marco parlano di farisei ed erodiani, Luca, ancora una volta molto fine anche dal punto di vista letterario, dice che sorvegliandolo mandarono delle spie che dovevano fingersi persone giuste per sorprenderlo su qualche parola, così da poterlo consegnare al magistrato e alla autorità del governatore.

Dei farisei abbiamo già parlato altre volte. Spendiamo ora una parola per gli erodiani che compaiono solo tre volte nei Vangeli. Una volta in Matteo qui e due volte in Marco in 36 e nel passo parallelo di oggi.

Si tratta di un movimento come quello dei farisei o sadducei, per intenderci, erano semplicemente i fautori, sostenitori della casa di Erode, cioè del suo governo e del dominio romano sul quale il governo di Erode si basava. Essendo favorevoli ai romani, erano d’accordo nel pagare le tasse, al contrario degli zeloti che predicavano il rifiuto e addirittura la resistenza armata. I farisei pagavano le tasse per evitare il peggio.

È chiaro, quindi, che non vogliono una risposta da parte di Gesù, vogliono solo metterlo in imbarazzo. Il tranello è evidente, palese. Se Gesù avesse risposto negativamente, avrebbe suscitato la reazione dei romani. Se avesse risposto positivamente, avrebbe perso la simpatia della folla, una trappola costruita a regola d’arte.

Insomma, a seconda di come avesse risposto, Gesù sarebbe stato accusabile di stare o pro o contro Roma. La domanda quindi era intrisa di malizia e di ipocrisia, come fa notare lo stesso Gesù?

I farisei dunque si sono mascherati dietro a belle e rispettose parole per nascondere il proprio pensiero e le vere e torbide intenzioni del proprio cuore.

Fermiamoci un attimo. Non è che a volte anche noi ci comportiamo allo stesso modo? Non è che, come afferma il salmista, più untuosa del burro è la nostra bocca, ma nel cuore abbiamo la guerra, più fluide dell’olio le nostre parole, ma sono spade sguainate. Si tratta del salmo 54 22 il versetto.

Gesù quindi domanda: “Questa immagine è l’iscrizione di chi sono?” gli risposero: “Di Cesare”.

La risposta di Gesù è inattesa e coglie di sorpresa gli interlocutori. Conosciamo la conclusione che è diventata anche una delle frasi più conosciute e citate dei Vangeli. Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.

Cesare e Dio. Gesù distingue nettamente le due realtà e i diversi comportamenti che esse esigono. Tutto ciò è impensabile, ad esempio, per l’Islam.

La preoccupazione di Gesù è anzitutto quella di salvaguardare in ogni situazione politica i diritti di Dio. Ci sono anche i diritti dello Stato, ha sottolineato Maggioni. E quando lo stato rimane nel suo ambito, questi diritti si tramutano in doveri di coscienza. Ma bisogna subito aggiungere che lo Stato non può erigersi a valore assoluto.

Ogni potere politico, romano o no, di cristiani o non di cristiani non può arrogarsi diritti che competono soltanto a Dio. Non può assorbire tutto il cuore dell’uomo, può sostituirsi alla coscienza. La litania degli stati totalitari, aberranti e sanguinari è ahimè molto lunga e la storia purtroppo non è sempre magistra vite, neanche oggi.

Concludendo, Gesù si riferisce soprattutto ad un’altra immagine, quella che è impressa in ogni uomo ed è l’immagine di Dio. Creati a sua immagine, noi apparteniamo anzitutto a lui. Questa è l’appartenenza fondamentale.

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