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XVII Domenica del Tempo Ordinario – Buoni operai nella vigna del Signore

XVII Domenica del Tempo Ordinario – Buoni operai nella vigna del Signore

Eccoci ancora davanti ad un’altra parabola di Matteo. Il testo questa volta è presente in tutti e tre i sinottici. Il Vangelo di oggi segue immediatamente quello di domenica scorsa. Si tratta della parabola dei vignaioli omicidi. A dire il vero non si tratta di una parabola in senso stretto, ma di una allegoria, perché ogni tratto del racconto — questa è la caratteristica dell’allegoria — ha un significato: Il proprietario è Dio, la vigna è il popolo eletto, Israele (basta rileggere il celebre passo di Isaia 5 che ascolteremo come prima lettura), i servi sono i profeti, il figlio è Gesù ucciso fuori delle mura di Gerusalemme, i vignaioli omicidi sono i Giudei infedeli, l’altro popolo a cui sarà affidata la vigna rappresenta i pagani.

L’immagine della vigna, oltre che da Isaia, era stata ampiamente utilizzata anche dal profeta Osea e poi anche da Geremia ed Ezechiele. Prosegue la polemica contro i grandi sacerdoti e gli anziani del popolo, già iniziata con la parabola dei due figli che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Siamo davanti ad un ampio discorso sul rifiuto e sul giudizio. Domenica prossima ascolteremo infatti la parabola degli invitati che rifiutano di partecipare alla grande cena offerta da un re per le nozze di suo figlio.

La simbologia di Israele come vigna è già conosciuta. I servi rappresentano i profeti che non hanno mai avuto vita facile, né ai tempi dell’Antico Testamento, né ai tempi di Gesù, né lungo la storia e neanche oggi. Le voci scomode è meglio farle tacere: è il dramma della storia umana che è storia della salvezza che Matteo descrive anche con questa parabola. Questo dramma tocca il suo vertice quando viene ucciso addirittura il figlio del padrone della vigna:

“Da ultimo mandò loro il proprio figlio, dicendo: ‘Avranno rispetto di mio figlio’. Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: ‘Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità’. E presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero.”

Maggioni fa notare che venire uccisi dopo essere stati trascinati fuori dall’accampamento o dalla città è la sorte dei bestemmiatori e degli adulteri. Sullo sfondo c’è un testo del libro del Levitico, capitolo 24.

“Quando verrà dunque il padrone della vigna, che farà a quei vignaioli?” Gli rispondono: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo.”

È un duro giudizio, non solo rivolto al passato sull’Israele del tempo, ma è un giudizio che riguarda il nostro tempo, perché anche oggi ci sono persone, anche tra i cristiani e magari con tanto di croci al collo, che non amano i profeti, le voci scomode, appunto, che richiamano la coerenza evangelica.

Anche oggi il Signore manda ogni battezzato a lavorare nella sua vigna e attende i frutti, tenendo conto ovviamente delle possibilità di ognuno. Ecco allora la domanda: come si fa ad essere buoni operai nella vigna? San Paolo nella seconda lettura (Filippesi) ci ricorda che oggetto dei nostri pensieri deve essere quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode. Solo così, conclude San Paolo, il Dio della pace sarà con noi. Se non entriamo in questa logica, anche noi corriamo il rischio di imitare i vignaioli omicidi e così rimarrà solo una possibilità: la vigna sarà offerta ad altri vignaioli.

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