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II Domenica di Pasqua – Mio Signore e mio Dio

II Domenica di Pasqua – Mio Signore e mio Dio

Tutti ricordiamo le prime parole di Papa Leone quando si è affacciato alla loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, subito dopo l’elezione. La pace sia con tutti voi. Questo ha detto è il primo saluto del Cristo risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. La pace sia con voi. Questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata. È una pace disarmante. Pace a voi.

Questo saluto di Gesù ricorre ben tre volte in questo brano. Questa pace, la sua pace, Gesù l’aveva già promessa nei discorsi di addio dell’ultima cena. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Capitolo 14 di Giovanni. In quella circostanza Gesù aveva detto: “Vado e tornerò a voi”. E Gesù ritorna offrendo di nuovo la sua pace che è frutto del suo sacrificio. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo.

Come nell’Antico Testamento, la presenza di Dio in mezzo al popolo era il bene supremo della pace. Così per Giovanni la presenza di Gesù è la fonte e la realtà della pace. Ma che cos’è questa pace che il mondo non conosce e il Signore ci dona? Questa pace, ha detto Papa Francesco, è lo Spirito Santo, lo stesso Spirito di Gesù. È la presenza di Dio in noi, è la forza di pace di Dio. È lui, lo Spirito Santo che disarma il cuore e lo riempie di serenità. È lui, lo Spirito Santo che scioglie le rigidità e spegne le tentazioni di aggredire gli altri.

È lui, lo Spirito Santo, a ricordarci che accanto a noi ci sono fratelli e sorelle, non ostacoli e avversari. È lui, lo Spirito Santo che ci dà la forza di perdonare, di ricominciare, di ripartire, perché con le nostre forze non possiamo. Ed è con lui, con lo Spirito Santo, che si diventa uomini e donne di pace.

Ora Gesù vittorioso sulla morte dona con la sua pace, alitando sugli apostoli, lo Spirito Santo e il potere di rimettere i peccati, inaugurando anche il tempo della missione degli apostoli e dopo di loro di tutti i cristiani. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. I discepoli sono quindi inviati a testimoniare la bellezza della fede, la gioia che nasce dall’incontro con Cristo, a ripetere come Tommaso, mio Signore e mio Dio. Inviati a fasciare le piaghe di oggi, piaghe fisiche, morali, psicologiche, spirituali, inviati a proclamare che non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. Così Giovanni Paolo II.

Ed eccoci a Tommaso, il personaggio chiave di questo episodio. Si dice che in fondo ci rappresenta tutti, è il nostro gemello. Una breve parentesi: didimo, didumos in greco significa appunto gemello. È la traduzione greca della parola aramaica Taomà oppure Teomà. Quindi la traduzione non è “Tommaso chiamato didimo”, ma “Tommaso che significa didimo”.

Tommaso dunque è nostro fratello gemello, non solo nella sua ostinazione (da notare che per tre volte ripete le sue pretese: se non vedo, se non metto il mio dito, se non metto la mia mano), ma per fortuna anche nella professione di fede. E a proposito di fede, bisogna notare che in bocca a Tommaso c’è la confessione di fede unica in tutto il Nuovo Testamento che identifica il Risorto con Dio: “mio Signore e mio Dio”. Essa non è qualcosa di statico, tantomeno di scontato. E questo vale per tutti.

Notti oscure e albe radiose ci accompagnano lungo la vita. Basta leggere la vita di qualche santo. Questo brano, come sappiamo, è molto conosciuto e citato per l’atteggiamento di Tommaso. Anche nel linguaggio comune si fa riferimento a questa scena quando si dice che si vuole “toccare con mano”. In fondo ci riconosciamo un po’ tutti in questo apostolo.

Ci sono momenti nella vita in cui la fede nel Signore entra in crisi per le più svariate ragioni e non bisogna meravigliarsi. A volte dire sì al Signore non è facile. Anche noi, come Tommaso, vorremmo delle certezze, vorremmo toccare, ma la fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi. Così Papa Francesco nell’enciclica Lumen Fidei.

E in queste notti Tommaso può essere un ottimo compagno di viaggio. Strano, ma è così. Anch’egli fatica come tanti di noi, ma Gesù ci attende sempre pazientemente al contatto salvifico con le piaghe del risorto. Tommaso manifesta le proprie ferite, le proprie piaghe, la propria umiliazione. Nel segno dei chiodi trova la prova decisiva che era amato, che era atteso, che era capito.

Si trova di fronte un Messia pieno di dolcezza, di misericordia, di tenerezza. Era quello il Signore che cercava lui nelle profondità segrete del proprio essere, perché aveva sempre saputo che era così. Ritrovato il contatto personale con l’amabilità e la misericordiosa pazienza del Cristo, Tommaso comprende il significato profondo della sua risurrezione e, intimamente trasformato, dichiara la sua fede piena e totale in lui, esclamando: “Mio Signore e mio Dio”.

 

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