XI Domenica del Tempo Ordinario – Come i Dodici, inviati a essere testimoni del Regno
Riprendiamo il nostro cammino con l’evangelista Matteo che ci farà compagnia fino al 22 novembre, solennità di Cristo Re. Il Vangelo di questa domenica è tratto dagli ultimi versetti del capitolo 9 e dai primi del capitolo 10. Ricordiamo che i capitoli 8 e 9 di Matteo formano un blocco narrativo caratterizzato da dieci miracoli che rivelano il potere di Gesù sulla natura. Basta pensare alla tempesta sedata sulla morte, la risurrezione della figlia di un capo della sinagoga, sulla malattia, guarigione di un lebroso, guarigione di due ciechi. Il capitolo 9 si conclude con un piccolo sommario. Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il Vangelo del Regno e curando ogni malattia e infermità. Il verbo predicare fa da ponte tra ciò che precede e ciò che segue. Qui si inserisce il Vangelo di oggi.
Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messa è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe”.
Questa parola di Gesù dà l’occasione all’evangelista di iniziare il cosiddetto discorso apostolico o missionario che comprende tutto il capitolo 10. Si tratta del secondo grande discorso di Gesù. Il primo è il cosiddetto discorso della montagna, capitoli 5, 6 e 7. Ricordiamo ancora una volta che il Vangelo di Matteo è strutturato in cinque discorsi. Il capitolo 10 si apre con la chiamata e la missione dei 12.
Da notare che l’elenco dei 12 apostoli ci è pervenuto in quattro forme: Matteo, Marco, Luca e Atti degli Apostoli. Questi 12, leggiamo al versetto 5, Gesù li inviò dopo averli istruiti. Seguono delle raccomandazioni da parte di Gesù, alcune le ascolteremo domenica prossima.
Ascolteremo i nomi degli apostoli: proviamo a pensare che venga pronunciato anche il mio, tuo, nostro nome. Non è un modo di dire, non è poesia. Nel giorno del battesimo, infatti, c’è stato dato un nome.
Dal nome inteso biblicamente nasce la nostra identità e la nostra missione. Ecco perché la scelta del nome è importante.
Dicevamo che dal nome inteso biblicamente nasce la nostra identità e la nostra missione che è la stessa degli apostoli: predicare soprattutto con la via che il regno dei cieli è vicino, che Gesù cioè è sempre presente nella nostra vita e nel nostro tempo.
Benedetto XV con la solita chiarezza ha affermato che Gesù stesso è il regno. Il regno non è una cosa, non è uno spazio di dominio come i regni del mondo, è persona, è lui. Con il modo in cui parla di regno di Dio, egli conduce gli uomini all’enormità del fatto che in lui è presente Dio stesso in mezzo agli uomini, che egli è la presenza di Dio.
Questo è quanto il discepolo di oggi, seguendo l’esempio degli apostoli deve proclamare anche oggi. Pertanto Gesù ci invia come ha inviato i 12. Non guariremo gli infermi, ma potremo recare sollievo in tanti modi, in particolare con la vicinanza della preghiera o anche visitando gli ammalati. Non risusciteremo i morti, ma potremo risollevare quanti vivono in quelle che possiamo chiamare le morti dell’anima, in particolare con la vicinanza affettiva. Non saneremo i lebrosi, ma potremo toccare, come ha fatto Gesù, quanti si sentono emarginati ed esclusi, ridando dignità e occasioni di integrazione.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Così termina il Vangelo di oggi.
La ragione più profonda del vivere, ha scritto Michele Lavra, gesuita, è l’amore ricevuto e donato.
Dove manca la gratitudine del ricevere, mancherà anche la gioia di donare. Dove manca la gratitudine del ricevere, mancherà anche la gioia di donare.
