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IV Domenica di Quaresima – Donaci la vista, Signore

IV Domenica di Quaresima – Donaci la vista, Signore

Questa domenica viene chiamata domenica Laetare perché l’antifona d’ingresso riprende e si ispira ad alcuni versetti dell’ultimo capitolo del libro di Isaia: Laetare Jerusalem, Rallegrati, Gerusalemme. Siamo giunti a metà del cammino verso la Pasqua e la liturgia ci propone una sosta di gioia.

Il Vangelo ci racconta l’episodio del cieco nato che ha ritrovato la gioia grazie alla guarigione operata da Gesù.  La Quaresima fu ed è il tempo classico di preparazione dei catecumeni al battesimo e l’episodio del cieco nato in tale contesto ha un significato catecumenale e battesimale profondo.

Il catecumeno non ha ancora la fede sacramentale e perciò è come un cieco che chiede a Gesù la vista. Come Gesù aprì alla luce solare gli occhi del cieco nato mediante l’abluzione, così apre alla luce del sole divino gli occhi interiori del catecumeno mediante l’acqua del battesimo. Per questo il battesimo viene chiamato già dall’autore della lettera agli Ebrei, e poi dalla tradizione specialmente orientale, illuminazione. Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo (Lettera agli Ebrei, 6,4).

Dopo il tema dell’acqua che predominava nel dialogo di Gesù con la Samaritana domenica scorsa, ecco un altro tema caro a Giovanni: quello della luce. Questo termine ricorre ben 22 volte in Giovanni ed è sempre riferito a Gesù, eccetto in due casi. Nel prologo ricorre ben cinque volte. La luce, dice subito l’evangelista, splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta (oppure, altra traduzione possibile, non l’hanno vinta).

Già nelle prime battute del quarto Vangelo viene annunciato quello che possiamo chiamare il dramma della luce, di cui l’episodio del cieco nato è una illustrazione. Il Vangelo parla di due specie di cecità: la cecità fisica dell’uomo cieco dalla nascita, la cecità spirituale dei farisei che si oppongono a Gesù, il quale è la luce del mondo.

L’episodio mostra il contrasto tra la fede e l’incredulità, l’accoglienza di Gesù e il suo rifiuto. Questo rifiuto è chiamato peccato, che è la chiave di lettura di tutto il brano. Per Giovanni, il vero peccato è l’incredulità, il peccato per eccellenza: stare davanti alla luce di Cristo e rifiutarla. Questo è il dramma: la verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità.

Questo racconto è uno dei più affascinanti del quarto Vangelo, arricchito dalla cosiddetta “ironia giovannea” che emerge dai dialoghi. Il momento più ironico è la risposta del cieco nato ai farisei: “Se sia peccatore non lo so. Una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo. Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”.

Il momento più drammatico è invece verso la fine. Gesù afferma: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Ai farisei che chiedono “Siamo forse ciechi anche noi?”, Gesù risponde: “Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”.

L’evangelista precisa che Siloe vuol dire “inviato”. Il messaggio è chiaro: solo andando da colui che è inviato, cioè da Gesù, troveremo la luce che illumina la nostra esistenza. Pensiamo un attimo al cero pasquale, riaccendiamo la nostra candela, segno della nostra fede, e riprendiamo il cammino facendo in modo che non si spenga sotto il vento delle prove. Se dovesse capitare, ripeteremo come il cieco Bartimeo: “Signore, fa’ che io veda”.

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