XXX Domenica del Tempo Ordinario – Ama il prossimo tuo
Dopo aver chiesto se è lecito o no pagare il tributo a Cesare, i farisei pongono un’altra domanda a Gesù sul comandamento più grande: «Maestro, nella legge qual è il grande comandamento?»
È opportuno fare un passo indietro, altrimenti non si capisce l’espressione «aveva chiuso la bocca ai sadducei». Dopo la discussione sul tributo a Cesare, lo stesso giorno, nota Matteo, si avvicinarono dei sadducei per porre una domanda a Gesù sul tema della risurrezione. Infatti i sadducei, al contrario dei farisei, negavano la risurrezione dei morti e l’esistenza degli angeli.
Bisogna ricordare che i sadducei, che costituivano la classe sacerdotale e comprendevano anche proprietari terrieri e mercanti, accettavano solo i primi cinque libri della Bibbia (il cosiddetto Pentateuco) e rifiutavano la tradizione orale.
La folla, udendo la risposta di Gesù, era stupita del suo insegnamento. Qui si inserisce l’inizio del Vangelo di oggi che abbiamo già citato.
È interessante notare che Matteo si esprime in maniera alquanto pittoresca. Noi traduciamo con “aveva chiuso la bocca ai sadducei”, ma il testo dice letteralmente: “aveva messo la museruola ai sadducei”.
Vi è poi un’altra particolarità: Matteo parla del grande comandamento, Marco del primo; Luca pone la domanda in un altro modo e cioè: «Maestro, facendo che cosa erediterò la vita eterna?»
Prima di prendere in esame la risposta di Gesù, è opportuno ricordare che la domanda del dottore della legge faceva parte di una disputa frequente nelle scuole rabbiniche. Ora, i rabbini più rigidi rifiutavano la distinzione dei 613 precetti (365 negativi, 248 positivi): per loro i precetti erano tutti importanti. Gesù quindi viene chiamato a dire la sua in una discussione che poteva condurre a posizioni compromettenti.
Rispondendo, Gesù va diritto al bersaglio con due citazioni: con Deuteronomio 6:5 ribadisce che l’amore per Dio è il più grande e il primo comandamento; con il testo di Levitico 19:18 completa l’affermazione ricordando che l’amore per il prossimo è inscindibile dall’amore per Dio. L’aggettivo “simile”, che definisce il secondo comandamento, non significa che si avvicina in qualche modo al primo, ma che lo realizza, lo rende visibile. Potremmo dire che il secondo comandamento rende visibile e credibile il primo.
Ora permettete una breve digressione esegetica per quanto concerne l’espressione “come te stesso” che troviamo nel libro del Levitico e che letteralmente vuol dire semplicemente “come te”. In senso restrittivo, “amerai il tuo prossimo”, ovvero il prossimo che è come te, significa in altre parole solo colui che ti è simile in termini di parentela, etnia e religione.
Ma esiste un’altra accezione che merita di essere considerata: l’espressione può essere intesa come un riferimento all’essere personale del prossimo. In questo caso, Levitico 19:18 non implica solo un parametro di identità (cioè un altro come te), ma di singolarità personale: un altro che è un sé come te.
Ricapitolando, nella sua concisione l’espressione ha un duplice significato. Uno potrebbe essere: amerai il tuo prossimo come devi amare te stesso; un altro: amerai il tuo prossimo che è una persona come te. In sostanza si tratta di amare sia come si ama se stessi, sia di amare un prossimo che è un altro sé come se stessi. Un passo del Siracide ci aiuta: «Riconosci che il tuo prossimo è come la tua anima».
A parte queste sfumature, bisogna dire che a volte ci dimentichiamo della seconda parte del comandamento: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Per voler bene bisogna volersi bene. Prima di tutto bisogna essere in pace con se stessi, sgombrando il cuore dai sentimenti negativi che inquinano la nostra vita, a cominciare dal rancore e dall’odio, dallo spirito di vendetta e di rivalsa.
Ha scritto magnificamente Sant’Agostino: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi. Siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi all’interno il lume acceso».
