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Voli di solidarietà 2026 – Si parte per fare, si torna per essere

Voli di solidarietà 2026 – Si parte per fare, si torna per essere

Si è conclusa l’esperienza nella missione orionina del Madagascar, partiti grazie all’iniziativa della ONG orionina SEV 84. Ecco la loro testimonianza.

«Come è andata?».

È una domanda semplice, quasi inevitabile, che ci siamo sentiti rivolgere molte volte tornando a casa. Eppure è proprio a questa domanda che facciamo più fatica a rispondere. Perché raccontare il Madagascar significa molto più che parlare dei luoghi che abbiamo visto o delle attività che abbiamo svolto. Significa provare a raccontare incontri, emozioni, fatiche, domande e consapevolezze che ancora oggi continuano ad accompagnarci.

Siamo partiti in diciotto, ragazzi e ragazze provenienti da diverse parti d’Italia, per vivere delle settimane di servizio missionario insieme a don Lorenzo Lodi e don Paolo Nagari, sacerdote di Vigevano. Ad accoglierci c’era don Luciano Mariani, missionario orionino che da venticinque anni vive e opera in Madagascar. Non siamo partiti pensando di poter cambiare una realtà così complessa, né con la presunzione di avere risposte da offrire. Siamo partiti con la disponibilità a metterci al servizio e, soprattutto, con la voglia di lasciarci interrogare da una realtà diversa dalla nostra.

Il nostro viaggio è iniziato nella capitale, Antananarivo, una città immensa e caotica, fatta di rumori, persone, traffico e vita. Qui abbiamo lavorato nelle scuole della comunità orionina, frequentate da migliaia di bambini e ragazzi, fino alle superiori. Abbiamo pulito gli ambienti, sistemato e ridipinto le aule. Abbiamo anche incontrato insegnanti e famiglie, iniziando a conoscere una realtà che, dietro le sue difficoltà, ci mostrava ogni giorno una grande voglia di futuro.

La scuola, in particolare, ci ha fatto comprendere quanto l’istruzione possa essere uno strumento concreto di riscatto. In un Paese segnato da profonde disuguaglianze, offrire a un bambino la possibilità di studiare significa offrirgli la possibilità di conoscere, pensare, scegliere e costruire un futuro diverso.

Dopo i primi giorni nella capitale ci siamo spostati a Miandrarivo, un villaggio lontano circa 180 chilometri, dove il ritmo della vita era completamente diverso. Qui non c’erano i comfort ai quali siamo abituati e le giornate erano scandite dalla luce del sole, dalla preghiera, dal lavoro e dai ritmi della natura. La mattina iniziava presto e trascorrevamo le nostre giornate lavorando nella scuola del villaggio, dipingendo decine di aule.

È stata una settimana faticosa, ma proprio quella fatica ci ha insegnato qualcosa. Quando uno di noi riusciva a dare dieci, gli altri davano venti, trenta, quaranta. E insieme arrivavamo a cento. Abbiamo scoperto che il lavoro diventava più leggero quando era condiviso e che anche la stanchezza poteva trasformarsi in gioia quando ci si sentiva parte di qualcosa di più grande.

A Miandrarivo abbiamo anche imparato a rallentare. In un mondo in cui siamo abituati a riempire ogni momento, ci siamo trovati davanti a persone capaci di aspettare, di stare nel tempo, di vivere con ciò che avevano. All’inizio ci siamo chiesti: «Che cosa stanno aspettando?». Poi abbiamo iniziato a capire che forse eravamo noi ad avere dimenticato come si aspetta, come ci si ferma, come si vive semplicemente il presente.

Il nostro incontro con le famiglie ci ha messo davanti anche alla parte più difficile del Madagascar. Abbiamo visto abitazioni estremamente povere, case senza cucina e senza bagno, con un solo letto per più persone e tetti attraverso i quali entra la pioggia. Abbiamo ascoltato storie di abbandono, discriminazione, abuso e difficoltà quotidiane. Abbiamo conosciuto madri che lavorano duramente per garantire ai propri figli anche ciò che per noi è scontato: un pasto, un tetto, la possibilità di studiare.
Eppure, dentro quelle case e lungo quelle strade, abbiamo incontrato anche qualcosa che non ci aspettavamo: una straordinaria capacità di sorridere.

Lo abbiamo visto soprattutto nei bambini. All’inizio molti ci guardavano con diffidenza e paura, nascondendosi davanti a quei volti stranieri, gli uomini bianchi (“Vazaha”, letto Vasà in malgascio). Poi, giorno dopo giorno, si sono avvicinati. Una mano cercava la nostra, un sorriso diventava un invito, una carezza si trasformava in un gioco. Una volta, fermandoci in una piccola strada spoglia, ci siamo ritrovati circondati da bambini curiosi. Abbiamo iniziato a giocare con loro e, in pochi minuti, quella strada si è riempita di voci, risate e vita.

In quei momenti abbiamo capito che non eravamo soltanto noi a dare qualcosa. Stavamo ricevendo una lezione che nessun libro avrebbe potuto insegnarci. Quei bambini ci hanno insegnato a vedere ciò che c’è, invece di concentrarci continuamente su ciò che manca.

Ci hanno ricordato che la felicità non dipende necessariamente da quanto possediamo, ma dalla capacità di riconoscere, amare e condividere ciò che abbiamo.

Abbiamo iniziato anche a chiederci chi fosse davvero lo «straniero». Eravamo arrivati in Madagascar sentendoci ospiti, ma eravamo noi a trovarci nelle loro strade, nelle loro case, nelle loro abitudini. Eppure, attraverso un sorriso, una mano stretta o un abbraccio, quella distanza è progressivamente scomparsa.

Tornando a casa ci siamo accorti che il viaggio non è finito. Il Madagascar ci ha lasciato una nuova scala di valori e la consapevolezza che la missione non consiste soltanto nel partire, lavorare e tornare. La missione continua nel modo in cui scegliamo di vivere, nelle relazioni che costruiamo, nella cura dell’altro e nella capacità di condividere ciò che abbiamo.

Abbiamo imparato che non sempre siamo chiamati a vedere il frutto di ciò che seminiamo. A volte siamo semplicemente chiamati a seminare, con la fiducia che qualcun altro, un giorno, potrà raccogliere.

Siamo partiti pensando di poter lasciare qualcosa al Madagascar. Siamo tornati scoprendo che, in realtà, era il Madagascar ad aver lasciato qualcosa dentro di noi. Una parte di noi è rimasta tra quelle strade, negli occhi dei bambini, nei sorrisi, nelle mani che abbiamo stretto e nelle storie che abbiamo ascoltato. Ma una parte del Madagascar è tornata con noi.

Per questo non vogliamo mettere un punto a questa esperienza. Perché ci sono esperienze che finiscono quando si torna a casa e altre che, proprio in quel momento, cominciano davvero. La nostra continua nelle scelte che faremo, nel modo in cui guarderemo le persone, nella capacità di fermarci, ascoltare e prenderci cura. Continua ogni volta che sceglieremo di non dare per scontato ciò che abbiamo.

Siamo partiti per donare e siamo tornati consapevoli di aver ricevuto molto di più.

Siamo partiti per servire e abbiamo imparato che, a volte, il primo cambiamento deve avvenire dentro di noi.

Siamo partiti pensando di poter cambiare un piccolo pezzo di mondo. E siamo tornati con la certezza che un piccolo pezzo di mondo ha cambiato noi.

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