II Domenica dopo Natale – E il Verbo si è fatto carne
In questa domenica la liturgia ci offre la splendida pagina del prologo del Vangelo di Giovanni.
Quando ci si avvicina al vangelo di Giovanni si avverte non solo il fascino, ma anche una sensazione di stupore e di meraviglia: questo vale sopratutto per il prologo, definito il più bell’inno cristiano. Che un discepolo di Gesù abbia potuto scrivere un canto così sublime, desta commozione anche dopo duemila anni.
Sono presenti nel prologo cinque temi: l’identità “in principio era il Verbo”, la vicinanza “venne ad abitare in mezzo a noi”, i testimoni “venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni”, gli avversari “i suoi non l’hanno accolto”, l’influsso salutare del Verbo “tutto è stato fatto per mezzo di lui”.
“E il Verbo si è fatto carne”: questo è il cuore della fede cristiana. Nel 1960, il teologo tedesco Joachim Ieremias scriveva che i cristiani sono sul punto di sacrificare questa affermazione del prologo di Giovanni, riducendo Gesù a una semplice idea. L’origine del cristianesimo è un avvenimento storico, la comparsa dell’uomo Gesù di Nazareth: non possiamo eliminare lo scandalo dell’incarnazione.
Farsi carne non è semplicemente diventare uomo: in greco la parola carne indica l’uomo nella sua condizione di limite, debolezza, fragilità, mortalità. Non si poteva esprimere in maniera più forte il realismo dell’incarnazione e il volontario abbassamento di Cristo alla condizione umana.
In Gesù Dio si è talmente avvicinato all’uomo da diventare uno di noi: questo è lo scandalo, questo è il vangelo, questa è la buona, incredibile notizia.
Nonostante questa follia di amore da parte di Dio, molti amano le lunimarie effimere ma non la Luce che dirada il buio dell’esistenza. Ma nelle braccia aperte nel presepe e poi sulla Croce, Gesù attende tutti.
