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Milano – La risposta della Parrocchia San Benedetto di Milano all’emergenza ucraina: accoglienza, condivisione e tanta gratitudine

Milano – La risposta della Parrocchia San Benedetto di Milano all’emergenza ucraina: accoglienza, condivisione e tanta gratitudine

L’emergenza della guerra in Ucraina e dei profughi che hanno dovuto lasciare il loro paese ha trovato nella Parrocchia San Benedetto la disponibilità del Parroco, don Luigino Brolese, di don Flaviu Enache e dei volontari che hanno intuito cosa sarebbe successo anche a Milano.

Hanno lanciato un appello ai parrocchiani e al territorio per cercare di rispondere ai bisogni che sarebbero potuti emergere: necessità di alimenti freschi e a lunga conservazione, indumenti e una vera e propria “scuola di italiano”. È nato così il Centro di Accoglienza Profughi Ucraini “Don Orione”.

Alla prima riunione di coordinamento ci siamo ritrovati in una trentina di persone, non solo parrocchiani e soprattutto pochissimi con esperienza di insegnamento dell’italiano, soprattutto agli stranieri. C’erano giovani studenti, pensionati e lavoratori che volevano dedicare un po’ del loro tempo libero a mamme, bambini e ragazzi. Ad oggi, dopo quasi 3 mesi di attività i volontari sono 57 e i nuclei familiari assistiti sono arrivati a 46 (109 persone in totale). Abbiamo un “angelo” di interprete ufficiale, Mariya, alla quale di tanto in tanto si aggiungono Tatyana, Aleksandra, Giulia che ci aiutano a comprendere bisogni, necessità e ad “accogliere” momenti di tristezza e di fatica.

L’organizzazione fin dal principio si è rivelata complessa: reperire cibo dalle realtà extra parrocchiali, trovare indumenti idonei per la primavera immenente, ma soprattutto strutturare una scuola pomeridiana che permettesse, dal lunedì al venerdì, di garantire lezioni regolari con servizio babysitting. Sono stati adottati anche due veri libro di testo su suggerimento della Comunità di Sant’Egidio che da anni opera anche nell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri.

Nel corso del tempo si sono formate 3 classi di mamme con tuttora nuovi arrivi, una classe di adolescenti, una classe di bambini delle elementari e una della materna. Insomma è una scuola sempre in movimento e divenire.

Ciò che è, comunque, più importante è essere punto di accoglienza a 360°: incontrare le fragilita materialità e psicologiche, capire le difficoltà e tentare di risolverle insieme, essere un punto fermo “milanese” temporaneo nelle loro vite stravolte dalla guerra.

C’è chi si accupa di seguire le pratiche burocratiche per ottenere il Permesso di soggiorno e gli aiuti previsti dalla Protezione Civile, chi si è attivato per permettere di far avere loro visite mediche gratuite facendo rete sul territorio, chi ha seguito l’inserimento scolastico dei bambini e ragazzi non in DAD con l’Ucraina; chi ha organizzato una cena in oratorio dove tutti – italiani e ucraini – hanno potuto esprimere le proprie abilità “culinarie”o una feste di compleanno a sorpresa e ancora un’uscita al teatro delle marionette per uno spettacolo per bambini in lingua ucraina; chi ha pianificato nei dettagli più di una “gita” milanese per scoprire le bellezze della città, chi ha accompagnato, con una carovana di macchine, un gruppo di 22 persone, tra mamme e bambini, a Camogli a “vedere “il mare per la prima volta: insomma un fermento continuo di supporto, creatività e operosità.

Si cerca di avvicinarsi a ciascuna mamma e ai loro figli in “punta di piedi”: sono persone che sono scappate e hanno lasciato la loro terra, i loro mariti, papà, fratelli. Non portano nessun bagaglio con sé, a volte hanno solo una borsa di plastica con dentro quello che rimane della loro vita, della loro storia.

Di storie ce ne sono tante: la mamma con 2 bambini piccoli che ha subito violenze domestiche, quella a cui hanno distrutto la casa costruita con tandi sacrifici dopo anni di servizio nel nostro paese come badante, quella che a 22 anni arriva con la sua bambina di 4 mesi e che ha perso il latte nella fuga e ci chiede aiuto per alimentare la sua bambina, quella che è aiutata, oltre a noi, anche da tante altre famiglie italiane che hanno fatto rete.

Una rete solida, la rete fatta dalle mamme di una classe della scuola materna della zona, che si sono fatte carico di una mamma in difficoltà psicologica ed economica e dei suoi due bambini e li hanno seguiti in tutto sin dall’inizio; da una famiglia che ha messo a disposizione un appartamento di sua proprietà per un piccolo nucleo familiare e ha creato una chat condominiale per aiutare questi profughi; dalle tre aziende che hanno dato dei pc portatili per una mamma e due adolescenti; da due cartolaii, neanche di zona, che tramite due volontarie, ci hanno fatto pervenire materiale di cancelleria; dall’azienda che gestisce in città bus turistici a due piani e ha regalato un tour milanese con guida al seguito.

Vediamo le mamme e i bambini un po’ più serene, con il sorriso che illumina spesso i loro visi nonostante la sofferenza che non scompare mai e trapela di tanto in tanto insieme alle notizie che arrivano da Kiev, Leopoli, Lugansk. Noi volontari non osiamo chiedere nulla dei loro familiari rimasti a casa, non vogliamo turbarli ulteriormente” hanno detto i volontari.

“Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere questa avventura e quelli che, all’apparenza possono sembrare dettagli e sfumature, e invece sono gli aspetti importanti di qualcosa di irripetibile che è accaduto nelle vite di molti di noi.  – proseguono i volontari di Milano – Alcuni sono venuti per osservare, provare, vedere se erano capaci e sono rimasti facendosi coinvolgere in qualcosa di inaspettato; sono andati oltre l’ora e mezza di disponibilità ad insegnare una lingua e hanno dato letteralmente se stessi.

Molti di noi, oserei dire quasi tutti, hanno avuto la vita un po’ stravolta da questa esperienza: c’è chi ha scoperto una parte di sé che non conosceva, chi il desiderio celato di poter essere utile a qualcuno, chi si è visto stimolato a migliorarsi giungendo a maturare una nuova visione della vita. La curiosità di apprendere sempre cose nuove, in un confronto continuo e quotidiano tra ucraini e volontari ha generato non solo nuova energia ma una visione allargata della vita stessa.

Lavorare insieme, condividere un progetto con persone che si sono conosciute strada facendo, è stato importantissimo: abbiamo fatto incontri per organizzare l’attività didattica, le norme per la distribuzione del cibo, le varie gite, abbiamo creato una vera e propria segreteria del Centro. Abbiamo costruito una rete di solidarietà che vorremmo mettere al servizio della comunità anche quando l’emergenza ucraina sarà finita.”

Così concludono i volontari: “Per riassumere: le persone accolte che sono arrivate come profughi ucraini ora sono  semplicemente i nostri amici e amiche ucraine“.

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