"Fiat! Pronunciatela questa soave parola, ora come preghiera, ora come atto di fede nel dubbio, come atto di speranza nel timore, e sempre come atto di amore."
Don Orione

Il popolo romeno, vestito a festa, oggi 1° dicembre, fa memoria di uno dei più grandi e significativi momenti della propria storia moderna: la realizzazione del grande ideale di vivere in unità e libertà in un unico Stato chiamato Romania. Il 1 dicembre 1918, è per il popolo romeno un giorno che ricorda un evento, ma anche l’identità, la lungimiranza e il sacrificio dei propri antenati che, alla fine della Prima Guerra Mondiale, dopo molti anni di dominazione straniera, portarono alla realizzazione non solo la liberazione dei romeni che si trovavano sotto il dominio straniero, specialmente sotto l’impero Austro-Ungarico, ma anche il completamento dello Stato nazionale grazie all’unificazione di tutte le province abitate dai romeni con il già esistente stato della Romania (1859).

Questo particolare evento della storia romena diventa molto significativo anche per la Congregazione di Don Orione. Infatti, la Piccola Opera della Divina Provvidenza, una volta chiusasi la dolorosa pagina storica del comunismo verso la fine degli anni ’90, seguendo l’invito di Papa Giovanni Paolo II, si inserisce e contribuisce alla rinascita del popolo romeno disorientato e oppresso dalla povertà materiale e culturale. A Oradea, a Bucarest e a Iasi, cioè nella regione della Transilvania, della Valacchia, e della Moldavia, quindi nella Grande Romania, la Congregazione ha cominciato, e continua, a proporre l’ideale della carità di Don Orione, che ha la forza di vincolare nell’unità e di rendere e indicare l’autentica libertà, cioè di instaurare omnia in Christo, illuminando il presente dell’uomo e della società con la luce della fede.

Festeggiare un momento così significativo come il Centenario di una persona, di una comunità, di un paese, in questo caso della Romania, ci obbliga in qualche maniera a ripercorrere la strada fatta non solo per riepilogare ciò che è stato, ma per rimemorare quei punti chiave, quei momenti di svolta -non necessariamente positivi-, che hanno fatto sì che oggi il popolo romeno possa festeggiare 100 anni di unità. Infatti, lo sguardo sulla storia personale o comunitaria fa tenere sempre viva la propria coscienza, identità e appartenenza ad un popolo e ad una comunità. Ancora, lo sguardo attento alla storia riporta alla memoria e alla vita ciò che ha animato le persone e i leader di allora, in questo caso, il popolo romeno: il cercare costantemente le circostanze migliori per la realizzazione le proprie legittime aspirazioni e la valorizzazione di queste opportunità. Quindi, lo scrutare il passato evidenzia ideali, progetti, valori e anche errori che sempre accompagnano l’essere umano e le comunità, ma, oltre a questo, scrutare la vita passata fa svegliare il presente e accendere la speranza futura. La forza di non dimenticare e di lasciarci docilmente insegnare dal passato illumina e riporta alla presenza del nostro oggi quegli ideali che scandiscono la storia da sempre: la pace, la libertà, l’unità.

Che sia questo l’augurio che caratterizzi la nostra storia, il popolo romeno e la nostra Congregazione in Romania e nel mondo: che abbiamo il coraggio di leggere, e riflettere scrutando gli eventi della storia per diventare, a nostra volta e nel nostro piccolo, ‘costruttori’ di una nuova società edificata sulla pace, sulla libertà, sull’unità, quindi sulla carità.

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Nella società di oggi si vive spesso come se si fosse immortali: la malattia, la debolezza, la morte sono bandite, oscene, anche per coloro che si definiscono cristiani.  "È una vergogna e un tradimento della vocazione ricevuta nel battesimo, che è immersione nella morte, e non in una qualsiasi morte, ma nella morte del Signore" dice Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose.

La notizia della morte di una persona cara, giovane, lascia sempre impreparati e agita in noi domande e timori: Angela Barbiero, una delle prime componenti  dell’Orione Musical Group, è tornata al Padre il 22 novembre all'ospedale di Mirano (Venezia). Una vita che non finirà sui giornali, ma che nella sua "ordinarietà" ha seminato tanto e ha lasciato a tutti coloro che l'hanno incontrata questi semi da custodire come sua eredità.

Ricordiamo Angela con il messaggio di don Moreno Cattelan, ora missionario in Ucraina e fondatore del gruppo.

10.45…AMEN (Così sia)

“Oggi più che mai ho voglia di vivere!”.
Sono queste le prime parole che Beatrice posta su FB qualche minuto dopo la nascita al cielo della sua migliore amica…
Quella voglia di vivere che Angela ha tenuto a denti stretti in questo ultimo mese della sua esistenza terrena e nelle ore interminabili della sua agonia, ieri, questa notte, fino alle 10.45 di oggi, 22 novembre.  
“Angela non deve morire!”…
Era un po’ questo il segreto desiderio che si era annidato nel nostro cuore e nel nostro agire dopo la notizia che il tumore minacciava nuovamente il suo esile corpo. Agire che si è poi concretizzato nelle varie iniziative lanciate con lo slogan: TUTTI UNITI CON ANGELA.
Ci abbiamo creduto fino alla fine… tutti.
Chi pregando nell’intimità della propria casa e dei propri affetti;
chi scambiandosi i turni per farle compagnia-assistenza in ospedale;
chi partecipando ad una affollata veglia di preghiera lo scorso 2 novembre a Campocroce;  
chi unendosi al pellegrinaggio fatto a Bosaro (Ro) ai piedi della tomba della Beata Maria Bolognesi, una mistica delle nostre terre, alla quale avevamo affidato, senza mezzi termini, il compito di fare… un miracolo;
chi ricevendo e inviando messaggi sui social…
Attorno ad Angela si era creata una specie di fortezza per contrastare il dolore e cercare di vincere il nemico. Fortezza che lei percepiva come una protezione, una tenerezza, una fiala di pace tra le fiale di morfina e cannucce  varie che le permettevano si sopravvivere.
“Sono in pace, sono serena!” - mi confidava durante la mia visita del 2 novembre scorso.
“Qui sto bene!”. Segno che la fortezza resisteva e le dava un senso di solidità.
Poi, come nelle storie non a lieto fine, il castello si è sgretolato lasciandola a lottare con la morte… fino all’ultimo respiro.
Ma dietro a quest’ultima scena c’è tutta una vita, breve, 49 anni, ma intensa.
Semplice ma esemplare.
Noi che abbiamo avuto la grazia d’averla conosciuta ne siamo i testimoni.  
Voglio ricordare Angela come una delle prime persone che hanno aderito al…sogno.
Il suo nome appare nel primo storico volantino: “Io ci provo”.
Lei per prima c’ha provato mettendoci anima e corpo, fatica e sudore.
La bellezza del suo esile fisico e uno sguardo che in scena ti entrava dentro…
Non posso dimenticare le prime rappresentazioni di C’E' POSTO PER TUTTI dove sapeva dominare il palco con innegabile bravura.
Angela è la storia dell’OMG… e quante storie ricordava: aneddoti, fatti, curiosità.
L’OMG era la sua seconda (o prima!) famiglia.
Lei che si batteva perché l’OMG, divenuto adulto in quanto che i primi “matti” si erano accasati e avevano messo su famiglia, diventasse una “famiglia di famiglie”.
Angela era ferma nelle sue idee… una “Barbiero” come doveva concludere Enrico dopo confronti o prese di posizione divergenti.
Ma Angela sapeva anche conciliare, smussare e capire.
L’ho potuto sperimentare durante il suo breve servizio in qualità di Presidente dell’ OMG.
A lei tutto il gruppo, dai primi fino agli attuali componenti, deve molto.
All’OMG Angela ha dato i migliori anni della sua vita e continuava a provare assieme alle sue due meravigliose figlie, Zoe e Asia che sono parte dell’OMG avendo già più volte calcato la scena.
La loro ultima volta, insieme, è stata il 16 maggio scorso presso l'Istituto Berna a favore di tutti gli studenti di quel Centro... e lei, Angela, a sbirciare tra le quinte e ad aiutare Asia a vivere da protagonista l'opera IO CI PROVO, quel sogno divenuto realtà presentato in ben 4 occasioni nella stessa giornata ai 700 studenti del Berna.
Con il marito Enrico Callegari  (co-autore delle musiche del musical) stava pensando qualcosa di nuovo e coinvolgente per dare nuova  linfa  e vitalità al gruppo che amava e sentiva come una loro creatura…ma anche  il male lanciava i suoi primi segni di vita, senza dare via di scampo gettando nel suo corpo e in faccia a tutti la sua dura volontà.  
Pensare che non ci sei più è assai difficile.
Immaginare di fare qualcosa senza la tua presenza, altrettanto.
Sara scrive: “La fede ci porta ad accettare lì dove non abbiamo conoscenza, e spero che anche questa volta ci sia un disegno più grande dietro a questo dolore”.
Un disegno. Già!
Parafrasando Giobbe potremmo anche dire:
“Il Signore ci ha dato Angela, il Signore ce l’ha tolta. Sia benedetto il nome del Signore!”.
Grazie per tutto, carissima Angela, amica di sempre.
Grazie per il solco profondo che hai lasciato nella tua famiglia, ad Enrico, Zoe ed Asia.
Grazie per quello che hai lasciato in dono alla tua famiglia di origine; Bruno, Ines, Nicoletta, Loretta, Mario e Francesca te ne sono infinitamente grati, pur nel dolore che stringe il loro cuore.
Grazie per quello che hai donato agli altri tuoi parenti, amici, conoscenti.
Grazie per quello che hai dato all’OMG, con umiltà e tutto te stessa.
Grazie per quello che ho ricevuto da te in questi 28 anni, vicino o lontano che sia stato.
Posso solo immaginarmi Marialisa, Fabio e Claudio, (i giovani amici del gruppo mancati prematuramente) ed anche Gino, il nostro primo regista, che oggi alle 10.45, là sulla porta della “palestra del Paradiso” ti aspettavano, mentre ancora una volta, guardandoli con il tuo contagioso sorriso, ti ripeti convinta: “…E anche qua, IO CI PROVO”.
A Dio, Angelo-Angela.
Un abbraccio da qui all’eternità.
Don Moreno

L’viv-Leopoli,  22.11.2018

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Oggi è l'ultimo giorno del mese dedicato alle missioni.

Ma quale significato deve avere lo slancio missionario per un cristiano, dopo il 31 di ottobre? Si ferma tutto a ottobre oppure il Vangelo ci chiama ad essere sempre, ogni giorno suoi missionari?

Vi proponiamo la riflessione, pubblicata dal quotidiano Avvenire, di un sacerdote romano, Don Federico Tartaglia, ora parroco, missionario per nove anni in Malawi.

Per leggere la testimonianza di don Federico clicca QUI

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Lunedì, 22 Ottobre 2018

Marghera - Tu sei missione

Ieri, domenica 21 ottobre 2018, nella chiesa di S. Pio X di Marghera, è stata celebrata la Giornata Missionaria Mondiale. L’intenzione era quella di rivolgere a tutti il messaggio che Papa Francesco ha scritto per questa occasione: “ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: Io sono una missione in questa Terra, e per questo mi trovo in questo mondo” (Evangelii Gaudium,273).  

Bisognava comunicarlo tenendo conto delle diversità presenti nelle comunità parrocchiali: adulti, bambini, giovani, ma anche persone provenienti da altre parti del mondo e che ora vivono qui.
Sono stati usati sull’altare cinque ceri di colori diversi per ricordare e pregare per i missionari e le missionarie che operano nei vari continenti. Per questo la preghiera dei fedeli, “Ogni uomo e ogni donna siano una missione”, è stata letta in lingua madre da alcuni parrocchiani.

A tutti i bambini presenti è stata donata una matita colorata, affinché possano disegnare gesti di bontà e ricordare che ognuno è una missione, come diceva Santa Teresa di Calcutta, dedicando ogni suo attimo alla cura dei più poveri e offrendo una testimonianza vera di ciò che significa essere missionari: “Io non sono che una piccola matita nelle mani di Dio”.

Per raggiungere i giovani ed i giovanissimi è stato inviato un messaggio WhatsApp subito dopo la messa ad ognuno di loro, con le parole di Papa Francesco: “Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci!”.

A completare e a dare ancora più significato a questo momento di preghiera universale è stata sicuramente l’inaspettata e graditissima presenza di Don Felice, consigliere provinciale orionino, che ha presenziato la celebrazione. Don Felice, con le parole di Don Orione, ha invitato ognuno dei presenti ad essere missione, perché solo con il servizio verso gli altri sarà possibile costruire un mondo migliore, “solo con la carità si salverà il mondo”.

 

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Si celebra oggi la 92° giornata missionaria mondiale.

Quest'anno la ricorrenza assume un significato speciale, perché cade mentre si celebra un altro importante avvenimento per la Chiesa: il Sinodo dei giovani. Anche per questo il messaggio del Papa si rivolge proprio ai giovani: sono loro ad essere chiamati a dare nuovo slancio all'evangelizzazione.

I giovani, e non solo, devono ricordare che tutta la vita del cristiano è missione, è portare a tutti, in ogni luogo, il messaggio di amore del Vangelo.

Ci sono due modi per contribuire all'azione missionaria della Chiesa: il primo è la preghiera, perché la fede è sempre comunque un dono di Dio, e il secondo è la raccolta di offerte durante le celebrazioni eucaristiche della Giornata. L’opera missionaria ha infatti necessità anche di sostegno concreto per poter essere portata avanti.

 

Leggiamo di seguito il testo completo del messaggio del Papa:

Cari giovani, insieme a voi desidero riflettere sulla missione che Gesù ci ha affidato. Rivolgendomi a voi intendo includere tutti i cristiani, che vivono nella Chiesa l’avventura della loro esistenza come figli di Dio. Ciò che mi spinge a parlare a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. «La missione rinvigorisce la fede» (Lett. enc. Redemptoris missio, 2), scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato.

L’occasione del Sinodo che celebreremo a Roma nel prossimo mese di ottobre, mese missionario, ci offre l’opportunità di comprendere meglio, alla luce della fede, ciò che il Signore Gesù vuole dire a voi giovani e, attraverso di voi, alle comunità cristiane.

La vita è una missione.

Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 273).

Vi annunciamo Gesù Cristo

La Chiesa, annunciando ciò che ha gratuitamente ricevuto (cfr Mt 10,8; At 3,6), può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra. Gesù Cristo, morto e risorto per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno. Cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita. Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Alla scuola dei santi, che ci aprono agli orizzonti vasti di Dio, vi invito a domandarvi in ogni circostanza: «Che cosa farebbe Cristo al mio posto?».

Trasmettere la fede fino agli estremi confini della terra

Anche voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti. Voi state sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino. Nella convivenza delle diverse età della vita, la missione della Chiesa costruisce ponti inter-generazionali, nei quali la fede in Dio e l’amore per il prossimo costituiscono fattori di unione profonda.

Questa trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari. Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita. Ogni povertà materiale e spirituale, ogni discriminazione di fratelli e sorelle è sempre conseguenza del rifiuto di Dio e del suo amore.

Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra (cfr Lc 9,23-25). Oserei dire che, per un giovane che vuole seguire Cristo, l’essenziale è la ricerca e l’adesione alla propria vocazione.

Testimoniare l’amore

Ringrazio tutte le realtà ecclesiali che vi permettono di incontrare personalmente Cristo vivo nella sua Chiesa: le parrocchie, le associazioni, i movimenti, le comunità religiose, le svariate espressioni di servizio missionario. Tanti giovani trovano, nel volontariato missionario, una forma per servire i “più piccoli” (cfr Mt 25,40), promuovendo la dignità umana e testimoniando la gioia di amare e di essere cristiani. Queste esperienze ecclesiali fanno sì che la formazione di ognuno non sia soltanto preparazione per il proprio successo professionale, ma sviluppi e curi un dono del Signore per meglio servire gli altri. Queste forme lodevoli di servizio missionario temporaneo sono un inizio fecondo e, nel discernimento vocazionale, possono aiutarvi a decidere per il dono totale di voi stessi come missionari.

Da cuori giovani sono nate le Pontificie Opere Missionarie, per sostenere l’annuncio del Vangelo a tutte le genti, contribuendo alla crescita umana e culturale di tante popolazioni assetate di Verità. Le preghiere e gli aiuti materiali, che generosamente sono donati e distribuiti attraverso le POM, aiutano la Santa Sede a far sì che quanti ricevono per il proprio bisogno possano, a loro volta, essere capaci di dare testimonianza nel proprio ambiente. Nessuno è così povero da non poter dare ciò che ha, ma prima ancora ciò che è. Mi piace ripetere l’esortazione che ho rivolto ai giovani cileni: «Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me» (Incontro con i giovani, Santuario di Maipu, 17 gennaio 2018).

Cari giovani, il prossimo Ottobre missionario, in cui si svolgerà il Sinodo a voi dedicato, sarà un’ulteriore occasione per renderci discepoli missionari sempre più appassionati per Gesù e la sua missione, fino agli estremi confini della terra. A Maria Regina degli Apostoli, ai santi Francesco Saverio e Teresa di Gesù Bambino, al beato Paolo Manna, chiedo di intercedere per tutti noi e di accompagnarci sempre.

Dal Vaticano, 20 maggio 2018, Solennità di Pentecoste

FRANCESCO

 

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L’Oratorio è il luogo in cui la comunità cristiana si riunisce, svolge le sue attività, accoglie, educa e si prende cura delle nuove generazioni per formarle nella fede e nella vita sociale.


Con questa frase la comunità orionina di Elbasan in Albania inizia il progetto d’Oratorio 2018-2019.
L’obiettivo principale è promuovere il carattere formativo dell’Oratorio, in stretta relazione con il cammino Cristiano della pastorale parrocchiale rivolto ai ragazzi, senza per questo tralasciare l’aspetto formativo, ricreativo e di accoglienza. Solo potenziando il primo è possibile realizzare nel modo migliore anche il secondo.


Le attività dell’oratorio per quest'anno 2018 - 2019 sono iniziate il 17 settembre. È stato accolto un numero di 70 bambini rom i quali partecipano in diversi gruppi: doposcuola, gruppo sportivo under 11 e gruppo sportivo under 15.
Il gruppo del doposcuola ha fornito ai ragazzi tutto il materiale necessario per la scuola: zaini, libri. Tutti i giorni questi ragazzi vengono seguiti durante lo svolgimento dei compiti e partecipano a diverse attività educative e culturali.
I gruppi sportivi hanno iniziato a raccogliere le adesioni per il piano di allenamento che durerà l’intero anno.
Il gruppo dei più grandi, gli under 15, è andato a vedere negli scorsi giorni la partita della nazionale Albanese nel grande stadio Elbasan Arena.


QUI il progetto d’Oratorio 2018-2019

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Manca una settimana alla Giornata Missionaria Mondiale, coronamento del mese missionario.

In preparazione a questo momento di condivisione e di fraternità, proponiamo la testimonianza del Chierico Pedro Raimundo Batista Andrade, che ha vissuto un 'esperienza missionaria nella diocesi di Tabora in Tanzania e in un video le parole del Padre Provinciale Don Aurelio Fusi.

Il direttore Generale della Piccola Opera della Divina Provvidenza Padre Tarcisio Vieira, insieme al suo consiglio, ci ha mandato in Tanzania per un’esperienza missionaria durante il periodo estivo nell’arcidiocesi di Tabora, regione centrale di Tanzania. Noi studenti a Roma, Padre Anthony - keniota, il diacono Josimar ed io Pedro, entrambi brasiliani, siamo rimasti lì per due mesi. Siamo stati ben accolti dall’Arcivescovo Paul Ruzoka, dai preti, religiosi e religiose e da tutta la gente con cui abbiamo avuto contatto.

In questo piccolo periodo siamo stati con il vescovo, abbiamo partecipato alle celebrazioni presiedute da lui e abbiamo condiviso con le suore di Madre Teresa e le suore Orionine e i poveri la nostra solidarietà nella carità. In realtà abbiamo più ricevuto che donato.

Pur essendo una realtà di molta povertà, di semplicità, la gente è molto accogliente, gioiosa, serena, rispettosa, portatrice di grande speranza e vivono intensamente la fede. Le loro celebrazioni domenicali pur essendo nelle cappelle più piccole e povere di campagna sono ben preparate, cantano e ballano con fervore e pietà. 

Alimentati dalla speranza e dalla gioia del vangelo ci siamo resi subito disponibili a servire i più poveri pur non conoscendo la loro lingua. La lingua dell’amore e del servizio evangelico ci faceva capire tutto. Abbiamo dato una mano alle Piccole Suore Missionarie della Carità di Don Orione che si trovano nella diocesi da febbraio scorso. Le nostre suore, mentre aspettano la loro destinazione definitiva, offrono un po’ di sollievo a delle persone molto bisognose in un insieme di casette (Kijiji cha Amani = Vilaggio della Pace), dentro la città di Tabora. Molte di queste persone sono lebbrosi, alcuni ciechi, anziani, e bambini. Sono persone veramente bisognose, scartate dalla società, spinte a vivere lì perché sono veramente povere, malate e/o anziani. E quindi con le nostre suore visitavamo queste persone alcuni giorni a settimana: pregavano, portavamo medicine, lenivamo le ferite, portavamo qualche provvidenza come cibo e vestiti per alcuni che non hanno nessuno per loto e che sono più dipendenti di assistenza, abbiamo fatto igienizzazione, disinfestazione di insetti, abbiamo aiutato in piccoli lavori manuali e pulizie. Ogni sabato pomeriggio, in una cappellina di fianco, pregavamo il rosario e in seguito si faceva una specie di oratorio festivo con i bambini e adolescenti.

Ci siamo pure dedicati al lavoro manuale nell’opera delle suore di Madre Teresa di Calcutta che accolgono bambini orfani, anziani e persone disabili. Oltre a visitare gli assistiti, giocare con i bambini, abbiamo anche collaborato con l’organizzazione, sistemazione e pulizie di vari ambienti, una volta che loro stavano ristrutturando alcuni ambienti della casa in vista del loro giubileo di 50 anni di presenza a Tabora (la prima casa della loro congregazione nella terra africana). 

Finito il nostro periodo missionario a Tabora, siamo passati per Nairobe in Kenia. Siamo rimasti lì per 15 giorni. Abbiamo fatto anche una bella esperienza di lavoro nel Centro Don Orione (Cottolengo) di Kandisi a Nairobi. Abbiamo aiutato ad assistere i professori e terapeuti nelle attività con i ragazzi. Oltre a questo abbiamo pure lavorato nell’orto insieme ai ragazzi. L’orto è anche un luogo per attività, terapie e apprendimento per i ragazzi più autonomi. L’orto infatti è molto grande e produce diversi tipi di verdure fornite al consumo del proprio Centro e una buona parte è anche venduta per il sostegno di alcuni bisogni del Centro. 

Dopo tutte queste esperienze in mezzo alla gente bisognosa posso dire che l’esperienza di essere presenti e svolgere dei lavori manuali sia nell’opera delle suore di Madre Tereza, che nel Villaggio della Pace con le nostre suore orionine, oltre che nostro rapporto con i diocesani e i religiosi, ci ha proprio colpito e arricchito. La nostra testimonianza di essere vicino alla gente bisognosa è stata molto soddisfacente e importante. La gente (specialmente quella povera e semplice e a volte non ben accolta nella società), si meravigliava per la nostra semplicità di essere con loro. La realtà di Tabora è molto semplice, povera, ma la gente è molto accogliente e trasmettono una fede vissuta con semplicità, sincerità, e con intensità.

Abbiamo percepito che lì ci sono tanti campi dove si può e si deve fare il bene ai poveri più poveri. L’esperienza vissuta in questo periodo ci ha fatto sentire più fortemente l’invito di don Orione di andare all’incontro ai poveri più poveri. 

Ringrazio Dio per avermi mandato a fare questa piccola esperienza missionaria. So che ho fatto molto poco in vista dei bisogni di quella gente, ma so che ho molto imparato da loro.


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Con l’apertura dell’ottobre missionario pubblichiamo l’intervista a Don Benjamin, direttore della comunità del Banin, aperta lo scorso anno.

Quale emozione o sentimento hai provato arrivando nella nuova missione?

L’emozione che ho provato è quella tipica che si sperimenta di fronte al “nuovo” e allo “sconosciuto”, la trepidazione per il mio nuovo ruolo di direttore della comunità e per l’immenso lavoro da svolgere. La mia emozione era quella di una persona che si lancia in un’avventura e vi si butta anima e corpo per raggiungere il fine che solo Dio conosce. Un’emozione grande: quella di una persona che rischia e si gioca tutto sapendo che può vincere ma anche perdere, ma nella certezza che vale la pena di lasciarsi condurre dalla mano di Dio perché solo questo fa vivere veramente.

Quali sogni porti nel cuore per la comunità alla quale sei stato mandato?

Per la mia comunità religiosa ho sognato di fare tutto il possibile per creare un clima di serenità che permetta al fratello di dare il meglio di sé, di essere pienamente se stesso senza ipocrisia. Per i fedeli e la gente dei villaggi ho sognato di poterli aiutare ad avere un atteggiamento di fiducia nei confronti della vita e di Dio, in modo da poter fare delle scelte libere e responsabili.

Quali sono le esigenze o bisogni più urgenti della gente che hai trovato?

Dopo un anno di esperienza a Malanville penso che i fedeli abbiano bisogno di capire meglio il vangelo per poter metterlo in pratica. Per raggiungere questo obiettivo occorre innanzitutto insegnar loro a leggere e a scrivere, perché molti sono analfabeti. È urgente per questa gente un’educazione scolastica. Molti sono purtroppo i bambini che girano per le strade chiedendo l’elemosina e non avendo la possibilità di alcuna istruzione. Penso di creare una piccola struttura dove questi bambini possano fare la doccia, mangiare qualcosa, giocare e pian piano imparare a leggere e a scrivere. Penso che la prima povertà è lì: l’analfabetismo.

Cosa e come vi siete organizzati? Quali attività avete avviato?

Questo primo anno ci è servito come esperienza. Sul piano pastorale abbiamo lavorato molto per sistemare tante cose che non funzionavano in parrocchia: rinnovando i referenti dei gruppi e dei consigli e dando nuova vita alle associazioni. Abbiamo “risvegliato” due comunità in due villaggi, oltre la comunità della città di Malanville.
 
Ci sono degli ostacoli che rendono faticosa la vostra opera? Quali?

Il primo ostacolo è la lingua. Comunichiamo in francese ma quanti capiscono questa lingua? Un altro ostacolo potente è la cultura che ha un peso forte sulle persone. Evangelizzare la cultura è un impegno davvero grande.

Quale messaggio o slogan o provocazione vorresti lanciare a chi vive in Italia?

Come slogan sceglierei il seguente: “vivere il vangelo per una miglior qualità di vita”.

Don Benjamin con il vescovo

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Martedì, 25 Settembre 2018

Roma - Segretariato Missioni

Il 21-22 settembre si è realizzato a Roma il segretariato per le Missioni con la partecipazione di Don Michele Autuoro, direttore dell’Ufficio Missionario della Conferenza Episcopale Italiana.

“Qual è il ruolo di un segretariato o di un gruppo missionario?”. Si è chiesto Don Autuoro. “È quello di aiutare a scoprire che ognuno di noi è una missione su questa terra; ricordare a tutta la Chiesa che la sua natura è missionaria. ... Non è che la Chiesa fa la Missione, ma la Missione fa la Chiesa, dice alla Chiesa quello che è e che deve fare”. Richiamandosi a Papa Francesco ha ricordato, inoltre, che dobbiamo essere discepoli-missionari: in quanto discepoli siamo missionari. Solo così crescerà la passione per Gesù ed il Vangelo, che ci renderà contagiosi. Ha poi richiamato espressamente che è cosa molto buona darsi da fare per aiutare le missioni, ma non basta fare qualcosa… bisogna formarsi. Formarsi ed informarsi! Oggi più che mai ha ricordato quanto sia importante conoscere la realtà con obiettività, di fronte ad una informazione spesso distorta.

Nella seconda parte dell’intervento il direttore dell’Ufficio Missioni ha presentato il materiale dell’Ottobre missionario.
I lavori del Segretariato sono proseguiti con l’organizzazione interna delle attività: uno degli impegni del triennio sarà di fare incontri di area per far giungere gli input del segretariato a tutte le comunità tramite i referenti. Sono stati poi presentati i vari progetti a sostegno delle nostre missioni. Infine si è parlato del prossimo Convegno Missionario Provinciale che si terrà il 6-8 giugno prossimi.

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Martedì, 11 Settembre 2018

Ucraina - Terra di vocazioni

Il Signore continua a spargere a piene mani il dono della vocazione. L’Ucraina ne è una bella testimonianza.
L’8 settembre a Leopoli vi è stata la Rinnovazione dei voti religiosi del Ch. Jurij Giosafat Lacuha. Ad accogliere i voti in rappresentanza del Provinciale vi era il Consigliere Don Felice Bruno che ha concelebrato alla Divina Liturgia.
Il 9 lo stesso consigliere, alla presenza dei confratelli di Leopoli e di alcuni parroci dei seminaristi, ha benedetto e consegnato l’abito monacale (tradizionale per i religiosi nella Chiesa greco-cattolica) a quattro giovani che inizieranno il biennio filosofico presso l’Istituto dei Padri Basiliani a Leopoli e intraprenderanno il postulandato guidati da Don Fabio Cerasa: Roman, Denis, Roman e Mykhailo.
Tra i 10 novizi di quest’anno vi sono anche due giovani ucraini: Mykhailo Demchuk e Mekhailo Chervinsky.


Le vocazioni sono in modo particolare il frutto della “spigolatura” di Don Egidio, che tre domeniche al mese si reca nelle parrocchie per l’animazione vocazionale, e dell’accompagnamento costante e generoso di Don Fabio.
Ringraziamo il Signore per questo dono e continuiamo a pregare perché il Signore conceda numerose e sante vocazioni a tutta la Famiglia Orionina.

  

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