Pasqua di Resurrezione
Alleluia non risuona per quel che fu. La Pasqua proclama un inizio che ha già deciso il futuro più remoto. Risurrezione significa che l’inizio della gloria è già cominciato.
Questa festa, che si perde nella notte dei tempi, in origine era legata alla nuova stagione primaverile, quando i pastori si accingevano a partire per i nuovi pascoli. Essendo una festa notturna nel deserto, si celebrava al plenilunio del primo mese, non necessariamente perché si riallacciasse ad un culto astrale, ma semplicemente per la massima chiarezza di quella notte nel mese.
Col tempo la festa si arricchì di nuovi elementi, come è successo ad esempio anche per la Pentecoste, anche il nome Pesach in ebraico, Pasca in greco, che inizialmente si riferiva ad un saltare sacro, venne a significare che il Signore è passato oltre le case degli Israeliti risparmiandole. Esodo 12: “Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro. Io vedrò il sangue e passerò oltre”.
La festa si celebrava in primavera per celebrare l’uscita dall’Egitto, il passaggio del mare e la nascita di Israele come popolo. La festa si è arricchita di nuovi significati anche alla luce della vicenda di Gesù. Paolo, ad esempio, scrivendo ai Corinzi, dirà: “La nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata”. Nella prima lettera di Pietro Gesù è indicato come l’Agnello senza difetto e senza macchia, dal cui sangue i cristiani sono liberati. Per Giovanni la morte di Gesù non è soltanto la Pasqua passaggio da questo mondo al Padre. Gesù è il vero agnello che muore sulla croce alla medesima ora in cui nel vicino tempio sono immolati gli agnelli.
E veniamo al Vangelo. Il brano che ci viene proposto si trova solo in Giovanni. Nel giorno dopo il sabato Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Poi Giovanni continua: corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”.
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. La scena è molto nota. Il discepolo più giovane corre più veloce, arriva per primo al sepolcro, si china, vede le bende, cioè i teli funerari. Ricordo che Giovanni non usa il termine sindone, ma otonia, un plurale per indicare appunto tutti i teli che si usavano in occasione della sepoltura, ma non entra.
Fermiamo la nostra attenzione sul verbo vedere che ricorre ben quattro volte. In italiano viene tradotto sempre allo stesso modo: “vide”; in greco ci sono ben tre verbi diversi. A noi interessa in modo particolare l’ultima ricorrenza del verbo vedere: è il vedere penetrante di chi sa cogliere il significato nascosto di ciò che materialmente appare. È questo un vedere che già esprime la fede o un atteggiamento che molto le si avvicina. È il vedere del discepolo amato che, entrato nel sepolcro dopo Pietro, vide e credette.
Ognuno di noi possa, alla luce della risurrezione di Gesù, vedere, cioè penetrare, contemplare sempre più il mistero del Signore Gesù, che è un mistero di amore. Anche oggi tanti si avvicinano al Vangelo e restano affascinati dalla figura di Gesù. Anche coloro che si proclamano atei oppure agnostici, ma si fermano sulla soglia. Gesù è sì un grande maestro, ma nulla di più.
Come cristiani siamo chiamati a testimoniare la bellezza di quel passaggio, Pasqua appunto, dal semplice vedere al vedere con gli occhi della fede, che vuol dire riconoscere e incontrare Gesù come via, verità e vita. Vita eterna, che in San Giovanni vuol dire partecipazione alla vita di Dio. Questo tutto sommato è il significato profondo della Pasqua: partecipare alla vita stessa di Dio.
E vorrei concludere con un pensiero di Chiara Lubich: “Risorgeremo con il nostro corpo che sarà come il corpo di Gesù risorto. Per coloro che amano, la morte fisica non sarà che un aprire la porta per mutare stanza”.
