V Domenica di Quaresima – La profezia della resurrezione
In queste ultime tre domeniche abbiamo assistito ad un progressivo rivelarsi da parte di Gesù. Acqua, dialogo con la samaritana. Luce, la guarigione del cieco nato. Vita, la risurrezione di Lazzaro, il vangelo di oggi.
Tra i miracoli segni, come li chiama abitualmente Giovanni, compiuti da Gesù, la risurrezione di Lazzaro è il più grande, non soltanto in sé, ma in quanto simbolo della risurrezione di Gesù stesso. Questo evento,non imostra solo che Gesù ha potere sulla morte, ma prefigura e anticipa la sua passione, morte, risurrezione. Lazzaro cioè diventa la profezia della risurrezione di Gesù.
Ancora una volta, attraverso una trama fatta soprattutto di dialoghi a cui Giovanni ci ha abituati, il racconto coinvolge anche l’ascoltatore di oggi, invitandolo a prendere posizione. Marta, ad esempio, confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo prima ancora che Gesù compia il miracolo. Per questo motivo Marta rappresenta l’ideale del credente che crede senza aver visto. Altri, invece credono dopo il miracolo. Molti dei Giudei che erano venuti da Maria alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
L’importanza di questo segno è data anche dall’andamento drammatico della narrazione che mostra i sentimenti e gli atteggiamenti dei presenti, i sentimenti di dolore delle due sorelle Marta e Maria per la morte del fratello Lazzaro, ma anche i sentimenti di Gesù, la sua commozione. Infatti scrive Giovanni che Gesù scoppiò in pianto. Qui tra l’altro abbiamo il versetto più breve di tutta la Bibbia: “Gesù pianse” (Giovanni 11:35).
Con il miracolo segno di Lazzaro, la rivelazione di Gesù al mondo è giunta al culmine, ma al suo culmine arriva anche il rifiuto. Il Sinedrio, venuto a conoscenza di quanto era accaduto, decide di far morire Gesù. Colui che si è manifestato come la vita viene condannato a morte.
Questo episodio mette in luce uno degli aspetti più umani di Gesù, la sua vicinanza ad una famiglia. Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Come sarebbe bello poter dire in ogni famiglia “qui Gesù è di casa, è l’ospite sempre desiderato, atteso, amato”. Ma chissà perché ogni anno quando arriva Natale, ad esempio, per lui in tanti ambienti non c’è mai posto. È indesiderato, addirittura è rimosso perché è discriminante, non inclusivo; lui che ha dato dignità a tutti, a cominciare dai poveri, dagli emarginati e dai peccatori, senza distinzione di sesso, di appartenenza religiosa o sociale.
Ma egli, nonostante il rifiuto, continua a volerci bene per la semplice ragione che quelle sue braccia restano aperte, spalancate fino alla fine del mondo.
Gesù piange per un amico. Gesù non è lontano dalle nostre lacrime, dalle prove della vita, non vive in una perfezione quasi asettica, priva di sentimenti. I suoi gesti e in questo caso le sue lacrime, rivelano la misericordia di Dio. Il Dio rivelato da Gesù non è né un motore immobile di aristotelica memoria, né tantomeno il grande architetto che se ne sta per i fatti suoi, privo di amore e di passione per le sue creature.
Ecco perché nelle lacrime di Gesù ci sono anche le nostre lacrime. Nelle sue ferite le nostre ferite, nella sua morte la nostra morte e nella sua vita di risorto, la nostra vita di risorti. “Credi tu questo?” chiese Gesù a Marta. “Credi tu questo?” chiede oggi ad ognuno di noi.
A questo riguardo, per concludere, ricordiamo uno dei pensieri più belli, almeno secondo me, di Papa Benedetto XVI: “Nel suo nucleo centrale la fede non è un sistema di conoscenze, ma un atto di fiducia. La fede cristiana è trovare un “Tu” che mi sorregge. La fede cristiana vive del fatto che non solo esiste obiettivamente un senso della realtà, ma che questo Senso (con la S maiuscola) mi conosce e mi ama. Conseguentemente fede, fiducia e amore formano in ultima analisi un tutt’unico e tutti i contenuti attorno a cui la fede ruota sono unicamente concretizzati da questa svolta che sostiene tutto dell’io credo in Te, ossia della scoperta di Dio guardando il volto dell’uomo Gesù di Nazaret”.
