XIII Domenica del Tempo Ordinario – Seguire Gesù richiede scelte radicali
Siamo sempre nel capitolo 10 di Matteo, nella parte finale del discorso missionario, detto anche discorso apostolico. Domenica scorsa abbiamo visto che seguire Gesù può significare non solo andare incontro alla persecuzione, ma anche al dono supremo della vita. Seguire Gesù, quindi, vuol dire fare scelte radicali.
Dopo aver invitato i discepoli a parlare apertamente e senza timore, oggi Gesù indica altre condizioni per seguirlo. Le prime parole che ascolteremo in questa domenica sono particolarmente forti e potrebbero lasciarci perplessi o addirittura potrebbero scoraggiarci: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me.
Ovviamente qui non si mette in discussione il voler bene ai propri cari. Il quarto comandamento è sempre valido, anche per il dodicenne Gesù che tornato a Nazaret stava sottomesso a Maria e Giuseppe, come nota Luca.
Qui si afferma che per il cristiano il valore assoluto resta il Vangelo. Per un cristiano il valore decisivo è l’adesione al proprio maestro. La chiave di lettura della propria vita è la logica di Gesù, sempre, anche quando Gesù si mostra esigente: chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me.
Che la croce, piccola o grande, accompagni la vita di ogni persona, non ha bisogno di molte dimostrazioni. È la vita. Il problema più difficile è scegliere come portarla e soprattutto darle un senso. E questo vale per tutti. Gesù non ci invita solo a prendere la croce, ma a portarla con lui. È come dire che il discepolo in ogni tempo e di ogni tempo è chiamato a rendere presente e testimoniare l’amore del Golgota, l’unico antidoto ad ogni tipo di violenza, di sopraffazione e di odio. Il grande teologo luterano Bonhoeffer ha scritto che Dio non salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza. Non protegge dalla morte, ma nella morte, non libera dalla croce, ma nella croce.
Segue un altro detto di Gesù che ha un impatto enorme sulla nostra felicità o se si preferisce sulla nostra piena realizzazione, non solo come cristiani, ma semplicemente come persone: chi avrà trovato la sua via la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà. Chi ama, ha scritto il cardinal Martini, sa benissimo che l’amore scaturisce dalla gratuità, pur se poi si nutre di mille gratificazioni, però nella sua essenza più profonda è un dono di sé incomparabile. Chi sperimenta tutto ciò sa benissimo che la nostra vera gioia e pienezza stanno nel dono di noi stessi e della nostra vita. Traduco con un’immagine quella di chi guarda sempre il proprio ombelico. Si tratta di coloro che usano sempre l’aggettivo mio, il mio lavoro, la mia macchina, le mie aspirazioni, la mia realizzazione, le mie soddisfazioni, i miei successi, i miei vestiti, naturalmente rigorosamente firmati, eccetera. Il grande sociologo polacco Bauman, mancato nel 2017, ha scritto che la via che porta alla felicità passa per i negozi e quanto più sono esclusivi, tanto maggiore è la felicità cui si arriva. Ma aggiunge, “le ricerche dimostrano come le gioie del consumo si dissolvono e svaniscono presto, lasciando dietro un’ansia durevole”. Certo, si potranno provare gioie gratificanti sul momento, ma un giorno, ecco, un giorno ci volteremo indietro e ci chiederemo, mi chiederò, ti chiederai che cosa ho fatto della mia vita? Quanti bicchieri di acqua fresca ho donato ai piccoli? Ognuno traduca come meglio crede questo bicchiere d’acqua di cui parla Gesù.
Questa affermazione paradossale di Gesù, perdere la vita per ritrovarla, trova pieno riscontro anche nella riflessione di studiosi, come già il menzionato Bauman, come il filosofo francese Emmanuel Levinas, mancato nel 1995. Quest’ultimo, a proposito delle diverse strategie di ricerca per la felicità, proponeva il modello della cura e dell’interesse per l’altro e la felicità dell'”essere per”: il grado della mia felicità dipende da una scelta, da quanto riesco ad essere per gli altri in quanto essere ed essere per gli altri sono in pratica sinonimi, altrimenti non essere responsabile dell’altro significa, in termini concreti, risvegliare la possibilità del male. Queste sono le due strade che l’uomo contemporaneo può scegliere per progettarsi la vita. Ed infine vorrei ricordare Victor Emil Frankl, mancato nel 1997, neurologo, psichiatra e filosofo austriaco, uno fra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia. “Ho trovato il senso della mia vita”, ha detto, “nell’aiutare gli altri a trovare nella loro vita un significato”. Questa frase: “Ho trovato il senso della mia vita nell’aiutare gli altri a trovare nella loro vita un significato” è di un uomo che è stato prigioniero in quattro campi di concentramento nazisti.”
