Solennità del Corpo e Sangue di Cristo
Dando uno sguardo a tutto il formulario della messa di oggi, vediamo che viene evidenziato tanto l’aspetto conviviale quanto quello sacrificale dell’Eucaristia.
L’Eucaristia è cibo e bevanda di salvezza eterna. I segni del pane e del vino esprimono prima di tutto il banchetto. L’eucarestia è altresì il memoriale della Pasqua e in quanto memoriale della morte del Redentore è vero sacrificio, perché il memoriale della sfera del sacramento realizza quanto rievoca.
E veniamo al Vangelo di oggi che esprime nettamente il carattere sacrificale perché parla della manducazione della carne e della bevanda di un sangue. Manducazione che porta alla risurrezione e alla vita eterna. Ciò è possibile solo sul piano sacramentale come nuovo compimento attraverso gesti e parole simboliche della morte redentrice e della glorificazione del Cristo.
Siamo nel capitolo sesto di San Giovanni. È un capitolo abbastanza lungo, 70 versetti e si apre con due
miracoli, quello della moltiplicazione dei pani e il cammino di Gesù sulle acque. Anche questo capitolo si caratterizza per la vivacità del dibattito che vede protagonisti la folla, il cerchio più grande, poi via i Giudei, i discepoli ed infine i 12, il cerchio più ristretto. Anche in questa sezione del Vangelo l’oggetto del dibattito è l’identità di Gesù.
La liturgia ci offre solo alcuni passaggi del discorso sul pane di vita che Gesù ha pronunciato nella sinagoga di Cafarnao. Io sono il pane vivo disceso dal cielo, dice Gesù. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno ed il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro. Come può costui darci la sua carne da mangiare? Ma Gesù ribadisce: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda”. Come mai?
Verrebbe da chiedersi, Gesù utilizza un linguaggio così crudo, un linguaggio trovato ostico anche dai suoi discepoli che alla fine del discorso reagiscono proprio così. Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?
Non dimentichiamo che siamo verso la fine del primo secolo. Un autore del primo secolo non avrebbe potuto intendere le espressioni contenute nei versetti che ascoltiamo in questa domenica senza pensare all’eucaristia. Quando Giovanni scrive, “Le comunità cristiane hanno già circa 60 anni di vita”. Riportando le parole di Gesù, il quarto evangelista ha voluto così confermare quanto la traditione sinottica aveva già trasmesso e quanto le comunità già celebravano. Oggi tocca a noi trasmettere quanto abbiamo ricevuto, ricordando, come ha detto San Tommaso d’Aquino, che l’Eucaristia è la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.
Questo vuol dire che se le nostre comunioni non sono vissute come meraviglia, stupore e gratitudine, se non ci trasformano in buoni samaritani, rischiano le nostre comunioni di diventare azioni abitudinarie
e cosa peggiore una controtestimonianza. E la prima controtestimonianza è accostarsi alla comunione ed essere poi di fatto persone di divisione esperte in seminagione di zizzania.
