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La Presentazione di Gesù al Tempio o Hypapante (Festa dell’Incontro)

La Presentazione di Gesù al Tempio o Hypapante (Festa dell’Incontro)

Rallegrati anche tu, o giusto vegliardo,
che hai ricevuto tra le braccia il Redentore delle anime nostre,
che ci ha fatto dono della redenzione. (dalla Liturgia)

La Presentazione di Gesù al Tempio è una delle dodici Grandi Feste bizantine. Già Egeria nel diario che racconta il pellegrinaggio ai Luoghi santi riferisce che a Gerusalemme presso la chiesa dell’Anastasis, 40 giorni dopo l’Epifania, veniva celebrata la Liturgia eucaristica con un sermone sulla Presentazione di Gesù al tempio. Tuttavia, pare che la festa si sia estesa tra le Chiese d’Oriente soltanto a cavallo tra il V e il VI secolo. In Occidente fu introdotta con Sergio I, palermitano di origine antiochena, con il titolo di “Purificazione di Maria”. La celebrazione aveva un tono più mariano e si richiamava alla prescrizione imposta alla donna dopo il parto: “Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatre giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione.” (Levitico 12,2-4).
La tradizione Orientale nel celebrare la Presentazione di Gesù al tempio pone l’accento sull’incontro tra il Bambino e i due vegliardi.  Per questo ha un valore molto importante ed è intitolata Hypapante appunto “Incontro” tra l’antica e la nuova Alleanza, tra Dio e l’umanità, rappresentata da Simeone e da Anna.
Lo schema iconografico pur essendo fissato dal brano biblico presenta qualche piccola variazione: nell’atto della consegna del Bambino a Simeone, molte icone lo raffigurano tra le braccia della Madre, in alcune è Simeone a fargli da trono. Subito accanto la profetessa Anna e San Giuseppe, recante in mano soltanto due colombe, non potendosi permettere l’acquisto di un agnello (Lev. 12,8). In alcune immagini il falegname è posto dietro, volendo così mettere in evidenza il suo ruolo di protettore discreto della Santa Famiglia.
Sempre al centro della scena, ma in secondo piano si intravedono degli elementi architettonici che richiamano la chiesa o il tempio (cupole, archi, baldacchino…).
E’ interessante notare che Maria sorregge il Figlio tra le braccia, come in un trono, e Simeone, nell’atto di riceverlo, s’inchina davanti a Lui. La Madre in quel momento è come un candelabro, la lampada splendente che porta la Luce del mondo. Invece, in qualche altra icona al centro in basso vi è un candelabro (oppure lampada, un cero). Con ciò si vuole sottolineare che Gesù è la “luce per illuminare le genti” ed è posto in qualche modo sopra il candelabro che non ha, infatti, la fiammella. Per alcuni studiosi la lampada richiama anche un testo degli apocrifi, in cui si dice che Gesù è accompagnato al tempio con ceri e lampade. Sta di fatto che già Cirillo di Alessandria ci dà prova che alla celebrazione si portavano fiaccole per inneggiare a Cristo luce delle genti.
Focalizzando meglio il Bambino notiamo che, pur essendo il personaggio centrale, è in genere di dimensioni molto ridotte rispetto al resto della scena. Ciò sottolinea il significato teologico dell’Incarnazione: “il Creatore di Adamo è portato come bambino, l’Incontenuto diviene contenuto tra le braccia di un vegliardo” (Romano il Melode). E’ il mistero di Dio che si fa piccolo, per innalzare l’uomo e restituirgli la dignità perduta. E’ Dio che si fa neonato, perché l’uomo non resti sbigottito e non abbia paura di andargli incontro. E’ Dio che si fa piccino, perché ogni uomo, anche il più meschino, lo senta fratello ed amico. Attenzione, Gesù è sì rappresentato molto piccolo, tuttavia il suo atteggiamento è quello di un adulto, di un re con in mano un rotolo, il chirografo del peccato, il documento che riportava la nostra condanna e da Lui stracciato, dimostrando un amore che non ha pari. Le vesti del Bambino in genere sono bianche, come quelle della Trasfigurazione, e dalla spalla destra scende una striscia di stoffa color oro, segno della sua autorità.
Simeone ha una raffigurazione classica: un ampio mantello sacerdotale, canuto e prono sul Bimbo in segno di adorazione. Nelle icone in cui è il vegliardo a tenere tra le braccia Gesù, egli è situato sopra un piccolo trono (rappresentato anche solo da alcuni gradini), poiché ha tra le braccia il Re dei re.
In alcuni dipinti, contrariamente allo schema classico di composizione, che privilegia la staticità dei soggetti in quanto simbolo della perfezione divina, Simeone è ritratto in maniera dinamica, in tensione verso Gesù: è l’antica Alleanza che sembra correre anelante verso il Bambino, verso la sua pienezza. Ecco le parole rivolte al vegliardo, che il grande poeta siriaco Romano il Melode mette in bocca a Gesù: “Amico mio, ora permetto che tu lasci questo mondo per il soggiorno eterno. Ti invio là dove si trovano Mosè e gli altri profeti: annuncia loro che sono venuto, io di cui hanno parlato nelle loro profezie: sono nato da una vergine, come hanno predetto; sono apparso a coloro che abitano il mondo ed ho vissuto tra gli uomini come hanno annunziato. Presto verrò a trovarti riscattando l’umanità”.
Dietro Simeone oppure accanto a Maria vi è la profetessa Anna, che si unisce allo stupore e alla lode del santo vegliardo. La sua descrizione (figlia di Fanuele, della tribù di Aser, vedova dopo appena sette anni di matrimonio, consacrata al servizio del tempio, ottantaquattro anni) la rende profezia dell’Antico che si apre al Nuovo Testamento.
Come il vegliardo anche Maria è leggermente china sul Figlio. Il suo tuttavia è segno di sottomissione piena al volere divino, preannunciato dallo stesso Simeone: “e anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,35). E’ il ruolo della Madre, pienamente unita nella fede al mistero di passione e morte del Figlio. Per questo motivo il colore del mantello è cupo, simbolo della sofferenza che l’attende. In alcune icone sopra la Vergine si innalza un baldacchino con una tenda rossa alzata. È il velo del tempio che impediva di poter vedere l’Onnipotente. Con la venuta di Gesù la tenda è alzata, Dio non è più inaccessibile: l’uomo può contemplare direttamente il volto del Padre.
Così commenta l’inno Akathistos “A Simeone, che stava per partire da questo mondo fallace, fosti presentato come bambino, mentre gli eri noto come Dio perfetto, e rimase attonito per l’ineffabile tua sapienza,” e con lui anche “tutta la natura angelica restò sorpresa per la grande opera della tua Incarnazione, perché vedeva colui che è inaccessibile come Dio, accessibile a ciascuno come uomo, conversare con noi e ascoltare tutti”.

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