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Lo stile di Papa Francesco, nell’intervista del Cardinale Scola

Lo stile di Papa Francesco, nell’intervista del Cardinale Scola

«Non possiamo nascondercelo: lo stile di Bergoglio risulta a noi europei stimolante fino al provocatorio. È vero che alcuni provano disagio». Lo afferma il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 4 luglio 2016.

Nel colloquio si parla anche di povertà dal punto di vista ecclesiastico e di finanza: «Quando il Papa dice che va letta teologicamente, intende affermare che partendo dalla carne e dal bisogno dell’altro uno deve riflettere su come concepisce la società e su come le istituzioni agiscono in essa, anche arrivando alla critica giusta ed equilibrata dei poteri forti». «Capisco benissimo – precisa il Porporato- che la finanza è molto importante, però capisco altrettanto bene che noi del popolo siamo messi in condizione di comprendere assai poco di quello che la finanza fa. E la finanza morde sulla nostra pelle»; per l’ex Patriarca di Venezia «qui c’è qualcosa che non funziona. Per esempio una forma di salario minimo va introdotta».

Scola affronta anche il suo futuro: a novembre, al compimento dei 75 anni, «come ogni vescovo manderò la mia rinuncia al Papa e poi, quando verrà il momento, abiterò in una canonica vicino a Lecco». «Se avrò ancora forza – annuncia – ho lì dei brogliacci. Vorrei riprendere il tema della differenza sessuale, a cui già mi sono dedicato in passato, per scrivere qualcosa».

Sul cattolicesimo nella contemporaneità, ha le idee chiare: è finita la sua ritirata, «anche se diventa più difficile aiutarci a quella che il Papa chiama “la Chiesa in uscita”. Citando il Vangelo ho detto: “Il campo è il mondo”». Per il Cardinale, «facciamo ancora troppo affidamento sulle strategie, e non vediamo che non c’è uomo che prescinda dall’esperienza comune a tutti: gli affetti, il lavoro, il riposo… Inventiamo strumenti per andare verso i cosiddetti “lontani”; ma di lontano da questa esperienza umana non c’è nessuno».

Sui suoi rapporti con il Pontefice, assicura: «Sono buoni. Conoscevo Bergoglio da prima, abbiamo lavorato insieme in diverse congregazioni. È un solido figlio di sant’Ignazio». «Certo – osserva – ogni Papa ha il suo stile. Lo stile di Francesco risulta a noi europei — non possiamo nascondercelo — stimolante fino al provocatorio: uno stile molto impostato sui gesti. Il Papa non percorre strade clericali, dice quello che pensa e colpisce perché è uno che si gioca in prima persona, cioè si coinvolge con il Vangelo che annuncia e per questo risulta assai convincente».

L’Arcivescovo di Milano poi parla di «destra cattolica»: «Premetto che con categorie come destra e sinistra non si capisce la Chiesa; comunque è vero che alcuni provano disagio. Mi pare che il Papa voglia superare una riduzione “dottrinalistica” della proposta cristiana. È un’esigenza che molta buona teologia ha già formulato da anni»; il Porporato si riferisce, «per citare personalità con cui ho avuto il dono di collaborare, a De Lubac, Balthasar, Ratzinger: la Rivelazione è Gesù Cristo, Verità vivente e personale. Il Papa parte dall’esperienza». Quella di Jorge Mario Bergoglio è «una sensibilità teologico-culturale ancorata alla dottrina, tipica di un cristianesimo di popolo che si è trovato di fronte problematiche antropologiche, sociali ed ecologiche enormi. Si può capire la fatica di persone che amano la Chiesa, ma che sanno bene che, per il cattolico, il Papa è il Papa e sottolineano l’importanza di ribadire formulazioni dottrinali esplicite».  

Mentre altro è «il discorso di chi parla senza avere una coscienza adeguata del ministero del successore di Pietro!».

Sulla presenza di «due pontefici» afferma: «Il Papa è uno solo. Comunque l’attuale situazione funziona».

Sulla Brexit invita a non considerarla una «tragedia». «Il vero problema dell’Europa – dichiara – è di “senso del vivere”». Spiega: «Atene, Alessandria, Gerusalemme e non solo hanno attraversato il tempo perché l’Europa, senza pretese di primeggiare, li ha assunti nel suo Dna. Così ha creato il terreno su cui è germogliato il cittadino europeo. Il cittadino oggi non si sente più accompagnato nel suo desiderio di vita pacifica, in cui le sue doti siano valorizzate, in cui i diritti autentici diventino libertà effettive e non restino sulla carta». In più, la politica «non aiuta più la società civile a dare senso al proprio camminare. La struttura finanziaria, economica, tecnocratica e burocratica è diventata così pesante da schiacciare la creatività che viene dal basso».

Oltre a tutto questo, «c’è una netta difficoltà delle classi dirigenti. Ovunque, anche nelle Chiese. Manca spesso una leadership istituzionale adeguata, capace di raccogliere le spinte della partecipazione». Così, il cittadino «ha l’impressione di non essere preso sul serio. L’Europa, dopo la fase fondativa, ha visto paesi che sotto la bandiera dell’unità cercavano di cavare pragmaticamente solo il proprio utile. Non si è stati capaci di pensare come ogni singola nazione potesse contribuire all’Europa unita».  

Scola si sofferma inoltre sul tema migranti: «Oggi l’Italia è sola nell’accoglienza: Chiesa, società civile e Stato da noi fanno non poco, ma l’Europa deve sostenere il processo di integrazione. La reazione a questo disimpegno secondo molti è il populismo, anche se dietro questa categoria ci sono tanti significati diversi». 

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