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Perché il Papa argentino capisce molto bene il Vaticano?

Perché il Papa argentino capisce molto bene il Vaticano?

Pubblichiamo un estratto dell’intervista al gesuita argentino Humberto Miguel Yañez, direttore del dipartimento di Teologia morale alla Pontificia Università Gregoriana, tratto da La Stampa.

Da cosa si riconosce che papa Francesco è gesuita?

Da tante cose. Il suo stile di governo è tipicamente gesuita. Per esempio il consiglio dei nove cardinali che lo coadiuvano nella riforma della Curia romana e nel governo della Chiesa si può paragonare alla consulta che ha ogni superiore gesuita, ogni provinciale, fino al generale della Compagnia di Gesù. È un governo che sa abbinare da una parte il confronto, l’ascolto di ciò che la comunità dice, e dall’altra parte la decisione ultima che prende il responsabile, il provinciale, il generale, o il papa. Lo si è visto ad esempio al sinodo straordinario sulla famiglia:  ha incoraggiato tutti a parlare, poi alla fine ha pronunciato un discorso tipicamente gesuita, spiegando che aveva fatto un discernimento tra i diversi atteggiamenti che aveva visto nell’aula sinodale, individuando anche diverse tentazioni emerse, e concludendo che poi tocca a lui prendere decisioni. Un altro tratto tipicamente gesuitico è il discernimento, che nasce nel contesto personale degli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola e che lui, come si capisce dalla sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium, ha avuto la capacità di tradurre pastoralmente e comunitariamente. Il discernimento fa crescere la persona. Se tu dici a una persona: “Tu devi fare questo o quello”, come mera applicazione di norme o indicazioni, il rischio è rimanere a uno stadio infantile. Invece si tratta di un processo dialogico, è la persona che in definitiva si confronta con la realtà, con la vita, con gli altri, e, alla luce dei criteri del Vangelo e della tradizione di spiritualità, fa la propria esperienza e decide da sé. Cosa molto diversa dal relativismo. Alcuni non capiscono questo punto. Il relativismo è un’altra cosa, significa non aver nessun parametro e fare delle scelte secondo ciò che mi fa comodo, mi piace o in base all’ideologia dell’ambiente. No, ci sono criteri, non norme fisse, affidati alla coscienza di ogni credente, in modo che possa fare il proprio discernimento. C’è una fiducia nella capacità del cristiano e delle comunità di poter fare discernimento, il papa non deve decidere tutto, piuttosto deve dare criteri, come diceva già Paolo VI nella Octogesima adveniens, e tocca poi alle comunità e ai singoli fare un discernimento, guidati dallo Spirito, che è stato dato a tutta la Chiesa.

Da cosa si riconosce che papa Francesco è argentino?

Argentino e porteño (argentino di Buenos Aires)!

Sono due cose ben diverse?

Quella barzelletta che il papa ha detto degli argentini che per suicidarsi si buttano giù dal loro ego, noi la diciamo sui porteñi! Da questo punto di vista, però, lui è un porteño insolito. È un uomo umile. Veramente umile. Tante le volte che ho parlato con lui e, grazie alla confidenza che c’è tra noi, ho messo in discussione cose che ha detto o fatto, non ha mai adottato una posizione difensiva.Ha risposto spiegandosi, ma ammettendo che può sbagliarsi.

Quindi da questo punto di vista è poco porteño… invece da cosa si vede che è argentino e porteño?

Lo si vede non soltanto perché beve il mate!, ma dal modo diretto di dire le cose, talvolta uno stile scherzoso, di presa in giro, che può offendere qualcuno ma in realtà nasce dal fatto che in Argentina non sono forti le discriminazioni. Prendere in giro, in fondo, è una forma scherzosa di accettazione. Noi argentini siamo una società multiculturale, piuttosto aperta, dove il dialogo tra persone di origini e di religioni diverse è normale. È un popolo che ha saputo integrare moltissimi immigrati, io stesso ho origini immigrate, mio padre era spagnolo e mia madre aveva origini italiane, tutti i miei compagni di scuola erano figli o nipoti di migranti.

Questo fatto viene talvolta usato come argomento contro di lui: è argentino, non capisce il Vaticano…

Io penso che lo capisca molto bene, ma non accetta certe cose. Non è che non capisca, è che non condivide, e poiché è una grande personalità non si lascia strumentalizzare, assuefare, assorbire da certe pratiche o abitudini consolidate. Si è sempre fatto così? Oggi si fa in altro modo. Non si sente prigioniero. Lo dice anche in Evangelii gaudium, quando scrive che dobbiamo rivedere certe consuetudini consolidate nella Chiesa che non servono più.

Le novità introdotte da papa Francesco – l’attenzione agli immigrati, l’apertura a chi è più lontano, l’insistenza sulla misericordia, per fare pochi esempi – sono acquisite?

Sono due anni di pontificato, dovremo aspettare. Io spero che si avvii un processo che non torni indietro, che la Chiesa si metta in cammino mettendo in discussione o rivedendo uno stile che già il Concilio aveva messo in discussione o rivisto. Un Concilio non può fissare le cose una volta per sempre, è un punto di avvio e un punto di partenza. Bisogna quindi ripartire dal Concilio per andare avanti in una società che non è più la stessa dei tempi del Concilio. Di fronte a questa complessità abbiamo bisogno di una grande flessibilità. Con il Concilio si può dire che la preoccupazione della Chiesa deve essere la persona, non le etichette che mettiamo sulle persone per non riconoscerle nella loro realtà di grazia e di peccato. Siamo tutti peccatori chiamati a diventare santi; mentre la persona ricerca Dio c’è una santità, anche se molti aspetti della sua vita sono in disordine o non in accordo con ciò che Dio le chiede. Ci deve sempre essere un posto per ognuno, una via da percorrere. L’unica esclusione è la libertà dell’uomo che scelga di essere fuori, la Chiesa non può dire: qui non c’è posto per te. Questo è stato sempre detto, però poi magari non è stato applicato in modo profondo e radicale come lo intende papa Francesco.

È un’impressione o ultimamente, diciamo da dopo il sinodo straordinario sulla famiglia, il papa ha decelerato, quasi che il suo compito sia più “seminare” che “raccogliere”, ripetere quanto già detto nei primi due anni di pontificato anziché dire e fare cose nuove?

Io lo trovo abbastanza soddisfatto di come vanno le cose. È vero che si ripete, e continuerà a ripetersi, adesso bisognerà mettere in pratica quello che dice, farne realtà. Le iniziative aperte sono già tante, del resto, bisogna approfondire quelle avviate, senza escludere che il papa prenda altre iniziative, come ha fatto ad esempio indicendo l’anno santo della misericordia. A ogni modo ha detto chiaramente qual è la sua “agenda”: una Chiesa malata che viene guarita attraverso l’uscita da sé, recupera la sua vocazione evangelizzatrice e missionaria, cosa che comporta un incontro con la realtà, soprattutto nelle periferie, non solo geografiche ma anche esistenziali, compresi coloro che si sono “allontanati” dalla Chiesa, e lì dobbiamo collocarci per capire la dottrina e il messaggio del Vangelo e cercare di avviare una pastorale realistica, non solo per un gruppo di eletti o di puri, ma per tutti, in primo piano i poveri.

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