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Cosa ha detto e cosa non ha detto il Sinodo

Cosa ha detto e cosa non ha detto il Sinodo

Pubblichiamo una nota di Don Flavio Peloso sulla Relazione finale del Sinodo sulla Famiglia 2015 che analizza quanto realmente emerso dal Sinodo in Vaticano e quello invece trasmessoci dal Sinodo mediatico.

Impegnato nella visita negli USA e a Madrid, ho seguito poco lo svolgimento del Sinodo sulla Famiglia. Ho almeno letto i lanci di agenzie laiche e cattoliche e brevi resoconti. Gli articoli “laici” (o di fede laicista) erano per lo più incentrati sul tema della comunione ai divorziati risposati. Le notizie provenienti dai mass media cattolici erano di più ampio interesse: comunione ecclesiale, dialogo con i problemi del mondo – compreso quello dei divorziati risposati civilmente –, nuove risposte e continuità dottrinale.

L’agenzia ANSA, capofila della lettura e della diffusione delle notizie in Italia, ha subito titolato: Sinodo, ostia a divorziati passa con 1 voto di scarto. La Repubblica: Sinodo, comunione ai divorziati: “Si deciderà caso per caso”.  Panorama: Sì “caso per caso” alla comunione per i divorziati. La Stampa: Comunione ai divorziati, sì ma per un solo voto.

“Ma dove sta scritto?”, mi sono chiesto scorrendo, all’una di notte a Madrid, la Relazione finale del Sinodo. Non ho trovato alcuna menzione al tema dell’ammissione alla comunione eucaristica dei divorziati risposati. Se non si parla di questo significa anche che questo preciso argomento non è stato nemmeno messo ai voti. Infatti, a passare con 1 voto in più della maggioranza dei 2/3 è stato il n.85 della Relazione, dedicato al “discernimento nella pastorale dei divorziati risposati”.

Al fatto che ci sia stato un Sinodo vero, in Vaticano, e un sinodo parallelo, sui mass media, ha fatto riferimento il card. Georges Pell, prefetto per la Segreteria per l’Economia, intervenuto ieri 27 ottobre all’inaugurazione dell’anno accademico 2015-2016 del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per gli studi su matrimonio e famiglia.
Il card. Pell ha detto: “Alcuni pensavano che il recente Sinodo, più in particolare il ‘Sinodo parallelo’, quello che potremo definire il ‘Sinodo mediatico’, avrebbe in pratica permesso ai cattolici divorziati e civilmente risposati di accostarsi alla Santa Comunione. Chiaramente il testo del Sinodo che è stato approvato non fa alcuna menzione alla comunione ai divorziati risposati civilmente. Alcuni non sono rimasti soddisfatti di questo risultato, e non siamo sorpresi nell’apprendere che il Sinodo parallelo dei media abbia proclamato rapidamente che la Chiesa si è aperta a tale possibilità quando il testo non dice nulla del genere”.

Purtroppo, anche nel mondo cattolico, molti hanno avuto le notizie del sinodo mediatico e non di quello celebrato in Vaticano. Per sapere cosa ha scritto il Sinodo reale, basta leggere, qui sotto, i numeri 84-86 della Relazione finale del Sinodo che trattano della pastorale dei divorziati risposati.
Una volta si diceva che spesso il “traduttore è traditore”. Oggi vale anche per chi traduce i fatti in notizie.
Andiamo alla fonte, al testo del Sinodo, senza bere notizie inquinate. Forse anche per questo, per evitare le chiacchiere, Papa Francesco ha deciso che si pubblicasse immediatamente il documento finale e anche l’esito delle votazioni.

84. I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità.

85. San Giovanni Paolo II ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido» (FC, 84). È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno.
Inoltre, non si può negare che in alcune circostanze «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» (CCC, 1735) a causa di diversi condizionamenti. Di conseguenza, il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla «imputabilità soggettiva» (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, 2a). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi.

86. Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. FC, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa.

Del Sinodo, della sua Relazione finale e di questi numeri 84-86, vorrei evidenziare due indicazioni preziose e che richiedono seria riflessione e attuazione da ciascuno di noi.

E’ detto a tutti, ai sacerdoti e ai divorziati e risposati e a tutti i fedeli che “la logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale” e che, pertanto, “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo” (n.84). Chi ama la Chiesa non può non soffrire e non operare per la comunione dei tanti cristiani coinvolti nello scisma silenzioso delle famiglie di cristiani risposati civilmente o in altre situazioni non conformi alla dottrina evangelica.

Il secondo orientamento è quello di “ben discernere le situazioni” e, quindi, di “accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento”, perché si deve “riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi” (n.85). Detto questo, il documento aggiunge, al n.86, che “questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa”.

Di fronte alle affermazioni del sinodo mediatico circa gli opposti partiti e circa vinti e vincitori, il card. Pell ha detto che nel sinodo reale “La Chiesa ha vinto. Ora dobbiamo andare avanti insieme”.

E, soprattutto, dobbiamo aspettare che le conclusioni del Sinodo – in altri sinodi tenute riservate e questa volta subito pubblicate – siano assunte e comunicate autorevolmente da Papa Francesco, al quale la Relazione finale è principalmente diretta.

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