"Il mezzo più efficace di aiutare le nostre opere, le nostre fatiche, è quello di pregare con fervore e costanza."
Don Orione

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Los desamparados

Domenica, 21 Aprile 2019

Cristo è vivo e ci vuole vivi!

Scambiarsi gli auguri di Pasqua significa sentire un profondo senso di gratitudine per la gioia che nasce dalla resurrezione di Gesù, un senso di gratitudine perché tutti siamo chiamati a vivere per sempre nell'abbraccio eterno dell'amore di Dio, gratitudine perché la nostra vita è proiettata verso la vita piena, vera, eterna che è Gesù risorto, gratitudine perchè davanti non abbiamo il vuoto, il nulla, il non senso o la fine di tutto.

Gesù risorto bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se lo lasciamo entrare, lentamente ci rende capaci di vedere e credere, come Giovanni, Simon Pietro e Maria di Magdala.

Noi siamo figli dell'annuncio e della testimonianza di questi primi discepoli ed ora tocca a noi annunziare e testimoniare che Gesù è vivo e vuole essere cercato tra i vivi, come ci ricorda Papa Francesco.

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In questa Domenica, come da tradizione, ascolteremo il racconto della passione di Gesù.

Nei quattro evangelisti il blocco passione, morte e resurrezione di Gesù è sostanzialmente comune, con qualche differenza di stile. Gli studiosi pensano che sia il primo blocco dei vangeli messo per iscritto, poiché questi fatti sono l'evento principale della storia di Gesù: in esso si compie la salvezza dell'umanità, in esso si svela il senso ultimo della venuta di Gesù tra gli uomini.

Tra i tanti personaggi presenti nel racconto della passione, possiamo identificarci oggi in Pietro: a volte il nostro tradimento non passa dalle parole, ma attraverso lo stile di vita. Per molti che si dicono cristiani Gesù è diventato un estraneo, insignificante, irrilevante, marginale. Per il Signore non c'è mai tempo, la Chiesa è troppo lontana, l'orario è scomodo, il Catechismo è inutile, solo una pratica burocratica. Abbiamo tempo per tutto, ma non per contemplare il volto di Gesù.

Oggi anche Simone di Cirene ci interroga: cosa vuol dire per me essere cireneo in questo momento della mia vita? Quale sofferenza sono chiamato a condividere? Chi è stato cireneo nei miei confronti e ora mi sento di ringraziare?

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Oggi la liturgia ci propone un testo di Giovanni. Dopo la parabola del Padre misericordioso, anche oggi è di scena il tema della misericordia, anche oggi sono di scena gli scribi ed i farisei.

Questi portano davanti a Gesù una donna adultera, per tendergli una trappola: in caso di assoluzione lo avrebbero denunciato come violatore della Legge, in caso di condanna lo avrebbero messo in contraddizione con il suo comportamento, quello di stare con i pubblicani ed i peccatori.

Ancora una volta Gesù spiazza e incastra i suoi provocatori: Gesù chiede a ciascuno di esprimere un giudizio su se stesso più che sulla donna. Ad uno ad uno, a partire dai più anziani, se ne vanno tutti ed alla fine rimangono solo "misera et misericordia", come scrisse Sant'Agostino, lei, l'adultera, condannata a morte, e Gesù, che con la croce, riporta al centro del mondo l'amore, un amore grande fino al dono della vita.

La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell'amore.

 

 

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Questa domenica è detta "domenica laetare" dalle prime parole dell'antifona di ingresso, che è un testo di Isaia: Rallegrati (laetare) Gerusalemme! Il tema della gioia lo ritroviamo al termine della parabola del padre misericordioso, che molti chiamano del figliol prodigo.

La parabola di oggi, insieme a quella della dracma e della pecorella smarrita, è la risposta di Gesù ai farisei ed agli scribi, che si scandalizzano perché egli frequenta i peccatori: se viene da Dio non può mischiarsi con i peccatori.

Entrambi i figli si sono persi nel loro rapporto con il padre: uno si è perso stando dentro, uno è uscito fuori. Il Padre della parabola, nei confronti di questi figli che recriminano, si ribellano, scappano, non si comporta nella misura di una stretta giustizia, ma mette i rapporti su un piano di amore.

Il racconto di Luca si interrompe bruscamente, lascia il finale in sospeso, come se Gesù chiedesse ad ognuno di noi "e tu, entrerai a far festa? oppure continuerai a non voler vedere l'amore di Dio Padre?"

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Il brano di Vangelo di questa terza domenica di Quaresima si divide in due parti, facilmente riconoscibili: la prima prende lo spunto da due fatti di cronaca, la seconda racconta la parabola del fico sterile. Il punto di incontro delle due parti è il tema della conversione.

Nella prima parte si raccontano due fatti di cronaca su cui ai tempi di Gesù si ragionava così: "se Dio li ha puniti, allora significa che essi erano peccatori". Gesù invita i suoi ascoltatori a lasciarsi coinvolgere in prima persona da ciò che è accaduto sotto i loro occhi: "se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo". Non c'è relazione diretta tra colpa e calamità: ogni avvenimento tragico, imprevisto è un'occasione di conversione, di cambiamento, per cogliere il messaggio di Dio.

La parabola del fico la troviamo solo nel Vangelo di Luca, che ha trasformato quanto compare negli altri sinottici in un racconto con una sfumatura di benevolenza, di attesa più che di giudizio o di condanna.

La pazienza da parte di Dio, il padrone del fico, non è indifferenza "tanto Dio perdona sempre!", ma un invito a non scoraggiarsi, a rialzarsi dopo le cadute e riprendere la zappa in mano, rimettersi a concimare il fico, come dice la parabola di oggi. Anche a noi può capitare di "seccare" come il fico, perché non vogliamo convertirci, cioè cambiare la nostra mentalità: forse ci piace di più la mentalità del mondo che quella del Vangelo.

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Dopo il raccono delle tentazioni, la Liturgia ci offre la pagina della Trasfigurazione sul Monte Tabor.

Questo brano getta uno squarcio di luce su Gerusalemme, sul Monte Tabor i discepoli hanno una visione anticipata della gloria di Gesù, prima del passaggio obbligato, duro e incomprensibile della Croce.

Tra i tratti peculiari di Luca in questo racconto c'è la preghiera: solo Luca dice che Gesù si era recato sul monte a pregare, nella notte, mentre i discepoli erano gravati dal sonno. Il sonno e la notte, simbolo delle tanti notti e tenebre della vita, possono essere illuminati solo dalla comunione con Dio Padre: la preghiera di Gesù è l'amore per il Padre, che diventa anche l'amore che Egli ha per noi.

Che significato ha per Luca la parola Trasfigurazione? Luca utilizza un'espressione diversa da Marco e Matteo, ci descrive la trasformazione del volto di Gesù, che mentre prega diventa "altro". Il volto di Gesù è il riflesso di quello di Dio, il nostro volto deve diventare sempre più simile a quello di Dio, per essere anche noi un volto di amore e misericordia e poter arrivare a contemplare un giorno dal vivo il suo volto.

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Con il Mercoledì delle Ceneri, inizia il periodo di quaranta giorni di preghiera, in preparazione alla Pasqua, la Quaresima.

Il Vangelo di Luca della prima domenica di Quaresima racconta le tentazioni di Gesù: lo stesso episodio è presente anche nei vangeli di Marco e Matteo.  Il punto saliente di questo episodio è il contrasto drammatico tra il messianismo vissuto da Gesù e quello atteso dal popolo: il diavolo suggerisce a Gesù di percorrere una via messianica conforme alle attese della sua gente, per essere accettato e popolare, l'alternativa è essere fedele alla Parola di Dio con il rischio di non essere accolto.

L'episodio delle tentazioni segue quello del Battesimo, in cui Dio proclama che Gesù è il suo figlio prediletto: per ben due volte il diavolo insiste su questo fatto, "se tu sei Figlio di Dio", collegandolo però a segni di forza e di potere. La tentazione del diavolo è quella di una via più facile e accomodante, tentazione che si riaffaccerà nel "momento fissato" quando Satana tornerà a insidiare Gesù nella passione.

Queste tentazioni ci riguardano molto da vicino, perché anche noi a volte vogliamo un Gesù più comodo, senza corona di spine, che non chieda azioni così impegnative: anche noi siamo tentati da ricchezza, gloria, potere. Gesù è il modello per resistere alle tentazioni, rimanendo radicati alla Parola: nelle sue risposte al diavolo, cita sempre la scrittura, perché la Parola rimanda continuamente a Dio come unico Signore, che dobbiamo adorare e servire.

Questa è LA tentazione, come dice Papa Benedetto nel suo libro "Gesù di Nazareth", "questo è il nocciolo di ogni tentazione", cioè rimuovere Dio dalla nostra vita.

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Gesù ci ha chiesto domenica scorsa di essere misericordiosi come il Padre, di perdonare perché siamo stati largamente perdonati, e oggi, per evitare fraintendimenti sulla sua parola, con alcune similitudini presenta le caratteristiche dei falsi maestri: ciechi alla misericordia, pretenziosi, giudici severi verso gli altri e benevoli, anzi molto indulgenti verso se stessi.

Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, dice ancora Gesù, la bontà o meno del frutto è il criterio per discernere la bontà o meno della pianta: ma qual è questa pianta?

E' il cuore dell'uomo la sorgente dei suoi frutti: da un cuore buono nascono frutti di bene, da un cuore misericordioso nascono frutti di misericordia. Solo la misericordia di Gesù può guarire i nostri occhi, riempire di frutti buoni le nostre mani. Altrimenti andremo a sbattere contro il muro dell'autosufficienza e dell'orgoglio.

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Il brano di oggi è parte del cosiddetto discorso della pianura del Vangelo di Luca, che si ritrova anche in Matteo e Marco, e può essere suddiviso in tre parti.

La prima contiene le frasi più forti e provocanti, capaci di mettere in crisi chiunque: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odionano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. "Caro Gesù, questo è troppo!" viene da pensare a molti.

La seconda parte spiega perché il cristiano deve fare così, perchè deve amare persino chi gli fa del male: l'amore di un cristiano deve essere a pura imitazione di quello di Dio, cioè completamente gratuito, un cristiano deve vivere la misericordia perché ha ricevuto da Dio misericordia.

La terza ci spiega che in fondo questo comportamento ci fa anche guadagnare: il perdono, l'abbandono della vendetta, del rancore, della rabbia sono condizioni necessarie per vivere felici.

Difficile sì, ma non impossibile. Difficile farlo da solo, possibile se ci affidiano alla misericordia di DIo.

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Dopo la chiamata dei primi quattro discepoli, la Liturgia ci presenta il discorso della pianura del Vangelo di Luca, che corrisponde con numerose differenze al discorso della montagna del Vangelo di Matteo.

Luca, autore delicato e sensibile, fa seguire alle sue quattro beatitudini quattro maledizioni: come mai? Gli studiosi ritengono che appartenessero all'insegnamento originario di Gesù e che Luca le abbia inserite in questo racconto in antitesi alle beatitudini, per far risaltare il significato e la forza di queste.

Si dice nel vangelo che i poveri avranno un regno, che chi ha fame sarà saziato, che ci sarà un sovvertimento della situazione presente: ma cosa vuol dire? Non vuol dire che i poveri diventeranno ricchi, altrimenti Gesù avrebbe solo invertito a turno gli infelici e gli sfortunati. Questo sovvertimento richiama le parole di Isaia, lette da Gesù nella sinagoga di Nazareth: il momento in cui Dio si prenderà cura del suo popolo è qui, ora, si compie in Gesù.

L'invito è quello di rovesciare le situazioni di ingiustizia, perché i poveri contano presso Dio: da questo amore e non motivi sociologici o politici nasce il diritto dei poveri a chiedere giustizia. Non si è beati perché si vive una situazione triste, si è beati perché Gesù ha restituito la dignità ai poveri, agli scartati, si è betati quando si sa condividere con i meno fortunati: l'ostacolo sono le ricchezze, l'attaccamento e la fede solo nel denaro, che impediscono di condividere ed essere giusti.

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