"Chi fa parte ai poveri di quello che ha diventerà ricco."
Don Orione

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Giornata mondiale dei poveri

 

Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica

Lunedì, 14 Settembre 2015

Tu sei il Cristo!

«Auspico che i problemi del mondo del lavoro siano affrontati tenendo concretamente conto della famiglia e delle sue esigenze». Lo ha detto Papa Francesco ieri, dopo la preghiera dell'Angelus, salutando un gruppo di insegnanti precari provenienti dalla Sardegna, dopo le polemiche delle scorse settimane sui trasferimenti nel mondo della scuola.

Nella catechesi, il Papa ha commentato il Vangelo nel quale Gesù interroga i discepoli su che cosa dica la gente di Lui, per poi rivolgere la stessa domanda a loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro, a nome di tutti - ha ricordato Francesco - esclama con schiettezza: «Tu sei il Cristo». Gesù «allora rivela apertamente ai discepoli quello che lo attende a Gerusalemme, cioè che "il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto … venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere"». E qui Pietro si scandalizza. «Prende in disparte il Maestro - ricorda il Papa - e lo rimprovera», venendo a sua volta rimproverato duramente dal Nazareno, che replica: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Gesù, ha spiegato Francesco, «si accorge che in Pietro, come negli altri discepoli – e in ciascuno di noi! – alla grazia del Padre si oppone la tentazione del Maligno, che vuole distoglierci dalla volontà di Dio. Annunciando che dovrà soffrire ed essere messo a morte per poi risorgere, Gesù vuol far comprendere a coloro che lo seguono che Lui è un Messia umile e servitore. È il Servo obbediente alla volontà del Padre, fino al sacrificio completo della propria vita».

Mettersi a seguire Gesù, ha continuato Francesco, «significa prendere la propria croce per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del successo o della gloria terrena, ma quello che conduce alla vera libertà, quella che ci libera dall’egoismo e dal peccato. Si tratta di operare un netto rifiuto di quella mentalità mondana che pone il proprio “io” e i propri interessi al centro dell’esistenza. Eh no, quello non è quello che Gesù vuole da noi. Invece Gesù ci invita a perdere la nostra vita per Cristo e il Vangelo, per riceverla rinnovata e autentica».

Decidere di seguire Cristo, osserva ancora il Pontefice, «esige di camminare dietro di Lui e di ascoltarlo attentamente nella sua Parola - ricordatevi di leggere tutti i giorni un passo del Vangelo - e nei sacramenti. Ci sono giovani qui nella piazza ragazzi e ragazze. Io - ha aggiunto il Papa a braccio - soltanto vi domando: avete sentito la voglia di seguire Gesù più da vicino? Pensate, pregate e lasciate che il Signore vi parli».

Dopo l'Angelus, Francesco ha ricordato che ieri, 13 settembre, in Sudafrica viene beatificato Samuel Benedict Daswa, «padre di famiglia, ucciso nel 1990 per la sua fedeltà al Vangelo. Nella sua vita dimostrò sempre grande coerenza, assumendo coraggiosamente atteggiamenti cristiani e rifiutando abitudini mondane e pagane». La sua testimonianza «aiuti specialmente le famiglie a diffondere la verità e la carità di Cristo», ha detto il Papa, aggiungendo: «E la sua testimonianza si unisce a quella di tanti fratelli e sorelle nostre - giovani, ragazzi, anziani, bambini - perseguitati e uccisi per testimoniare Gesù Cristo. Ringraziamoli per la loro testimonianza e preghiamoli di intercedere per noi».

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Sabato, 12 Settembre 2015

Maria! Maria Santissima!

La Chiesa consacra il 12 settembre ad onorare il santo Nome di Maria per insegnarci attraverso la Liturgia e l'insegnamento dei santi, tutto quello che questo Nome contiene per noi di ricchezze spirituali, perché, come quello di Gesù, lo abbiamo sulle labbra e nel cuore.  In questa festa, ricordiamo un testo scritto da Don Orione, un santo innamorato di Maria:
Maria! Maria Santissima! Non sei tu "il secondo nome"? E vi è nome più soave e più invocato, dopo il nome del Signore? Vi è umana creatura, vi è donna, vi è madre più grande, più santa, più pietosa? Le nostre madri passano, muoiono: Maria, Madre delle madri nostre, è la gran Madre che non muore. Sono passati 20 secoli, ed è più viva oggi di quando cantò il Magnificat e profetizzò che tutte le generazioni l'avrebbero chiamata beata.
Maria resta, vive e resta, perché Dio vuole che tutte le generazioni la sentano e la abbiano per Madre. Maria è la gran Madre che splende di gloria e di amore sull'orizzonte del cristianesimo, è guida e conforto a ciascuno di noi: è potente e misericordiosissima Madre per tutti che la chiamano e la invocano. È la misericordiosa e la santissima Madre che sempre ascolta i gemiti di chi soffre, che subito corre ad esaudire le nostre suppliche.
Il Dio che la fece tanto grande: "fecit mihi magna qui potens est" e la fece grande perché la vide umilissima, "quia respexit humilitatem ancillae suae", e la fece grande, piena di grazia, benedetta sovra tutte le donne, tutta pura e immacolata, perché la scelse per Madre, e, perché tale, la vuole sommamente onorata sovra ogni creatura. E l'onore dato a Lei sale al Figlio suo, all'uomo-Dio, a Gesù Cristo Signore Nostro. Questa è la nostra fede in Maria, il nostro culto e il nostro dolcissimo amore aria Santa Madonna, alla Mater Dei.
E noi andiamo a Gesù per Maria. I pastori cercarono Gesù, e lo trovarono nelle braccia di Maria. I Re Magi vennero da regione lontana per cercare il Messia, e lo adorarono nelle braccia di Maria. E noi, o miei figli, noi, poveri peccatori, dove troveremo noi ancora e sempre Gesù? Lo ritroveremo e lo adoreremo, tra le braccia e sul cuore di Maria!

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Nel giorno del ricordo della nascita della Vergine Maria, 4 chierici hanno rinnovato il loro "SI" al Signore, nella Parrocchia Ognissanti di Roma, tanto cara a don Orione.

Alla presenza di tanti confratelli (provenienti da Velletri, dalla Curia, dal Teologico e da Sette Sale) e amici, i chierici Broyo Marius, Liscano Carlos, Luciano Roberto e Preka Paulin, hanno espresso la gioia della loro consacrazione durante la celebrazione eucaristica presieduta dal consigliere generale don Joao Batista de Freitas, che ha voluto sottolineare l'importanza e la bellezza della  sequela, rivolgendo anche un pensiero ai giovani della parrocchia presenti per l'occasione.

Al termine della celebrazione è seguito un momento di festa e condivisione nella sala dell'Oratorio.

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Gesù «imparò la storia umana» nella famiglia di Nazaret e, quando incominciò la vita pubblica, «formò intorno a sé una comunità, una assemblea», una «famiglia ospitale», non una «setta esclusiva, chiusa», dove trovavano posto « Pietro e Giovanni, ma anche l’affamato e l’assetato, lo straniero e il perseguitato, la peccatrice e il pubblicano, i farisei e le folle».  Papa Francesco ha dedicato l’udienza generale al rapporto tra la famiglia e la comunità cristiana, proseguendo un ciclo di catechesi in vista del sinodo sulla famiglia di ottobre, ed ha indicato ai fedeli la «lezione» di Gesù per sottolineare che la Chiesa deve avere le «porte aperte» e «le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei!».

La Chiesa, ha detto il Papa, «cammina in mezzo ai popoli, nella storia degli uomini e delle donne, dei padri e delle madri, dei figli e delle figlie: questa è la storia che conta per il Signore. I grandi eventi delle potenze mondane si scrivono nei libri di storia, e lì rimangono. Ma la storia degli affetti umani si scrive direttamente nel cuore di Dio. Ed è la storia che rimane in eterno. E’ questo il luogo della vita e della fede. La famiglia è il luogo della nostra iniziazione – insostituibile, indelebile – a questa storia. A questa storia di vita piena che finirà nella contemplazione di Dio per tutta l’eternità nel Cielo, ma incomincia nella famiglia! E per questo è tanto importante la famiglia».

Gesù, ha proseguito Francesco, «nacque in una famiglia e lì “imparò il mondo”: una bottega, quattro case, un paesino da niente. Eppure, vivendo per trent’anni questa esperienza, Gesù assimilò la condizione umana, accogliendola nella sua comunione con il Padre e nella sua stessa missione apostolica. Poi, quando lasciò Nazaret e incominciò la vita pubblica, Gesù formò intorno a sé una comunità, una “assemblea”, cioè una con-vocazione di persone. Questo è il significato della parola “chiesa”. Nei Vangeli, l’assemblea di Gesù ha la forma di una famiglia e di una famiglia ospitale, non di una setta esclusiva, chiusa: vi troviamo Pietro e Giovanni, ma anche l’affamato e l’assetato, lo straniero e il perseguitato, la peccatrice e il pubblicano, i farisei e le folle. E Gesù non cessa di accogliere e di parlare con tutti, anche con chi non si aspetta più di incontrare Dio nella sua vita. E’ una lezione forte per la Chiesa! I discepoli stessi sono scelti per prendersi cura di questa assemblea, di questa famiglia degli ospiti di Dio. Perché sia viva nell’oggi questa realtà dell’assemblea di Gesù, è indispensabile ravvivare l’alleanza tra la famiglia e la comunità cristiana. Potremmo dire che la famiglia e la parrocchia sono i due luoghi in cui si realizza quella comunione d’amore che trova la sua fonte ultima in Dio stesso.

Una Chiesa davvero secondo il Vangelo – ha detto il Papa a braccio tra gli applausi dei fedeli – non può che avere la forma di una casa accogliente, con le porte aperte, sempre. Le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei! E oggi, questa è un’alleanza cruciale. Contro i “centri di potere” ideologici, finanziari e politici – ha proseguito Bergoglio citando un testo contenuto nel volume dei suoi discorsi su vita e famiglia da Papa e da arcivescovo di Buenos Aires pubblicato dal pontificio consiglio per la Famiglia – riponiamo le nostre speranze in questi centri di potere? No! Centri dell’amore! La nostra speranza è in questi centri dell’amore, centri evangelizzatori, ricchi di calore umano, basati sulla solidarietà e la partecipazione, e anche sul perdono fra noi. Rafforzare il legame tra famiglia e comunità cristiana è oggi indispensabile e urgente».

Le famiglie, ha notato il Papa, «a volte si tirano indietro, dicendo di non essere all’altezza: “Padre, siamo una povera famiglia e anche un po’ sgangherata”, “Non ne siamo capaci”, “Abbiamo già tanti problemi in casa”, “Non abbiamo le forze”. Questo è vero. Ma nessuno è degno, nessuno è all’altezza, nessuno ha le forze! Senza la grazia di Dio, non potremmo fare nulla. Tutto ci viene dato, gratuitamente dato!» E il Signore «non arriva mai in una nuova famiglia senza fare qualche miracolo», come fece Gesù alle nozze di Cana: «Tutti dobbiamo essere consapevoli che la fede cristiana si gioca sul campo aperto della vita condivisa con tutti, la famiglia e la parrocchia debbono compiere il miracolo di una vita più comunitaria per l’intera società».

A fine udienza il Papa ha salutato, tra gli altri, i ragazzi della gioventù francescana d’Italia («Sono bravi questi giovani francescani!», ha detto il Papa a commento del loro entusiasmo), e i vescovi del Portogallo in visita ad limina apostolorum. Lunedì prossimo, peraltro, Radio Renascenca, emittente cattolica del Portogallo, manderà in onda un’intervista di un’ora rilasciata ieri da Papa Francesco alla vaticanista Aura Miguel. Secondo le prime anticipazioni, nel corso della conversazione – si legge sul sito specializzato Il Sismografo – il Papa parla a tutto campo affrontando diversi argomenti, tra cui la questione dei rifugiati-migranti, il sinodo d'ottobre, le questioni centrali della famiglia e naturalmente il Portogallo.

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Dopo un novenario di preghiera ben preparato e guidato nella riflessione da diversi sacerdoti orionini, si è giunti alla festa conclusiva che ha visto la partecipazione numerosa di fedeli devoti alle Messe della mattina, alla benedizione dei bambini al pomeriggio ed in particolare alla sera per la Messa solenne con processione. La celebrazione serale è stata presieduta dal prevosto dell’Insigne Collegiata di Casei Gerola, don Maurizio Ceriani. Al suo fianco il direttore provinciale don Aurelio Fusi e il rettore del Santuario don Pietro Bezzi. Hanno animato la celebrazione un bel gruppo di cantori casellesi. La processione, con la recita del rosario ed animata da canti mariani, dal Santuario è giunta nella Chiesa Collegiata di Casei, dove è stata impartita la benedizione.
Il Santuario di Casei Gerola ha una immancabile menzione in ogni biografia, piccola o grande, di San Luigi Orione, perché legato alla storia della sua vocazione. Il Santuario di Casei Gerola fu adeguatamente restituito al culto nel 1944, dopo i restauri operati principalmente dai “chierici costruttori” orionini. L’8 settembre di quell’anno il Vescovo Mons. Egisto Merchiori benedisse la chiesa restaurata e il venerabie Don Carlo Sterpi vi celebrò la Messa solenne. Appassionato promotore della rinascita del Santuario fu Don Luigi Orlandi con l’appoggio del prevosto Don Francesco Bianchi.

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Mercoledì, 09 Settembre 2015

Tortona - Festa di Maria Bambina

In occasione della festa liturgica della Natività di Maria nel pomeriggio, alle ore 17, presso il Santuario il vice parroco don Ivan Concolato ha presieduto la Santa Messa animata dai ragazzi dell’Oratorio “San Luigi” e la processione con la Statua di “Maria Bambina” percorrendo parte del rione San Bernardino. Al termine in Oratorio la tradizionale benedizione e distribuzione dei biscotti. Un bel momento mariano che come ci ricorda don Orione: “solo lei ci conduce a Gesù“.

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Mercoledì, 09 Settembre 2015

Rinnovi...

L'8 settembre, per la famiglia orionina, è una giornata speciale: è il momento in cui molti giovani dicono per la prima volta il loro sì al Signore oppure rinnovano l'impegno sulla via della consacrazione e ripartono nel loro cammino formativo. Pubblichiamo la testimonianza di un giovane sacerdotre orionino, Don Alessandro Digangi, vicario parrocchiale nella parrocchia San Benedetto di Milano e incaricato per l'oratorio.

È un po' come rinnovare l'abbonamento alla squadra del cuore: ci vogliono passione, fedeltà e qualcosa da spendere.
Sì! Perché decidere dopo un anno di ridire il proprio sì nella congregazione di Don Orione richiede queste tre caratteristiche.
È capitato questa mattina in varie parti d'Italia a Milano, a Tortona paterno, a Roma Ognissanti.
Giovani amanti del calcio ma anche capaci di spendere la vita per qualcosa di grande. C'è bisogno di allenamento ed è per questo che loro ogni anno sono chiamati a ridire il loro sì, per ridire la loro passione, cercare di essere fedeli. Costa? Be' per amore qualche sacrificio è d'obbligo.

 

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Questa mattina, martedì 8 settembre, presso la Cappella della Casa Madre – Paterno in Tortona nelle mani del direttore provinciale don Aurelio Fusi, hanno rinnovato i voti temporanei quattro religiosi dell’Opera: tre chierici: Lare Paul, Lorent Andrei, Enache Flaviu, tirocinante presso la parrocchia orionina di San Michele in Tortona, e Fr. Berio Alberto. Una celebrazione raccolta e solenne alla presenza di ben sette concelebranti tra i quali il vicario generale don Achille Morabito. Il canto è stato guidato da Marta Cassano, direttrice del coro dei giovani dell’Oratorio. “Cosa avrebbe detto don Orione in questo momento così speciale per la Congregazione, e quali atteggiamenti avrebbe assunto in questo giorno nel quale alcuni suoi figli rinnovano la loro consacrazione al Signore?” Ha iniziato così la riflessione don Aurelio, dando poi delle concrete risposte: “Si sarebbe lasciato andare e avrebbe abbracciato i suoi figli, li avrebbe incoraggiati in questo cammino”.
E poi ha sottolineato come questo posto così significativo per l’Opera sia una “piccola Porziuncola”: Don Orione qui entrava in una dimensione nuova della sua vita: “un'identità che diventava un tutt’uno con il Signore”. “Tutto questo è caratterizzato dall’esperienza della piccolezza: come questo luogo, come la nostra congregazione, come noi presenti. Tutto ciò che è piccolo è amato e gradito dal Signore”, riferendosi poi a Betlemme, citata nella prima lettura: “intensamente amata dal Signore e scelta per essere il villaggio che dona la vita al Signore”.

E l’augurio che ha voluto donare ai quattro giovani religiosi è stato molto paterno: “L’esempio di Maria e Giuseppe sia l’esempio più bello per chi oggi vuole rinnovare la sua vita al Signore. Un dono speciale per poter dire: sono del Signore e nulla mi può distrarre. La mia vita è per Lui, sempre per Lui e solo per Lui”.

Al termine della celebrazione è seguito un momento di fraternità presso il Centro “Mater Dei”.

Il Signore per l’intercessione della Madonna della Divina Provvidenza e di San Luigi Orione accompagni questi nostri giovani alla sua sequela.

Clicca QUI per vedere le foto, QUI per ascoltare l'omelia

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Da Zdunska Wola (Polonia), ove si trova in visita alle comunità, il superiore generale Don Flavio Peloso ha inviato una lettera a tutti i Confratelli di Europa, affinché si facciano promotori di accoglienza di emergenza ai profughi, in risposta al nuovo e concreto appello di Papa Francesco durante l'Angelus di domenica, 6 settembre 2015.
Riportiamo qui di seguito il testo integrale della lettera.

Zdunska Wola, 6 settembre 2015

Carissimi Confratelli

Ancora una volta, all’Angelus di oggi, Domenica 6 settembre, Papa Francesco è intervenuto sul tema dell’accoglienza dei profughi. Ne riporto le parole.
“Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama ad essere 'prossimi' dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: 'Coraggio, pazienza! La speranza è combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura. Pertanto, in prossimità del Giubileo della Misericordia, rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi. Un gesto concreto in preparazione all'Anno Santo. Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d'Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma. Mi rivolgo ai miei fratelli Vescovi d'Europa, veri pastori, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello, ricordando che Misericordia è il secondo nome dell'Amore: 'Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me'. Anche le due parrocchie del Vaticano accoglieranno in questi giorni due famiglie di profughi".

Rispondiamo all’appello di Papa Francesco per l’accoglienza dei profughi. Non ho commenti da fare ma solo invito a informarci e a disporre un ambiente adatto per dare risposta all’invito del Papa. Già si sta facendo qualcosa in Congregazione.  So che iniziative consistenti sono attuate nelle nostre opere di Seregno – Milano (con 22 richiedenti asilo), Santa Maria la Longa – Udine (18), Genova - Camaldoli (25), Genova – Salita Angeli (20); so di altre accoglienze brevi nel tempo e di poche persone, a Reggio Calabria, Genova – Castagna, al Mater Dei di Tortona, a Floridia.

Accenno a queste notizie non per dire “qualcosa abbiamo fatto, dunque possiamo restare tranquilli”, ma per dedurre “qualcosa abbiamo già fatto, dunque si può fare di più”. E non solo in Italia, ma anche in Spagna, in Inghilterra, in Polonia e nei paesi dell’Est Europa. Mi trovo in Polonia, una nazione che (per ora) non accetta i profughi, ma il Provinciale mi ha parlato di iniziative concrete e possibili anche qui. Qualcosa si sta pensando di realizzare anche a Tortona.

La chiarezza e l’insistenza con cui il Papa Francesco invita all’accoglienza dei profughi non deve lasciare incertezze in noi Orionini che preghiamo il Signore dicendo: “intendiamo che non solo i suoi (del Papa) ordini formali, ma anche i suoi avvertimenti, i suoi consigli ed i suoi desideri siano per noi l’espressione di ciò che piace a Te: donaci perciò la grazia di eseguirli fedelmente”. Il Papa vede nell’accoglienza dei profughi un segno della misericordia di Dio e del Vangelo.

Cari Confratelli, con le dovute cautele, secondo le possibilità, dobbiamo con fede accettare questo invito all’accoglienza dei “desamparados, dei “profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame”. È una emergenza di rilevanza italiana, europea, mondiale. Si presenta con aspetti politici e umanitari che vanno affrontati insieme, ma anche tenuti distinti, aiutando le persone nel rispetto delle attuali leggi dello Stato e in attesa di altre migliori.

Certo non è mai stato facile e privo di rischi aiutare i poveri e quanti sono in situazioni estreme. Ma fare una buona accoglienza significa aiutare vite in pericolo e trasformare un problema in risorsa civile e spirituale.

Don Orione ci interceda un cuore misericordioso e santa intraprendenza.
Cordiali saluti e preghiere. In Cristo.

Don Flavio Peloso

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Una testimonianza di Don Alessandro Belano

Il giorno 23 giugno 2015 nel Centro Don Orione di Monte Mario, in Roma, è deceduto, a 98 anni di età, Don Gino Bressan, una delle figure più rappresentative della nostra Congregazione. Fin da giovane chierico si distinse per le sue spiccate doti intellettuali. Per sua stessa testimonianza, un giorno Don Orione lo incontrò mentre teneva tra le mani un testo in greco. Don Orione osservò il libro e poi gli disse: «Capisci ciò che vi è scritto?». Alla risposta affermativa, il Fondatore continuò: «Ti metterò a insegnare greco!». E così fu: a 18 anni il chierico Gino Bressan insegnava italiano e greco ai compagni di liceo.
Ordinato sacerdote, frequentò i corsi alla Pontificia Università Gregoriana, assieme al piccolo gruppo di Confratelli inviati dallo stesso Don Orione. Qui avvenne il seguente episodio. Una mattina l’insegnante di lettere classiche dette agli alunni il compito di tradurre in italiano un difficile brano in greco. Poi si mise in cattedra per seguire lo svolgimento regolare della prova. Dopo circa dieci minuti fu sorpreso nel vedere Don Gino venire verso di lui, con in mano un foglio. Lo riprese a voce alta, dicendogli di non scoraggiarsi alle prime difficoltà e invitandolo a ritornare al posto e a sforzarsi di tradurre almeno qualche riga. Don Gino gli rispose candidamente: «Ma io l’ho già finito tutto!». Non soltanto aveva correttamente tradotto il testo, ma lo aveva tradotto in latino!
Completati gli studi alla Gregoriana si licenziò in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico (1941-1944) e per i successivi 55 anni, ininterrottamente, insegnò scienze bibliche in vari Istituti teologici di Tortona e Roma, formando migliaia di alunni. Fu estimatore del bello in qualunque sua espressione, appassionato intenditore di arte romana e archeologia biblica e guida apprezzata di numerosi pellegrinaggi in Terra Santa, Egitto, Grecia, Turchia, Russia. La sua passione era, tuttavia, la musica classica. Considerava la musica come la più alta espressione dello spirito umano, più ancora della poesia e delle arti figurative. Con una suggestiva metafora, definiva la musica «Il respiro dell’anima».
Al riguardo, vorrei sinteticamente tracciare una breve memoria “musicale” di Don Gino, rievocandone la figura come doveroso omaggio di riconoscenza. Faccio subito presente che egli riceveva mensilmente e con grande entusiasmo la rivista musicale Amadeus e ritengo si trattasse del più anziano tra gli abbonati e, forse, fra tutti i lettori.
Pur non avendo compiuti studi formali sapeva leggere la musica e in varie occasioni aveva diretto dei cori. Una mattina andai a fargli visita mentre nell’Istituto era in corso una interruzione di energia elettrica. Lo trovai seduto al tavolo, con in mano alcuni fogli. Gli chiesi cosa stesse facendo. Mi rispose: «Sto ascoltando - usò proprio questo verbo - una messa a quattro voci di Palestrina!». Alla mia stupita reazione, aggiunse: «Per me è sufficiente apprezzare una composizione leggendola su una partitura musicale».
Era un profondo conoscitore della Musica, senza aggettivi, poiché, come era solito dire, di musica ne esiste una sola, quella classica, appunto. In particolare si era specializzato nella musica polifonica sacra rinascimentale. Nel 1994 intervenne al Convegno internazionale di studi palestriniani inviando una pregevole e acuta relazione («A proposito di alcune esecuzioni integrali del Cantico dei Cantici palestriniano»), pubblicata nel 2006 negli Atti del Convegno.
Possedeva una selezionatissima collezione di tutto rispetto, formata da più di 6000 pezzi tra CD, LP, musicassette e nastri. Ogni settimana mi faceva ascoltare le composizioni che riteneva più belle e importanti. Si meravigliava della mia riluttanza per le incisioni monofoniche, aggiungendo che un capolavoro si può apprezzare anche «con un orecchio solo».
Nel corso della sua lunga esistenza aveva conosciuto di persona, tra gli altri, i compositori Lorenzo Perosi, Licinio Refice, Domenico Bartolucci e, recentemente, Arturo Sacchetti. Un giorno, giovane ventenne, Don Gino incontrò in una biblioteca romana il grande musicologo Raffaele Casimiri, curatore dell’Opera omnia di Palestrina. Si fece coraggio, si presentò e fece osservare al Maestro la presenza di alcune note errate in una messa stampata di Palestrina. Casimiri gli rispose: «Anche lei, così giovane, si interessa dei nostri vecchi?». Poi lo invitò a casa, per verificare de visu, con l’aiuto dei manoscritti, quanto egli aveva detto. Si meravigliò nel constatare la fondatezza di tale osservazione e lodò Don Gino per la sua cultura e perspicacia musicale.
Don Bressan era convinto che, per capire e apprezzare un capolavoro musicale, non basta l’arte del compositore, poiché è inevitabilmente necessaria la capacità del direttore e, per quanto riguarda le incisioni registrate, la corretta ripresa sonora. Aggiungeva che molte composizioni di valore di sua conoscenza sono inascoltabili a causa della pessima interpretazione dei direttori. Una conferma a quanto, un giorno, lessi a proposito di un aforisma di Berlioz: «Compositori infelici! Imparate voi stessi a dirigere, perché sono i direttori gli interpreti più pericolosi!» (Hector Berlioz).
Ogni giorno ascoltava in camera qualche composizione musicale e ogni giorno, a tavola (mangiava davanti a me), il discorso cadeva inevitabilmente su qualche particolare relativo alla musica. Talvolta scherzavamo, improvvisando gare musicali, del tipo: «Quale concerto per pianoforte inizia con un colpo di frusta?». «Chi ha scritto la sinfonia Antartica?». «A quanti voci è il mottetto Spem in alium di Thomas Tallis?». Vinceva sempre lui. Possedeva una cultura musicale impressionante, sostenuta da una prodigiosa memoria, al punto da indicare non soltanto i titoli delle composizioni e il numero di opera, ma addirittura la tonalità e, all’occorrenza, perfino i movimenti o i tempi.
Pur definendo Wolfgang Amadeus Mozart «la musica», riteneva Giovanni Pierluigi da Palestrina il più grande compositore di tutti i tempi, seguito, nell’ordine, da Johann Sebastian Bach e Ludwig van Beethoven. Nel corso di una delle nostre tante conversazioni, gli chiesi quale composizione ritenesse la più bella e importante in assoluto. Mi rispose: «I ventinove mottetti del Cantico dei Cantici di Palestrina e, subito dopo, la Messa in si minore di Bach e la quinta sinfonia di Beethoven».
Pur conoscendola, non era entusiasta della musica classica contemporanea, priva di melodia e contrappunto. Affermava che ogni bravo alunno del conservatorio sarebbe in grado di comporre tale genere di musica. In ambito polifonico, dopo l’irraggiungibile Palestrina, riteneva grandissimi Tomás Luis de Victoria e Orlando di Lasso. Grande stima aveva anche per gli inglesi Thomas Tallis, William Byrd e John Taverner e per il franco-fiammingo Josquin Desprez, autore, secondo lui, del Miserere più bello. A suo giudizio, una delle attuali cause del declino della musica classica è dovuta all’abbandono del Gregoriano, poiché, sottolineava, nel Gregoriano vi sono i semi di tutta la musica.
Ecco altre sue preferenze circa gli interpreti. Tra i direttori d’orchestra: Carlos Kleiber, Wilhelm Furtwängler, Arturo Toscanini e, tra i più recenti, Leonard Bernstein. Di Herbert von Karajan affermava: «Sì, ma non più di tanto». Tra i pianisti: Sviatoslav Richter, Gyorgy Cziffra e Arturo Benedetti Michelangeli. Tra i violinisti: David Oistrach, Itzhak Perlman e Gidon Kremer.
In ambito di polifonia rinascimentale (la sua specializzazione) non era molto entusiasta delle esecuzioni cosiddette “filologiche”, oggi di gran moda «per motivi commerciali», aggiungeva. Secondo Don Gino tale interpretazione, pur permettendo di seguire con più facilità l’intreccio delle voci, è asettica, “robotica” e soprattutto non corrispondente alla storia. A suo giudizio, il coro ideale per le composizioni polifoniche dovrebbe essere costituito da 15-20 elementi, con la parte del cantus affidata alle voci bianche e quella dell’altus a tenori acuti. In tal senso, tra i moderni cori privilegiava quelli inglesi (Westminster Cathedral Choir, Westminster Abbey Choir, Trinity College Choir, ecc.).
Fino al termine dei suoi giorni rimase lucido e vivace intellettualmente, ricco di interessi e interessante nella conversazione. Facendogli visita in data 17 maggio 2015, solennità dell’Ascensione di Gesù, iniziai a cantargli le prime note del Kyrie tratto dalla messa Viri Galilaei, scritta da Palestrina per tale occasione liturgica. Mi interruppe quasi subito, canticchiando, a sua volta, l’inizio della messa O Rex gloriae, anch’essa scritta da Palestrina per la festa dell’Ascensione e ritenuta da Don Gino superiore all’altra!
Adesso, al termine del suo lungo pellegrinaggio terreno, il nostro Don Gino Bressan è tornato nella casa del Padre. Dopo aver ascoltato per tanti anni la musica della terra, sta ascoltando, ancora più felice, quella eterna del cielo. Riposi in pace.

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