"Che l’ultima parola apra sempre il cuore e non lo serri."
Don Orione

In questa Domenica, come da tradizione, ascolteremo il racconto della passione di Gesù.

Nei quattro evangelisti il blocco passione, morte e resurrezione di Gesù è sostanzialmente comune, con qualche differenza di stile. Gli studiosi pensano che sia il primo blocco dei vangeli messo per iscritto, poiché questi fatti sono l'evento principale della storia di Gesù: in esso si compie la salvezza dell'umanità, in esso si svela il senso ultimo della venuta di Gesù tra gli uomini.

Tra i tanti personaggi presenti nel racconto della passione, possiamo identificarci oggi in Pietro: a volte il nostro tradimento non passa dalle parole, ma attraverso lo stile di vita. Per molti che si dicono cristiani Gesù è diventato un estraneo, insignificante, irrilevante, marginale. Per il Signore non c'è mai tempo, la Chiesa è troppo lontana, l'orario è scomodo, il Catechismo è inutile, solo una pratica burocratica. Abbiamo tempo per tutto, ma non per contemplare il volto di Gesù.

Oggi anche Simone di Cirene ci interroga: cosa vuol dire per me essere cireneo in questo momento della mia vita? Quale sofferenza sono chiamato a condividere? Chi è stato cireneo nei miei confronti e ora mi sento di ringraziare?

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Oggi la liturgia ci propone un testo di Giovanni. Dopo la parabola del Padre misericordioso, anche oggi è di scena il tema della misericordia, anche oggi sono di scena gli scribi ed i farisei.

Questi portano davanti a Gesù una donna adultera, per tendergli una trappola: in caso di assoluzione lo avrebbero denunciato come violatore della Legge, in caso di condanna lo avrebbero messo in contraddizione con il suo comportamento, quello di stare con i pubblicani ed i peccatori.

Ancora una volta Gesù spiazza e incastra i suoi provocatori: Gesù chiede a ciascuno di esprimere un giudizio su se stesso più che sulla donna. Ad uno ad uno, a partire dai più anziani, se ne vanno tutti ed alla fine rimangono solo "misera et misericordia", come scrisse Sant'Agostino, lei, l'adultera, condannata a morte, e Gesù, che con la croce, riporta al centro del mondo l'amore, un amore grande fino al dono della vita.

La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell'amore.

 

 

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Questa domenica è detta "domenica laetare" dalle prime parole dell'antifona di ingresso, che è un testo di Isaia: Rallegrati (laetare) Gerusalemme! Il tema della gioia lo ritroviamo al termine della parabola del padre misericordioso, che molti chiamano del figliol prodigo.

La parabola di oggi, insieme a quella della dracma e della pecorella smarrita, è la risposta di Gesù ai farisei ed agli scribi, che si scandalizzano perché egli frequenta i peccatori: se viene da Dio non può mischiarsi con i peccatori.

Entrambi i figli si sono persi nel loro rapporto con il padre: uno si è perso stando dentro, uno è uscito fuori. Il Padre della parabola, nei confronti di questi figli che recriminano, si ribellano, scappano, non si comporta nella misura di una stretta giustizia, ma mette i rapporti su un piano di amore.

Il racconto di Luca si interrompe bruscamente, lascia il finale in sospeso, come se Gesù chiedesse ad ognuno di noi "e tu, entrerai a far festa? oppure continuerai a non voler vedere l'amore di Dio Padre?"

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Dopo il raccono delle tentazioni, la Liturgia ci offre la pagina della Trasfigurazione sul Monte Tabor.

Questo brano getta uno squarcio di luce su Gerusalemme, sul Monte Tabor i discepoli hanno una visione anticipata della gloria di Gesù, prima del passaggio obbligato, duro e incomprensibile della Croce.

Tra i tratti peculiari di Luca in questo racconto c'è la preghiera: solo Luca dice che Gesù si era recato sul monte a pregare, nella notte, mentre i discepoli erano gravati dal sonno. Il sonno e la notte, simbolo delle tanti notti e tenebre della vita, possono essere illuminati solo dalla comunione con Dio Padre: la preghiera di Gesù è l'amore per il Padre, che diventa anche l'amore che Egli ha per noi.

Che significato ha per Luca la parola Trasfigurazione? Luca utilizza un'espressione diversa da Marco e Matteo, ci descrive la trasformazione del volto di Gesù, che mentre prega diventa "altro". Il volto di Gesù è il riflesso di quello di Dio, il nostro volto deve diventare sempre più simile a quello di Dio, per essere anche noi un volto di amore e misericordia e poter arrivare a contemplare un giorno dal vivo il suo volto.

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Mercoledì, 06 Marzo 2019

Mercoledì delle ceneri

Inizia oggi, mercoledì 6 marzo, la Quaresima, tempo di vera conversione e di rinnovamento spirituale, di riconciliazione con Dio e con i fratelli.
“L’inizio dei quaranta giorni di penitenza, nel Rito romano, è qualificato dall’austero simbolo delle Ceneri, che contraddistingue la Liturgia del Mercoledì delle Ceneri”.

Questi quaranta giorni sono un cammino di preghiera, di silenzio, di riscoperta della propria fragilità umana per riorientare i nostri cuori a Cristo, innalzato sulla Croce per amore e risorto per donarci una speranza che non teme ostacoli.
Papa Francesco ha scritto un messaggio per prepararci al periodo quaresimale «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» con questo messaggio il Santo Padre sprona a incarnare la forza risanatrice del Vangelo con odio e cupidigie.

Nel messaggio Francesco ricorda che il cristiano guarda al mondo non come ad abisso di perdizione, ma come a un campo di messe. Un campo dove si semina senza la certezza di essere noi a raccogliere. È per questo che la Quaresima è un tempo paradigmatico per i credenti; Quaresima è riconoscersi piccoli, peccatori, bisognosi di aiuto dall’Alto. Bisognosi di una mano che ci risollevi, assetati di perdono e misericordia, cioè dell’essere guardati come Gesù guardava le persone che incontrava.

Per leggere il messaggio integrale del Papa clicca QUI.

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Gesù ci ha chiesto domenica scorsa di essere misericordiosi come il Padre, di perdonare perché siamo stati largamente perdonati, e oggi, per evitare fraintendimenti sulla sua parola, con alcune similitudini presenta le caratteristiche dei falsi maestri: ciechi alla misericordia, pretenziosi, giudici severi verso gli altri e benevoli, anzi molto indulgenti verso se stessi.

Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, dice ancora Gesù, la bontà o meno del frutto è il criterio per discernere la bontà o meno della pianta: ma qual è questa pianta?

E' il cuore dell'uomo la sorgente dei suoi frutti: da un cuore buono nascono frutti di bene, da un cuore misericordioso nascono frutti di misericordia. Solo la misericordia di Gesù può guarire i nostri occhi, riempire di frutti buoni le nostre mani. Altrimenti andremo a sbattere contro il muro dell'autosufficienza e dell'orgoglio.

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Il brano di oggi è parte del cosiddetto discorso della pianura del Vangelo di Luca, che si ritrova anche in Matteo e Marco, e può essere suddiviso in tre parti.

La prima contiene le frasi più forti e provocanti, capaci di mettere in crisi chiunque: amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odionano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. "Caro Gesù, questo è troppo!" viene da pensare a molti.

La seconda parte spiega perché il cristiano deve fare così, perchè deve amare persino chi gli fa del male: l'amore di un cristiano deve essere a pura imitazione di quello di Dio, cioè completamente gratuito, un cristiano deve vivere la misericordia perché ha ricevuto da Dio misericordia.

La terza ci spiega che in fondo questo comportamento ci fa anche guadagnare: il perdono, l'abbandono della vendetta, del rancore, della rabbia sono condizioni necessarie per vivere felici.

Difficile sì, ma non impossibile. Difficile farlo da solo, possibile se ci affidiano alla misericordia di DIo.

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Dopo la chiamata dei primi quattro discepoli, la Liturgia ci presenta il discorso della pianura del Vangelo di Luca, che corrisponde con numerose differenze al discorso della montagna del Vangelo di Matteo.

Luca, autore delicato e sensibile, fa seguire alle sue quattro beatitudini quattro maledizioni: come mai? Gli studiosi ritengono che appartenessero all'insegnamento originario di Gesù e che Luca le abbia inserite in questo racconto in antitesi alle beatitudini, per far risaltare il significato e la forza di queste.

Si dice nel vangelo che i poveri avranno un regno, che chi ha fame sarà saziato, che ci sarà un sovvertimento della situazione presente: ma cosa vuol dire? Non vuol dire che i poveri diventeranno ricchi, altrimenti Gesù avrebbe solo invertito a turno gli infelici e gli sfortunati. Questo sovvertimento richiama le parole di Isaia, lette da Gesù nella sinagoga di Nazareth: il momento in cui Dio si prenderà cura del suo popolo è qui, ora, si compie in Gesù.

L'invito è quello di rovesciare le situazioni di ingiustizia, perché i poveri contano presso Dio: da questo amore e non motivi sociologici o politici nasce il diritto dei poveri a chiedere giustizia. Non si è beati perché si vive una situazione triste, si è beati perché Gesù ha restituito la dignità ai poveri, agli scartati, si è betati quando si sa condividere con i meno fortunati: l'ostacolo sono le ricchezze, l'attaccamento e la fede solo nel denaro, che impediscono di condividere ed essere giusti.

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Il Vangelo di oggi ci presenta la chiamata dei primi discepoli.

Confrontando i sinottici, ci si accorge che in Luca la chiamata avviene come conseguenza di una pesca miracolosa, fatto che non è presente in Matteo e Marco.

L'evangelizzazione è il primo compito dei discepoli, di tutti i discepoli, quelli di ieri e quelli di oggi: annunciare che Gesù è la Buona notizia, ti ama, ha dato la sua vita per te ed ora è al tuo fianco. Se manca questo annuncio, il resto rischia di essere moralismo.

In Luca Pietro è il protagonista di tutta la scesa: è sua la barca che usa Gesù, è a lui che si rivolge dicendogli di prendere il largo e gettare le reti, è Pietro che proclama la fede nella Parola di Gesù e lo chiama Signore, è Pietro che Gesù chiama a seguirlo.

La Provvidenza manda il Pietro di cui la Chiesa ha bisogno in quel momento, Pietro è sempre Pietro e come il primo Pietro con le sue debolezze ci somiglia molto.

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Il Vangelo di oggi è la continuazione di quello di domenica scorsa.

Colpisce il contrasto tra il versetto 22, "tutti erano meravigliati dalle parole di grazia" dette da Gesù, e quelli successivi che sfociano nello sdegno e nel tentativo di uccidere Gesù stesso: Luca ci fa intravedere in questo passaggio la sorte futura di Gesù.

Come mai questa ostilità da parte dei suoi paesani verso Gesù? Probabilmente un po' di invidia, ma anche il fatto che Gesù abbia fatto miracoli a Cafarnao e non a Nazareth, come se il miracolo fosse motivo di lustro per il paese, di prestigio campanilistico.

Gli abitanti di Nazareth non riescono ad andare oltre il fatto umano, non comprendono il mistero profondo della realtà di Gesù: chi è dunque Gesù?

Un grande maestro, un saggio, un moralista? Chi è Gesù per me? Questa la domanda a cui ogni cristiano, nella sua giornata, nella sua vita deve rispondere, con la fede e con i fatti.

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