"Coraggio ed animo grande che Dio è con noi e con i suoi cari poveri e con tutti i più abbandonati."
Don Orione

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Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

 

Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica

Domenica, 02 Settembre 2018

Palermo - Preti di frontiera

Riportiamo un'intervista realizzata da Livesicilia, sulla vicenda della nave Diciotti;  tra gli altri interviene don Domenico Napoli, parroco orionino della Parrocchia Madre della Provvidenza.

"Ma che terra è questa che ha scambiato gli occupanti della Nave Diciotti per barbari invasori, indifferente al loro dolore? Ma che volto hanno certi impalpabili difensori di una patria immaginaria che, nell'inafferrabilità dei social, reclamano la sacra protezione dei confini, con una prova autarchica e muscolare sulla pelle dei disgraziati? Perché, davvero, la questione delle migrazioni è colossale: ma chi poteva pensare che si risolvesse, una volta per tutte, con una disfida all'ultimo tweet, mentre donne e bambini aspettavano lo sbarco a Catania?

Restiamo umani? Sarebbe già tanto, forse, non apparire troppo disumani. Siamo ancora un po' generosi, un po' solidali, un po' più sensibili di come le parole in calce ci descrivono? Alcuni sacerdoti palermitani, chiamati al capezzale del tempo, per via del loro impegno notissimo e della loro altrettanto risaputa sensibilità, provano a rispondere.

Inizia Don Cosimo Scordato, prete delle mille frontiere dall'Albergheria: “Io penso che questo paese sia un po' diverso da come, talvolta, si mostra. E' come se ci fossero due livelli. Uno umano in cui la gente è capace di solidarietà e uno politico. I problemi sono tantissimi e non dobbiamo semplificarli, convincendoci che ci sia una competizione e che non accogliere i migranti significhi dare più spazio agli italiani. Comunque, siamo decisamente migliori di quello che sembra”.

“La questione è chiara – dice Don Mimmo Napoli, parroco della nostra parrocchia orionina 'Madonna della Provvidenza', – se hai la fede, segui il Vangelo. Nessuno ti obbliga, ma se sei credente devi prenderti la responsabilità di testimoniarlo. L'ho ripetuto in una omelia. Gesù non si può equivocare: avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete accolto. Non ha detto: ero forestiero però... Registro un clima che si sta degradando, per via delle frasi che vengono propinate. C'è un egoismo che serpeggia anche nella comunità ecclesiale, ma chi pensa che non siamo tutti fratelli, non ha motivo di pregare con il Padre nostro”.

Non solo sacerdoti; pure Renzo Messina, della Comunità di Sant'Egidio, tocca la povertà quando con i suoi compagni di missione gira per le strade, con ogni tempo. Renzo è preoccupato: “Scorgo un paese impoverito nei suoi valori, terrorizzato da notizie gonfiate ad arte. Abbiamo smarrito il senso minimo dell'umanità, qualcosa ha cambiato il nostro sguardo. Ora, i poveri di casa nostra cominciano a ripetere lo slogan: prima gli italiani e qualcuno cerca di prevaricare i migranti. Viviamo un brutto momento”.

Don Maurizio Francoforte, parroco di Brancaccio, dolcemente sbotta: “Quale che sia la situazione, non si possono avanzare rivendicazioni sulla pelle degli altri, a prescindere dalla circostanza che siano giuste o sbagliate”.

Tuttavia, Don Maurizio ha un'esperienza di segno contrario da raccontare: “Ci chiesero di ospitare venticinque migranti. Dovevano restare un giorno che si allungò per ventotto giorni. Dopo qualche momento di iniziale diffidenza, nacque una bellissima intesa con la gente del quartiere. Ci furono pianti da una parte e dall'altra quando il soggiorno terminò. Ricordo una signora che non aveva niente, il marito era stato appena licenziato, eppure si presentò per regalare del sapone liquido: 'Almeno, padre, potranno lavarsi', mi disse”. Accadeva qualche anno fa. Chissà, oggi, come sarebbe la storia."

Fonte

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Vacanza è riposo, natura, divertimento, ma può anche essere un'occasione per fare del bene.

Riportiamo la testimonianza di Lucia, che lavora nel centro Don Orione di Napoli.

Sono di nuovo a Bonouà, in Costa d'Avorio, per il 18esimo anno. Vivo qui  le mie ''vacanze '' di servizio nel centro handicappati , dove formo in modo permanente il personale per fare terapia ai bambini cerebrolesi e supervisiono il servizio nato nel 2000 su una intuizione veramente orionina di don Angelo Girolami.

Torno in famiglia, mi accolgono le volontarie in permanenza, sacerdoti e suore con un affetto riconoscente che non sento di meritare. Certo rinuncio da anni a fare vacanza, certo mi stanco e spesso pago la stanchezza con i malanni...ma volete mettere la gioia di vedere che i bambini che solo 20 anni fa sarebbero stati uccisi come indemoniato, oggi imparano a muoversi giocando in interazione con adulti consapevoli? Impagabile vedere mamme impegnate ad imparare manovre facilitanti per favorire un corretto sviluppo della motricità e del pensiero. Volete mettere a confronto una serata di ballo con le danze dei miei bimbi ''serpenti''...gratuitamente avete avuto gratuitamente date...sono una donna fortunata nata dove posso avere quello che serve ad una vita agiata, come potrei guardarmi allo specchio se non condividendo quanto Dio mi ha permesso di costruire con il mio lavoro? A Napoli lavoro in terapia e formazione e mi occupo di ragazzi a rischio nei quartieri malfamati... qui aiuto gli ultimi nella scala sociale a trovare dignità. Don Orione mi guidi ancora.

 

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In queste giornate di grande caldo, molti sono forse più impegnati a cercare refrigerio dall'afa che a cogliere la portata di alcune notizie di attualità.

Tra queste non può essere trascurata la notizia che papa Francesco ha approvato una modifica al Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2267, sulla pena di morte.

Il nuovo testo è il seguente:

“Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo".

Si tratta di una citazione di un passo del discorso del Santo Padre  ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l’11 ottobre 2017. L'approvazione è avvenuta nel corso dell’udienza al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Luis F. Ladaria, l’11 maggio scorso, e la firma è datata 1° agosto 2018, memoria di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Papa Francesco aggiunge anche questo tassello al suo impegno, affinché in ogni parte del mondo, in ogni condizione sociale, sia rispettata e promossa l'inviolabilità e la dignità di ogni uomo.

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Propizio è avere ove recarsi. Ma non sempre il tetto sopra la testa è quello della propria abitazione privata. Gli affitti, poi, hanno prezzi alle stelle. Per fortuna studenti, lavoratori e pensionati, da oltre 50 anni, possono trovare rifugio alla Casa del Giovane Lavoratore di via Caterina da Forlì a Milano. Una palazzina all’interno del Don Orione che offre per 11 mesi (ad agosto è chiuso per sanificazione) 112 posti letto. La struttura nasce nel 1963 per iniziativa del cardinal Montini, futuro Papa Paolo VI. «All’inizio accoglievamo emigrati dal Sud. L’utenza adesso si è diversificata, ma il servizio è il medesimo: un alloggio a chi, per i motivi più diversi, non può accedere alle normali strutture alberghiere» racconta il direttore, Marco Pirotta, 58 anni ed ex manager progettista (anche per la Ferrari), che ci accompagna a visitare i sei piani dello stabile.

Al seminterrato c’è la cucina, il refettorio e la lavanderia. La Casa non è un albergo, il cibo lo si prepara da soli usando piastre ad induzione. Quello che si compra al supermercato lo si mette in frigo. C’è lo sguardo delle telecamere. Perché ovviamente vige il divieto di rubare. Con dei distinguo: «Chi sottrae due wurstel a un altro ospite perché non mangia da 48 ore riceve un richiamo, non l’espulsione». Che scatta in automatico quando si porta una donna nella propria camera, per droga o a causa della prepotenza: «La legalità è un nostro punto fermo» dice il responsabile, che sa essere uomo di cuore quanto di polso.

Il piano terra è spazio comune dove c’è Internet, terrazza, televisione, angolo studio e Cappella. Gli altri quattro piani ospitano le camere: 17 stanze quadruple, nei primi due piani (a 260 euro a persona) e 22 doppie (il prezzo sale a 340 euro). Singole non esistono. Ciascuna è equipaggiata con scrivania e armadio. Incluso nel costo cambio di lenzuola e pulizia.

Nell’anno a cavallo fra settembre 2015 e luglio 2016 (il dato più recente disponibile) si sono registrate 229 persone per un totale di 35.882 presenze (ogni utente che soggiorna una notte è una presenza). Gli ospiti sono per il 25% universitari, uno su quattro, il 30% lavoratori regolari. Anche del mondo della scuola o degli ospedali. Il 30% ha un contratto temporaneo o è stagista. Sono 8.630 le presenze totalizzate da residenti di Milano (24%). A seguire i siciliani con 6179 presenze (17%), i campani (4018, 11%) e i pugliesi (3178 ingressi, 9%). Dal resto della Lombardia il 7% dell’utenza (2585). Gli stranieri sono solo 5% (2203).

Più della metà degli ingressi (18884) è di giovani sotto i 29 anni. Poi ci sono 6946 presenze di trentenni. I 40enni ne hanno accomulate 7165. Anche padri separati. «Al momento sono 17, il 15% dell’utenza. Compresi manager che lasciano la casa alla moglie e devono tirare fuori il mantenimento». Il 15% è over 55. La struttura è sold out per dieci mesi all’anno, tranne a luglio. Il soggiorno medio è di quattro mesi. Ma c’è chi è qui da 6 anni. «Situazioni che noi cerchiamo di evitare. Sono il primo ad essere consapevole che la Casa non è la soluzione più degna in assoluto. Una persona ha diritto a qualcosa di più che dormire in una stanza con sconosciuti invece che con la donna che ama» dice Pirotta.

Fonte.

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Ogni 30 luglio ricorre la giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, promossa dalle Nazioni Unite: è un fenomeno che coinvolge indistintamente uomini e donne, adulti e bambini. Sono destinati allo sfruttamento lavorativo, alla prostituzione, al traffico di organi, all'accattonaggio e alla delinquenza.

L'Onu dedica la giornata del 2018 ai più piccoli, che oltre ad essere vittima di conflitti armati e crisi umanitarie, sono spesso preda di abusi e sfruttamento attraverso mezzi informatici. Tra essi l'organizzazione Save the Children ricorda i minori stranieri non accompagnati in un rapporto pubblicato in concomitanza con questa ricorrenza, intitolato "Piccolo schiavi invisibili" (clicca QUI per leggere il rapporto). Anche i quotidiani italiani hanno pubblicato le notizie di giovani migranti che offrivano sesso in cambio del passaggio alla frontiera francese.

Papa Francesco ha voluto ricordare questa giornata durante la preghiera dell'Angelus di ieri: ha ricordato che non è un fenomeno lontano, "anche qui a Roma" ha detto, è un problema molto vicino alla nostra realtà, perché le rotte migratorie servono a reclutare nuove vittime della tratta.

"Denunciare le ingiustizie e contrastare con fermezza questo vergognoso crimine è responsabilità di tutti" ha detto il Papa.

 

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I ragazzi di Elbasan, in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia in particolare con il Comune di Monfalcone, hanno partecipato al progetto "Welfare Youth Development" stando a stretto contatto tra loro, rafforzando così i legami di amicizia reciproca e scoprendo e rivivendo molte emozioni.

Qui di seguito un piccolo racconto illustrato di questo progetto

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In Italia il divario fra ricchi e poveri si allarga. Sono i recenti dati Eurostat a rivelarlo, mostrando una situazione alquanto preoccupante se paragonata a 15 anni fa. Ne parla il Prof.Massimo Baldini su lavoce.info nell’articolo “Perché aumenta la disuguaglianza in Italia”.

Ma qual è il motivo di questo andamento? Secondo il Prof.Baldini la disparità di reddito non è tanto legata all’aumento dei redditi più alti, quanto piuttosto alla diminuzione di quelli più bassi. Durante la crisi tutte le fasce reddituali sono state colpite ma in particolar modo quelle della popolazione più povera. Nei primi anni della ripresa si registra poi un miglioramento dei redditi medio-alti, mentre quelli basso hanno proseguito a peggiorare. La situazione appare ancor più evidente se paragonata a Germania e Francia, dove la classe media non ha subito cali di rilievo e non si è acuita la forbice fra ceti sociali.

In sintesi, dai dati Eurostat emerge che:
la disuguaglianza in Italia è di poco cresciuta durante la crisi; tale circostanza è dovuta al calo dei redditi bassi; tutti le classi di reddito hanno registrato un calo nel periodo della crisi; la prima fase della ripresa non ha ancora riguardato la popolazione meno abbiente; aumenta sì la disuguaglianza ma soprattutto aumenta la povertà.

Leggi QUI l’articolo completo.

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A differenza di ciò che accade nei Paesi in via di sviluppo, nelle nazioni avanzate stanno crescendo pericolosamente le disuguaglianze di reddito. Le cause sono da ricercarsi nel fenomeno della globalizzazione, nei cambiamenti tecnologici, nell’aumento del reddito da capitale, nelle trasformazioni del mercato lavorativo. È quanto sostengono i due studiosi Devis Geron e Tiziano Vecchiato nell’articolo “Come cambiano le disuguaglianze”, pubblicato su Studi Zancan 1/2018.

Secondo la Banca d’Italia (indagine 2018) il 30% delle famiglie italiane più povere rappresenta l’1% della ricchezza nazionale e circa il 75% di tali famiglie è a rischio povertà. Di contro il 30% dei nuclei più ricchi detiene il 75% della ricchezza complessiva e ben più del 40% di questo patrimonio è posseduto dal 5% della popolazione. Il reddito principale delle famiglie più abbienti è dovuto non ad attività lavorativa ma al capitale, motivo per cui esse non hanno subito la crisi del mercato del lavoro. I ricchi sono i primi ad avvantaggiarsi della ripresa economica e fra i primi a risentire dell’andamento positivo o negativo dei mercati finanziari. Le famiglie più povere, al contrario, risentono pesantemente dell’instabilità socio-economica del Paese.

Sempre la Banca d’Italia denuncia una disuguaglianza legata al territorio e alle generazioni: al Sud la percentuale di persone a rischio povertà è passata dal 19,6% del 2006 al 22,9% del 2016. In questo decennio hanno avuto maggiori problemi economici le famiglie con capofamiglia giovane, mentre hanno resistito meglio quelle con capofamiglia pensionato. Difficoltà anche per i nuclei con capofamiglia lavoratore dipendente o autonomo o in condizione non lavorativa. Nel Sud Italia il 13,3% di cittadini vive in una famiglia senza reddito.

Una situazione simile si registra anche nei Paesi OCSE: qui in media il 10% delle famiglie più ricche detiene la metà della ricchezza globale, mentre il 40% dei nuclei meno abbienti possiede appena il 3% del patrimonio totale.

L’aumento della disuguaglianza è dannoso anche e soprattutto per la crescita economica a lungo termine. “L’ossessione degli utili a breve (economici e politici) impedisce sguardi di più lungo periodo, necessari per fare spazio alla costruzione autentica del bene comune”.

Contribuisce alla crescita delle disuguaglianze anche la diminuzione della capacità distributiva. Obiettivo del welfare dovrebbe essere quello di raccogliere e redistribuire in modo equo e coerente, favorendo la coesione e la giustizia sociale, nell’osservanza del dettato costituzionale. Ma ciò non sta avvenendo, anzi sta aggravando il gap fra ceti sociali. Mentre negli ultimi la spesa sanitaria si è stabilizzata, l’assistenza sociale mostra un’incapacità di distribuzione equa dei servizi e delle prestazioni. La spesa assistenziale dovrebbe essere per eccellenza lo strumento di riduzione delle diseguaglianze ma in alcuni casi non solo non lo è ma contribuisce ad acuirle. È quello che viene definito dai due autori il welfare “degenerativo” e che richiede interventi e politiche che affrontino alla radice i problemi.

QUI l'articolo completo.

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L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la  Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno di ogni anno con la Risoluzione 55/76. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati.

Ogni anno si ricorda il dramma di migliaia di uomini e donne che, a causa di fame, guerre, persecuzioni, hanno perso la loro casa per intraprendere un lungo e pericoloso viaggio alla ricerca di un nuovo "amparo", un nuovo luogo da chiamare casa. Sono molte le storie come queste che si possono ascoltare da famiglie e persone ospiti delle case di Don Orione (leggi QUESTO ARTICOLO): sono questi uomini e donne i desamparados di oggi, parola cara a Don Orione, che esprime la disperazione e l'angoscia di chi non ha più nessuna sicurezza nè rifugio.

Oltre alle iniziative promosse dall'UNHCR, vogliamo ricordare le parole di Papa Francesco, pronunciate innoccasione della 104a giornata del migrante, celebrata il 14 gennaio scorso: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, i pilastri della dottrina sociale della Chiesa.

"Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo," dice il Santo Padre: accogliere significa "offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione", proteggere è difendere la loro dignità ed i loro diritti, promuovere è "adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore", integrare è favorire la cultura dell'incontro.

Per rileggere il messaggio del Papa clicca QUI.

 

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In questi giorni, nel dibattito politico è tornato il tema dei rom: ma quali sono davvero i numeri e le caratteristiche della situazione in Italia?

Emergenza abitativa, Piano di inclusione, campi istituzionali e “campi tollerati”, discorsi d’odio e discriminazione. Sono questi i principali temi trattati nel Rapporto Rom Sinti 2017, presentato dall’Associazione 21 Luglio. Obiettivo dell’indagine focalizzare l’attenzione su quelle comunità Rom e Sinti che in Italia, a causa di politiche istituzionali che il rapporto definisce "discriminatorie”, vivono segregate nei cosidetti “campi rom”.

Dai dati raccolti risulta che sono circa ventiseimila le persone Rom e Sinti in condizioni di emergenza abitativa, costrette dunque a vivere in insediamenti formali e informali, centri di raccolta rom e micro insediamenti. Dati i disagi abitativi presenti in tali campi, molte famiglie (specie di etnia romena) hanno abbandonato il nostro Paese per muoversi in altre nazioni o ritornare nelle città di origine. Tuttavia, nonostante la lieve riduzione numerica e le diverse raccomandazioni di Ue e Enti Internazionali (e anche di associazioni a tutela dei diritti umani) sul nostro territorio permangono ancora 148 insediamenti formali in cui vivono circa 16.400 persone. Presso i campi informali ed i micro insediamenti, invece, abitano meno di diecimila rom, tutti cittadini comunitari.

Rispetto agli anni passati, il numero di campi è pressoché invariato. Il Rapporto evidenzia, infatti, che a fronte di qualche timido tentativo di “superamento dei campi” da parte di alcune Amministrazioni, dal 2012 ad oggi sono stati spesi 82 milioni di euro per mantenere il sistema. Ciò va in aperto contrasto con quanto sancito nella Strategia di Inclusione dei Rom e quindi con gli impegni presi dall’Italia davanti all’Ue.

A livello nazionale, la Capitale è ancora la città con più persone rom in emergenza abitativa (il 27% rispetto al dato italiano). Nella “mappa della vergogna”, come la definisce l’Associazione 21 Luglio, a Roma sono presenti 17 campi formali e 300 informali. Ma altre metropoli non stanno meglio, come ad esempio Torino e Napoli, ma ricordiamo anche le drammatiche situazioni di Giugliano e Foggia, dove sono presenti enormi campi rom in grave disagio socio-abitativo.

Una delle caratteristiche costanti della nostra società è l’atteggiamento di repulsione ed avversione. I media, la politica e l’opinione pubblica in generale sono concentrati ancora sulla “questione rom” e l’antigitanismo. I discorsi di odio sono la punta dell’icerberg di tale tendenza: nel 2017 l’Osservatorio 21 Luglio ha denunciato che i media diffondono hate speech ogni due giorni, ossia il 4% in più rispetto all’anno precedente. Sono 60 i casi segnalati solo a Roma. Parole offensive a cui non si sottraggono i rappresentanti politici e che richiedono la necessità di lavorare sul pensiero comune, il linguaggio della politica, i mezzi di comunicazione e gli atteggiamenti degli amministratori al fine di arginare la deriva morale e culturale della società.

Qui il rapporto integrale.

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