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Don Orione

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Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

 

Los desamparados

Pubblicazione periodica di informazione scientifica

Domenica, 08 Novembre 2015

Mettetevi seduti, amici

Pubblichiamo un'interessante intervista concessa da Papa Francesco al giornale di strada olandese Straatnieuws - traduzione di Radio Vaticana

È ancora presto quando ci presentiamo al portone di servizio del Vaticano, a sinistra della Basilica di San Pietro. Le guardie svizzere sono al corrente del nostro arrivo e ci fanno passare. Dobbiamo andare alla Casa Santa Marta, perché è lì dove abita Papa Francesco. Quella Casa Santa Marta probabilmente è l’hotel a tre stelle più particolare del mondo. Un grande edificio bianco dove pernottano cardinali e vescovi che svolgono il loro servizio in Vaticano o vi si trovano di passaggio e che è anche la dimora dei cardinali durante il conclave.
Anche qui sanno del nostro arrivo. Due signore alla reception, come in ogni albergo, gentilmente ci indicano una porta laterale. La stanza dell’incontro è già stata preparata. Uno spazio abbastanza grande con una scrivania, un sofà, alcune tavole e sedie, questo è il luogo di ricevimento infrasettimanale del Papa. Poi, inizia l’attesa. Marc, il venditore di Straatnieuws, è il più tranquillo di tutti e aspetta, seduto sulla sedia, ciò che verrà.
Di colpo si presenta il fotografo ufficiale del Papa. “Sta arrivando il Papa”, ci bisbiglia.
E prima che ce ne rendiamo conto entra nella stanza: Papa Francesco, il capo spirituale di 1,2 miliardi di cattolici. Porta con sé una grande busta bianca. “Mettetevi seduti, amici”, dice con un gesto gentile della mano, “Che piacere che siate qui.” Il Santo Padre dà l’impressione di un uomo calmo e amichevole, ma allo stesso tempo energico e preciso. Una volta seduti si scusa per il fatto di non parlare l’olandese. Glielo perdoniamo subito.
D - Le nostre interviste iniziano sempre con una domanda sulla via dove l’intervistato è cresciuto. Lei, Santo Padre, cosa si ricorda di quella via? Che immagini Le vengono in mente pensando alle strade della Sua infanzia?
R - “Io da quando avevo un anno fino al momento che sono entrato in seminario, ho vissuto nella stessa via. Era un quartiere semplice di Buenos Aires, tutte case basse. C’era una piazzetta, dove noi giocavamo a calcio. Mi ricordo che scappavo da casa e andavo a giocare a calcio con i ragazzi dopo la scuola. Poi mio papà lavorava in una fabbrica che era a cento metri. Faceva il ragioniere. E i nonni abitavano a cinquanta metri. Tutto a pochi passi l’uno dall’altro. Io mi ricordo anche i nomi della gente, da prete sono andato a dare i sacramenti, il conforto ultimo a tanti, che mi chiamavano e ci andavo perché volevo loro bene. Questi sono i miei ricordi spontanei”.

D - Lei giocava anche a calcio?
R. - “Si”

D. - Era forte?
R. - “No. A Buenos Aires a quelli che giocavano il calcio come me, li chiamavano pata dura. Che vuol dire avere due gambe sinistre. Ma giocavo, facevo il portiere tante volte.”

D. - Com’è nato il suo impegno personale per i poveri?
R. - “Si, tanti ricordi mi vengono in mente. Mi ha colpito tanto una signora che veniva a casa tre volte alla settimana per aiutare la mia mamma. Per esempio aiutava in lavanderia. Lei aveva due figli. Erano italiani, siciliani e hanno vissuto la guerra, erano molto poveri, ma tanto buoni. E di quella donna ho sempre mantenuto il ricordo. La sua povertà mi colpiva. Noi non eravamo ricchi, noi arrivavamo alla fine del mese normalmente, ma non di più. Non avevamo una macchina, non facevamo le vacanze o tali cose. Ma a lei mancavano tante volte le cose necessarie. Noi avevamo abbastanza e mia mamma le dava delle cose. Poi lei è tornata in Italia, e dopo è ritornata in Argentina. L’ho ritrovata quando ero arcivescovo di Buenos Aires, aveva 90 anni. E l’ho accompagnata fino alla morte a 93 anni. Un giorno lei mi ha dato una medaglia del Sacro Cuore di Gesù che porto ancora ogni giorno con me. Questa medaglia -che è anche un ricordo - mi fa tanto bene. Vuole vederla?"
(Con un po’ di fatica, il Papa riesce a tirar fuori la medaglia, completamente scolorita dopo essere stata portata per anni).
“Così penso a lei ogni giorno e a quanto ha sofferto per la povertà. E penso a tutti gli altri che hanno sofferto. La porto e la prego…"

D. - Qual è il messaggio della Chiesa per i senzatetto? Che cosa significa la solidarietà cristiana per loro in concreto?
R. - “Mi vengono due cose in mente. Gesù è venuto al mondo senzatetto e si è fatto povero. Poi la Chiesa vuole abbracciare tutti e dire che è un diritto di avere un tetto sopra di te. Nei movimenti popolari si lavora con tre ‘t’ spagnole, trabajo (lavoro), techo (casa) e tierra (terra). La chiesa predica che ogni persona ha il diritto a queste tre ‘t’. “

D. - Lei chiede spesso attenzione per i poveri e per i profughi. Non teme che in questo modo si possa generare una forma di stanchezza nei mass-media e nella società in generale?
R. - “A tutti noi viene la tentazione – quando si torna su un tema che non è bello, perché è brutto parlarne - di dire: “Ma, finiamo: questa cosa, stufa troppo “. Io sento che la stanchezza esiste, ma non mi fa paura. Io devo continuare di parlare delle verità e di come sono le cose.”

D. - È il suo dovere?
R. - “Si, è il mio dovere. Lo sento dentro di me. Non è un comandamento, ma come persone tutti dobbiamo farlo“.

D. - Non teme che la Sua difesa della solidarietà e dell’aiuto per i senzatetto e altri poveri possa essere sfruttata politicamente? Come deve parlare la Chiesa per essere influente e allo stesso tempo rimanere fuori dagli schieramenti politici?
R. - “Ci sono strade che portano a sbagli in quel punto. Vorrei sottolineare due tentazioni. La Chiesa deve parlare con la verità e anche con la testimonianza: la testimonianza della povertà. Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone: questo non si può fare. Questa è la prima tentazione. L’altra tentazione è di fare accordi con i governi. Si possono fare accordi, ma devono essere accordi chiari, accordi trasparenti. Per esempio: noi gestiamo questo palazzo, ma i conti sono tutti controllati, per evitare la corruzione. Perché c’è sempre la tentazione della corruzione nella vita pubblica. Sia politica, sia religiosa. Io ricordo che una volta con molto dolore ho visto - quando l’Argentina sotto il regime dei militari è entrata in guerre con la Gran Bretagna per le Isole Malvine - che la gente dava delle cose, e ho visto che tante persone, anche cattolici, che erano incaricati di distribuirle, le portavano a casa. C’è sempre il pericolo della corruzione. Una volta ho fatto una domanda a un ministro dell’Argentina, un uomo onesto. Uno che ha lasciato l’incarico perché non poteva andare d’accordo con alcune cose un po’oscure Gli ho fatto la domanda: quando voi inviate aiuti, sia pasti, siano vestiti, siano soldi, ai poveri e agli indigenti: di quello che inviate, quanto arriva là, sia in denaro sia in spesa? Mi ha detto: il 35 per cento. Significa che il 65 per cento si perde. È la corruzione: un pezzo per me, un altro pezzo per me.”

D. - Lei crede che finora nel suo pontificato ha potuto ottenere un cambiamento mentale, per esempio nella politica?
R. - “Non saprei cosa dire. Non lo so. So che alcuni hanno detto che io ero comunista. Ma è una categoria un po’ antiquata (ride). Forse oggi si usano altre parole per dire questo…”

D. - Marxista, socialista…
R. - “Hanno detto tutto questo.”

D. - I senzatetto hanno dei problemi finanziari, ma coltivano la propria libertà. Il papa non ha nessun bisogno materiale, ma è considerato da alcuni come un prigioniero in Vaticano. Non sente mai il desiderio di mettersi nei panni di un senzatetto?
R. - “Mi ricordo il libro di Mark Twain ‘Il principe e il povero’, quando uno può mangiare tutti i giorni, hai vestiti, hai un letto per dormire, hai una scrivania per lavorare e non manca niente. Hai anche degli amici.
Ma questo principe di Mark Twain vive in una gabbia d’oro.”

D. - Si sente libero qui in Vaticano?
R. - “Due giorni dopo essere eletto papa, sono andato (nella versione olandese: “come si dice ufficialmente”) a prendere possesso dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Non è un appartamento lussuoso. Ma è largo, è grande… Dopo aver visto questo appartamento mi è sembrato un imbuto al rovescio, cioè grande ma con una porta piccola. Questo significa essere isolato. Io ho pensato: non posso vivere qua semplicemente per motivi mentali. Mi farebbe male. All’inizio sembrava una cosa strana, ma ho chiesto di restare qui, a Santa Marta. E questo mi fa bene perché mi sento libero. Mangio nella sala pranzo dove mangiano tutti. E quando sono in anticipo mangio con i dipendenti. Trovo gente, la saluto e questo fa che la gabbia d’oro non sia tanto una gabbia. Ma mi manca la strada”.

D. Santo Padre, Marc vuole invitarla per andare a mangiare una pizza con noi. Che ne pensa?
R. - “Mi piacerebbe, ma non riusciremmo a farlo. Perché il momento che esco da qua verrà la gente da me. Quando sono andato a cambiare le lenti dei miei occhiali in città, erano le sette di sera. Non c’era molta gente in strada. Mi hanno portato dall’ottico e sono uscito della macchina e lì c’era una donna che mi ha visto e ha gridato: “Ecco il papa.” E poi io ero dentro e fuori tutta la gente ...”.

D. - Le manca il contatto con la gente?
R. - “Non mi manca perché la gente viene qua. Ogni mercoledì vado in piazza per l’Udienza Generale, qualche volta vado in una parrocchia: sono in contatto con la gente. Per esempio ieri (26 ottobre) sono venuti più di cinquemila zingari nell’Aula Paolo VI.”

D. - Si vede che lei gode di questo giro nella piazza durante l’Udienza Generale…
R. - “È vero. Si, è vero.”

D. - Il Suo omonimo San Francesco scelse la povertà radicale e vendette anche il suo evangeliario. In quanto papa, e vescovo di Roma, si sente mai sotto pressione per vendere i tesori della Chiesa?
R. - “Questa è una domanda facile. Non sono i tesori della Chiesa, ma sono i tesori dell’umanità. Per esempio, se io domani dico che la Pietà di Michelangelo venga messa all’asta, non si può fare, perché non è proprietà della Chiesa. Sta in una chiesa, ma è dell’umanità. Questo vale per tutti i tesori della Chiesa. Ma abbiamo cominciato a vendere dei regali e altre cose che mi vengono date. E i proventi della vendita vanno a monsignore Krajewski, che è il mio elemosiniere. E poi c’è la lotteria. C’erano delle macchine che sono tutte vendute o date via con una lotteria e il ricavato è usato per i poveri. Ma ci sono cose che si possono vendere e queste si vendono.”

D. - Si rende conto che la ricchezza della Chiesa possa creare questo tipo di aspettative?
R. - “Si, se facciamo un catalogo dei beni della Chiesa, si pensa: la Chiesa è molto ricca. Ma quando è stato fatto il Concordato con l’Italia 1929 sulla Questione Romana, il governo italiano di quel tempo ha offerto alla Chiesa un grande parco a Roma. Il papa di allora, Pio XI, ha detto: no, vorrei soltanto un mezzo chilometro quadrato per garantire la indipendenza della Chiesa. Questo principio vale ancora. Sì, i beni immobili della Chiesa sono molti, ma li usiamo per mantenere le strutture della Chiesa e per mantenere tante opere che si fanno nei paesi bisognosi: ospedali, scuole. Ieri, per esempio, ho chiesto di inviare in Congo 50.000 euro per costruire tre scuole in paesi poveri, l’educazione è una cosa importante per bambini. Sono andato all’amministrazione competente, ho fatto questa richiesta e i soldi sono stati inviati.”

D. - Parliamo di Olanda. Lei è mai stato nel nostro Paese?
R. - “Si, una volta quando ero superiore provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Ero di passaggio nel corso di un viaggio. Sono stato a Wijchen, perché lì i avevano il noviziato, e sono anche stato ad Amsterdam per un giorno e mezzo, dove ho visitato una casa dei gesuiti. Della vita culturale non ho visto niente perché non avevo tempo.”

D. - Per questo potrebbe essere una buona idea se i senzatetto di Olanda La invitassero per una visita al nostro paese. Che ne pensa, Santo Padre?
R. - “Le porte non sono chiuse a questa possibilità.”

D. Cosi, quando ci sarà una tale richiesta, Lei la prenderà in considerazione?
R. - “La considero. E adesso che l’Olanda ha una regina argentina (ride), chissà.”

D. - Ha forse un messaggio speciale per i senzatetto del nostro Paese?
R. - “Non conosco bene i particolari dei senzatetto in Olanda. Vorrei dire che l’Olanda è un paese sviluppato con tante possibilità. Io direi di chiedere ai senzatetto olandesi di continuare a lottare per le tre ‘t’".

Alla fine anche Marc fa alcune domande. Vuole sapere, tra l’altro, se il Papa già da piccolo sognava di diventare Papa. Il Santo Padre risponde con un risoluto ‘No”.
R. - “ Ma dirò una confidenza. Quando ero piccolo non c’erano i negozi dove si vendevano le cose. Invece c’era il mercato dove si trovava il macellaio, il fruttivendolo eccetera. Io ci andavo con la mamma e la nonna per fare le spese. Ero piccolino, avevo quattro anni. E una volta mi hanno domandato: ‘Cosa ti piacerebbe fare da grande?’ Ho detto: il macellaio!”

D. - Per molti fino al 13 marzo 2013 Lei era uno sconosciuto. Poi da un momento all’altro, Lei è diventato famoso in tutto il mondo. Come ha vissuto quest’esperienza?
R. - “È venuto e non l’aspettavo. Non ho perso la pace. E questo è una grazia di Dio. Non penso tanto al fatto che sono famoso. Dico a me stesso: adesso ho un posto importante, ma in dieci anni nessuno ti consocerà più (ride). Sai, ci sono due tipi di fama: la fama dei ‘grandi’ che hanno fatto grandi cose, come Madame Curie, e la fama dei vanitosi. Ma quest’ultima fama è come una bolla di sapone.”

D. - Così, Lei dice ‘adesso sono qua e devo fare il meglio’ e continuerà questo lavoro fino a quando ne sarà in grado?
R. - Sì.

D. - Santo Padre, si può immaginare un mondo senza poveri?
R. - “Io vorrei un mondo senza poveri. Noi dovremmo lottare per questo. Ma io sono un credente e so che il peccato è sempre dentro di noi. E la cupidigia umana c’è sempre, la mancanza di solidarietà, l’egoismo che crea i poveri. Per questo mi sembra un po’ difficile immaginare un mondo senza poveri. Se Lei pensa ai bambini sfruttati per lavoro schiavo, o ai bambini sfruttati per abuso sessuale. E un'altra forma di sfruttamento: uccidere bambini per togliere gli organi, il traffico di organi. Uccidere i bambini per togliere gli organi è cupidigia. Per questo non so se lo faremo questo mondo senza poveri, perché il peccato c’è sempre e ci porta l’egoismo. Ma dobbiamo lottare, sempre, …sempre”.

Abbiamo finito. Ringraziamo il Papa per l’intervista. Anche lui ci ringrazia e dice che il colloquio gli è piaciuto molto. Poi prende la busta bianca che per tutto il tempo è rimasta accanto a lui sul sofà ed estrae per ognuno di noi un rosario. Vengono scattate delle foto e poi Papa Francesco si congeda. Così tranquillo e rilassato com’è arrivato, ora esce dalla porta.

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L’obiettivo di questa iniziativa è ridare per una serata il sorriso alle famiglie in gravi difficoltà economiche e soprattutto ai loro bambini, vittime innocenti di questo assurdo e malinconico momento che la società moderna sta attraversando.  Mira a dare sollievo al disagio sociale che questa crisi ha trasmesso alla famiglia media italiana.
Genitori che perdono il lavoro, che si separano, disagio sociale, spese impreviste, bollette, figli che vanno a scuola, problemi a far quadrare il bilancio e spesso anche problemi ad organizzare pranzo e cena. Tutto questo vissuto con grande dignità, a volte taciuto o a malapena sussurrato ai servizi sociali, alla Caritas o alla propria parrocchia.
 "Perché vi ritorni il sorriso” E’ il titolo dell’iniziativa che, il coordinamento del MLO di Reggio Calabria in collaborazione con l'associazione Portatori della Vara e il gruppo scout parrocchiale, hanno organizzato per dare a queste famiglie in difficoltà, la possibilità di passare una serata in serenità, lontana dai soliti pensieri e dai problemi quotidiani, mangiando una buona pizza in allegria con i propri figli.
La coordinatrice del MLO tiene a ribadire che, non possiamo e non vogliamo rimanere insensibili alle parole di Papa Francesco, “Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri /.../ questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo” i laici hanno l'obbligo di vivere con concretezza la Parola di DIO.
Per questo motivo verrà proposto a tutti i della nostra parrocchia che l'iniziativa si protragga per tutto l'Anno del Giubileo Straordinario della Misericordia voluto  da Papa Francesco.
Il parroco Don Domenico Crucitti sottolinea che partendo con questa iniziativa speranzosi che si allarghi ad altre associazioni presenti in parrocchia e non, consapevoli che questo contributo è una goccia nel mare, ma l’obiettivo è far ritornare il sorriso per una sera e intraprendere il cammino della speranza con queste famiglie della parrocchia e della città, in difficoltà. Anche se già operativi con il Centro Famiglie per altre problematiche inerenti la famiglia.
Un sorriso tu lo doni, e non ti rendi conto di quello che stai donando, ma per chi lo riceve, è una cosa molto importante”
«La misericordia dì Dio è più grande del cielo, è più grande del mare; la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati.
“Don Orione”

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Papa Francesco pranzerà con i poveri della mensa di San Francesco Poverino in piazza dell’Annunziata, nel corso della sua giornata a Firenze il prossimo 10 novembre.

La Sala stampa della Santa Sede ha pubblicato ieri il programma della visita a Prato e Firenze. Jorge Mario Bergoglio si reca nel capoluogo toscano per assistere al V Convegno nazionale della Chiesa italiana.

Il programma prevede che il Papa parta in elicottero alle 7 della mattina dall'eliporto vaticano per atterrare alle 8 nel campo sportivo comunale di Prato. Alle 8,15 visita la cattedrale di Prato ed ha un incontro «con il mondo del lavoro» nella piazza della Cattedrale. Prevedibile, come preannunciato in passato, la presenza di alcuni lavoratori cinesi.

Alle 9 lascia Prato per Firenze, dove atterra, nello stadio di atletica Luigi Ridolfi, un quarto d'ora dopo. Alle 9,45 visita il Battistero di Firenze, alle 10 incontra i rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa italiana nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, dove tiene un discorso e, a mezzogiorno, presiede la recita dell'Angelus. Subito dopo saluta gli ammalati nella basilica della Santissima Annunziata e a mezzogiorno e mezza pranza con i poveri nella mensa di San Francesco Poverino in piazza dell’Annunziata. Alle 15,15, infine, celebra Messa nello stadio comunale Artemio Franchi. Alle 16,45 il congedo dalle autorità nello stadio di atletica Luigi Ridolfi, da dove alle 17 decolla l'elicottero che atterra, alle 18, nell’eliporto vaticano.

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"La peggiore malattia oggi e' il non sentirsi desiderati ne' amati, il sentirsi abbandonati.
Vi sono molte persone al mondo che muoiono di fame, ma un numero ancora maggiore muore per mancanza d'amore.
Ognuno ha bisogno di amore. Ognuno deve sapere di essere desiderato, di essere amato, e di essere importante per Dio.
Vi e' fame d'amore, e vi e' fame di Dio" Madre Teresa di Calcutta

Vogliamo pubblicare una testimonianza dei ragazzi del Servizio Civile Don Orione di Roma:

Le parole di Madre Teresa sintetizzano, in pochi versi, quelle che sono state le prime impressioni e le prime aspettative di noi ragazzi del Servizio Civile. Come tali, siamo chiamati ad aiutare il prossimo; siamo chiamati ad imparare e a metterci al servizio di chi ha bisogno del nostro aiuto. Non siamo supereroi e tantomeno dei ragazzi che vogliono sentirsi dire: “Che bravi ragazzi! Fanno tutto questo per aiutare i bisognosi. Sono veramente altruisti”. Il volontariato è prima di tutto una scelta, un modo come tanti per crescere, per imparare quelle cose che di certo non troverai scritte sui libri di scuola. Insomma, è un’esperienza di vita, un’esperienza speciale, una delle poche esperienze che in questa società, materialista e poco solidale, può essere vissuta in modo umano e caritatevole. La cosa bella del volontariato è sicuramente il fatto che in qualche modo si contribuisce alla realizzazione del diritto di una persona dalle diverse problematiche fisiche e psichiche ad avere una vita dignitosa, pari a quella di ogni individuo. Come? Non è difficile: si contribuisce con piccoli gesti, con dei sorrisi, con la semplice presenza o con piccolissime azioni. Niente di eccezionale, ma ciononostante la straordinarietà risiede nel fatto che quei piccoli gesti vengono apprezzati, condivisi, resi speciali. Noi ragazzi del Servizio Civile abbiamo trovato i ragazzi del Centro Don Orione aperti, con tanta voglia di fare; individui con tante storie toccanti, disposti a farsi aiutare (quando occorre). I ragazzi sono affettuosi … molto affettuosi. La nostra mascotte è un ragazzo sulla carrozzina di nome Manolo, che ogni mattina ci aspetta all’ingresso del Centro con trepidazione, quasi fossimo delle superstar hollywoodiane. Molti dei ragazzi, più che di qualche aiuto particolare, sono alla ricerca di essere capiti e di essere accettati per quel che sono. Vengono lì e – come Vittorio - ti danno un bacino; chi, invece, ti da semplicemente la mano perché ha solo bisogno di un contatto umano, di quel calore che possa fargli capire: “Ci sono io al tuo fianco. Non ti preoccupare”. Emanuele, per esempio, dopo averti toccato il naso prima con la mano destra e poi con la mano sinistra, ti abbraccia e non ti lascia più. Che strana cosa che è l’abbraccio!  Oggi come oggi, gli abbracci veri stanno diventando sempre più rari, se non addirittura banali. Eppure, è proprio in un abbraccio che si manifesta tutta la propria umanità, tutta la propria vitalità e tutta quell’energia positiva che possa trasmettere un po’ di pace e serenità a chi in quel momento si ritrova a vivere attimi di sconforto e di agonia. Emanuele viene e ti abbraccia senza esitazione e senza paura perché l’affetto e quel momento di condivisione lo pretende, lo vuole. Infondo è una cosa naturale. Invece noi, indaffarati, sempre presi da mille faccende burocratiche, ci dimentichiamo che oltre la scuola e il lavoro esistono cose banalmente bellissime come può essere un abbraccio, come possono essere l’amore o l’amicizia. Se imparassimo da Emanuele ad abbracciarci, invece di pretendere qualche sadica vendetta, metà delle problematiche che caratterizzano la nostra società potrebbero diventare semplice utopia. Il volontariato è anche scoperta. Sì, perché oltre alla perenne allegria dei ragazzi e al fatto che siano affettuosissimi, ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo.  Si scopre, per esempio, che il ruolo del volontario non è quello di assecondare una persona perché non è in grado di far qualcosa, ma al contrario di spronarla a superare i propri limiti, facendo sì che i propri difetti diventino punti di forza.  Il ruolo del volontario è quasi anticonformista perché deve essere un animatore di carità, una persona in grado di andar oltre il materialismo e i soliti punti di vista stereotipati. Molti ragazzi, nonostante i disturbi motori e l’ostacolo della carrozzina, hanno una forza esplosiva da permettere loro di superare la disabilità e ad andare oltre l’apparente limite fisico. Può sembrare sciocco, ma vedere un signore in carrozzina riuscire a preparare il caffè, è a dir poco straordinario. Sia chiaro: noi ragazzi del servizio civile ancora dobbiamo toccare terra e non perché tre di noi, domenica 11 ottobre, sono stati ad una regata con i ragazzi del Centro, ma perché come ogni inizio di ogni esperienza, c’è bisogno di adattarsi ad un posto nuovo. Ciononostante sembra già passata un’eternità! Sia tra noi ragazzi del Servizio Civile sia con i ragazzi del centro sta nascendo una certa complicità. Forse, perché, come si è soliti dire: “Non conta ciò che fai, ma come lo fai”. Il volontariato - come già detto prima- è una scelta, una scelta d’amore in cui – per l’appunto - non conta ciò che fai, ma tutta la passione, l’impegno e l’amore che si è in grado di mettere. Andando oltre la prima impressione, il Servizio Civile insegna ad apprezzare le piccole cose; il Servizio Civile ti apre gli occhi, facendoti capire di quanto si possa essere pigri perché oltre ai futili problemi di tutti i giorni, non si ha la costanza e la caparbietà di meditare su se stessi, sui propri pregi e sui propri difetti. Invece no: come questi ragazzi, che cercano di fare della propria disabilità un punto di forza, dobbiamo pretendere di lamentarci meno e cercare di migliorarci, soprattutto umanamente, imparando ad amare e ad apprezzare ogni singola cosa. I ragazzi, in una settimana, ci hanno già dato tanto, ma sicuramente: “Il bello deve ancora venire”!

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Nel corso del 2014, più di 190 mila persone si sono recate alle 353 mense Caritas di 157 diocesi italiane, per un totale di più 6 milioni 273 mila pasti erogati. Sono alcune delle cifre emerse ieri mattina, ad Expo, all’incontro organizzato dalla Caritas (ambrosiana, italiana ed europea) sul tema “Diritto al cibo”, l’ultimo di una lunga serie di convegni tenuti a Rho da maggio. Lotta alla fame e diritto al cibo, dunque, ma i dati raccolti dalla Caritas nel suo “Rapporto 2015 sulla povertà e l’esclusione sociale” (ne avevamo parlato QUI) dicono che la richiesta pressante di alimenti non esprime un bisogno solamente alimentare, bensì soprattutto economico. Come ha sottolineato Paolo Beccegato, vicepresidente di Caritas italiana, sempre più marcata è la povertà da perdita di risorse, dovuta alla frantumazione della famiglia, alla violenza domestica, alla perdita di lavoro (e conseguentemente di dignità), al gioco d’azzardo. “Una sistematica sottrazione di risorse”, conclude Beccegato.

Clicca QUI per leggere e scaricare il documento

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Nel mondo di oggi «l'affannosa ricerca del profitto, la concentrazione su interessi particolari e gli effetti di politiche ingiuste» vanificano l'azione della Fao rallentando «le azioni all'interno dei Paesi» o impedendo «una cooperazione efficace in seno alla comunità internazionale». Lo denuncia Papa Francesco in un messaggio indirizzato al professor José Graziano da Silva, direttore generale della Fao in occasione delle celebrazioni per il settantesimo anniversario dell'istituzione dell'agenzia dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione.

Secondo il Papa, «rimane molto da fare per quanto riguarda la sicurezza alimentare, che appare ancora come un obiettivo lontano per molti» e l'attuale «doloroso scenario rende ancora più urgente il ritorno all'ispirazione che portò alla nascita di codesta Organizzazione e ci impegna a trovare i mezzi necessari per liberare l'umanità dalla fame e promuovere un'attività agricola capace di soddisfare le effettive necessità delle diverse aree del pianeta».

L'azione della Fao, per il Papa «deve concretizzarsi in quell’«amore sociale che è la chiave di ogni autentico sviluppo». «Considerare i diritti dell'affamato e accoglierne le aspirazioni significa anzitutto - spiega - una solidarietà che si traduce in gesti concreti, che richiede condivisione e non solo una migliore gestione dei rischi sociali ed economici o un soccorso puntuale in occasione delle catastrofi e delle crisi ambientali». «È questo - rimarca Francesco - ciò che si chiede alla Fao, alle sue decisioni e alle iniziative e ai programmi concreti che si realizzano nei vari luoghi».

Secondo Bergoglio, «la condizione delle persone affamate e malnutrite evidenzia che non basta e non possiamo accontentarci di un generico appello alla cooperazione o al bene comune». «Forse - scrive - la domanda da porre è un'altra: è ancora possibile concepire una società in cui le risorse sono nella mani di pochi e i meno privilegiati sono costretti a raccogliere solo le briciole?». Davanti a tutto questo, ammonisce il Papa «non ci si può limitarsi a buoni propositi».

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Al termine dei lavori del Sinodo, ieri, papa Francesco, verso le 19, si è recato a visitare i senzatetto presso il nuovo dormitorio inaugurato nei giorni scorsi dalla Elemosineria apostolica in via dei Penitenzieri, nei locali messi a disposizione dalla Curia generalizia della Compagnia di Gesù. La visita è durata poco meno di mezz’ora. Lo riferisce Radio Vaticana.

Il Papa è stato accolto dall’elemosiniere, monsignor Konrad Krajewski, dal preposito generale dei Gesuiti padre Adolfo Nicolás e dalle tre suore che svolgono il loro servizio insieme ai volontari. I 30 ospiti del dormitorio hanno accolto con gioia il Papa che li ha salutati con affetto uno per uno e per ognuno ha avuto una parola di simpatia e vicinanza.

Il Papa ha voluto vedere di persona la struttura del nuovo dormitorio, che porta il nome di "Dono di Misericordia" e si trova nelle vicinanze dell’Ospedale Santo Spirito. La Comunità dei Gesuiti ha così voluto rispondere prontamente all’appello del Pontefice di destinare dei propri fabbricati alle persone in difficoltà.

La struttura può accogliere per la notte fino a 34 uomini e viene gestita dalle Suore di Madre Teresa di Calcutta come quelle già esistenti a Via Rattazzi, presso la Stazione Termini, e a San Gregorio al Celio. Tutti i lavori sono stati finanziati dalla Elemosineria Apostolica, cioè attraverso le offerte che provengono dalla distribuzione delle pergamene con la Benedizione del Papa e dalla generosità dei cittadini.

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Lunedì, 05 Ottobre 2015

I poveri, nostri fratelli

Di fronte all’emergenza della fame, i poveri e i migranti “sono persone e non numeri”: vanno aiutati a riconquistare la loro dignità e a “rimettersi in piedi”. Così Papa Francesco alla Fondazione Banco alimentare, riunita per un incontro a 25 anni dalla nascita della rete che, solo nel 2015, in Italia ha aiutato oltre un milione e mezzo di poveri, distribuendo alimenti a più di 8 mila strutture caritative.


Fame, vero scandalo e peccato: poveri e migranti non sono numeri
La fame, “vero ‘scandalo’ che minaccia la vita e la dignità” di uomini, donne, bambini e anziani. Papa Francesco torna a denunciare una piaga che non esita a definire “ingiustizia” - anzi di più, dice - “peccato”, con la quale “ogni giorno dobbiamo confrontarci”. Lo fa con i partecipanti all’incontro promosso dalla Fondazione Banco alimentare, una “rete di carità” che da 25 anni è impegnata al fianco dei più poveri:
“Non dimenticate che sono persone e non numeri, ciascuno con il suo fardello di dolore che a volte sembra impossibile da portare. Tenendo sempre presente questo, saprete guardarli in faccia, guardarli negli occhi, stringere loro la mano, scorgere in essi la carne di Cristo e aiutarli anche a riconquistare la loro dignità e a rimettersi in piedi. Vi incoraggio ad essere per i poveri dei fratelli e degli amici; a far sentire loro che sono importanti agli occhi di Dio”.


Squilibri anche in società ricche, aggravati da aumento migranti
Il Papa incoraggia i circa 7 mila presenti in Aula Paolo VI e quelli che hanno seguito l’incontro da Piazza San Pietro “a proseguire” nell’impegno di “contrastare lo spreco di cibo, recuperarlo e distribuirlo alle famiglie in difficoltà e alle persone indigenti”.


“In un mondo ricco di risorse alimentari, grazie anche agli enormi progressi tecnologici, troppi sono coloro che non hanno il necessario per sopravvivere; e questo non solo nei Paesi poveri, ma sempre più anche nelle società ricche e sviluppate. La situazione è aggravata dall’aumento dei flussi migratori, che portano in Europa migliaia di profughi, fuggiti dai loro Paesi e bisognosi di tutto”.


Educarci all’umanità
Francesco ricorda due uomini “che non sono rimasti indifferenti al grido dei poveri”: l’imprenditore Danilo Fossati, che diede inizio e promosse “senza voler apparire”, “sempre in punta di piedi”, il Banco alimentare, sul finire del secolo scorso confidò a don Luigi Giussani - fondatore del movimento di Comunione e Liberazione - il disagio per la distruzione di prodotti ancora commestibili di fronte a tanti che in Italia “soffrivano la fame”. Quindi ha invitato a guardare a Cristo che, di fronte alle folle affamate, non ignorò il problema né fece “un bel discorso sulla lotta alla povertà”, ma moltiplicò pani e pesci in abbondanza:
“Possiamo fare qualcosa, di fronte all’emergenza della fame, qualcosa di umile, e che ha anche la forza di un miracolo. Prima di tutto possiamo educarci all’umanità, a riconoscere l’umanità presente in ogni persona, bisognosa di tutto”.


Ingrossare ‘fiume’ della speranza
L’invito del Papa è a seguire l’esempio di Fossati e don Giussani, i quali compresero “che qualcosa doveva cambiare nella mentalità delle persone, che i muri dell’individualismo e dell’egoismo dovevano essere abbattuti”: “Continuate con fiducia questa opera, attuando la cultura dell’incontro e della condivisione. Certo, il vostro contributo può sembrare una goccia nel mare del bisogno, ma in realtà è prezioso! Insieme a voi, altri si danno da fare, e questo ingrossa il fiume che alimenta la speranza di milioni di persone”.


Carità verso i poveri che incontriamo
Gesù, prosegue il Papa, ci invita a fare spazio nel nostro cuore all’“urgenza” di dare da mangiare agli affamati: la Chiesa ne ha fatto una delle “opere di misericordia corporale”:
“Condividere ciò che abbiamo con coloro che non hanno i mezzi per soddisfare un bisogno così primario, ci educa a quella carità che è un dono traboccante di passione per la vita dei poveri che il Signore ci fa incontrare”.

L’esortazione finale è a non farsi scoraggiare dalle difficoltà ma a gareggiare “nella carità operosa”, sostenuti da Maria: pregando la Madre della Carità, ha sollecitato i presenti a pensare non a sé stessi ma a una o più persone conosciute “che sono affamate e che hanno bisogno del pane di ogni giorno”.

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Sfidano il tradizionale modo di vivere, talvolta sconvolgono l'orizzonte sociale e culturale con il quale vengono a confronto. Sono i migranti, persone in cammino, sempre più numerosi. Sono loro al centro del Messaggio che Papa Francesco ha reso noto ieri e che costituisce la base di riflessione della Giornata del migrante e del rifugiato che la Chiesa celebrerà domenica 17 gennaio 2016. Il tema è "Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta è il Vangelo della misericordia", e in questo modo si collega al tema scelto per l'Anno Santo che si aprirà l'8 dicembre.

Superare la fase di emergenza, affrontare le cause delle migrazioni, e le conseguenze che "imprimono volti nuovi alle società e ai popoli". Tutto, tranne il silenzio e l'indifferenza, che diventano complicità quando si assiste "come spettatori" a naufragi, morti per soffocamento, stenti e violenze.

I migranti sono fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà e dallo sfruttamento. La rivelazione biblica incoraggia l'accoglienza dello straniero perché in esso c'è il volto di Gesù. In molti - associazioni, movimenti... - hanno riconosciuto questo volto e sperimentato la gioia dell'incontro, anche se anche in tante realtà parrocchiali (oltre che nelle politiche degli Stati) si manifestano ancora dibattiti su condizioni e limiti da porre all'accoglienza.

I migranti, peraltro, possono contribuire al benessere e al progresso di tutti, se se ne garantisce la dignità e il corretto inserimento e se loro stessi rispettano "il patrimonio spirituale e culturale" dei Paesi in cui emigrano.

Ma, nota il Papa, c'è anche il diritto a non emigrare: in questo senso, occorre fare di più per aiutare i Paesi di origine, in modo che cessino le cause delle migrazioni. L'opinione pubblica deve essere informata in modo corretto, "anche per prevenire ingiustificate paure e speculazioni sulla pelle dei migranti".

Infine, il Papa mette il dito sulla piaga delle nuove forme di schiavitù: i lavoratori forzati nell'edilizia e nell'agricoltura, le milizie che arruolano i bambini. Crimini da cui scappano "i profughi del nostro tempo". Il Messaggio si conclude con un invito ai migranti: "Non lasciatevi rubare la gioia e la speranza che scaturiscono dall'esperienza della misericordia di Dio, che si manifesta nelle persone che incontrate lungo i vostri sentieri!".

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Il secondo Rapporto sulle politiche contro la povertà in Italia giunge in un tempo difficile per il nostro paese, nonché di riflessione e di cambiamento per la chiesa universale e per quella italiana. Si compone di undici capitoli. Ognuno è pensato sia come un contributo a sé su uno specifico tema, leggibile quindi autonomamente, sia come parte del complessivo percorso disegnato per il Rapporto. Tale percorso si articola in quattro passi, ciascuno corrispondente a una parte del presente lavoro. La prima parte intende offrire al lettore il quadro di sfondo nel quale collocare le analisi puntuali proposte successivamente. La seconda parte, la più ampia, esamina le recenti evoluzioni delle politiche contro la povertà nel nostro paese, considerando l’insieme degli interventi che agiscono sul fenomeno e discutendone le conseguenze. Innanzitutto, ci si concentra sul quadro complessivo delle principali politiche legate al contrasto della povertà, cioè quella sociale, e quella economica. Successivamente si volge l’attenzione ad alcuni specifici programmi da considerare per completare lo scenario, rispettivamente la sperimentazione del Sia (Sostegno per l’Inclusione Attiva) e il Fead (Fondo di aiuti europei agli indigenti). La terza parte, invece, è dedicata al dibattito, politico e tecnico, sugli interventi che sarebbe necessario realizzare nel nostro paese. La quarta, e ultima, parte propone uno sguardo complessivo sui risultati del Rapporto. Vengono ripresi i principali risultati dei capitoli precedenti al fine di proporre una valutazione complessiva delle recenti politiche contro la povertà in Italia e collocare questi risultati in una riflessione conclusiva nella prospettiva di Caritas Italiana. Le analisi compiute si riferiscono al periodo intercorso tra la pubblicazione del precedente rapporto, luglio 2014 e inizio settembre 2015. Di fatto, però, tutte le disamine proposte coprono l’orizzonte temporale dall’entrata in carica del Governo Renzi, marzo 2014, ad inizio settembre 2015, sempre collocandole in uno sguardo temporalmente più esteso.

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Pubblicazione periodica di informazione scientifica